Università e ricerca
giovedì 23 Ottobre, 2025
Neolitico antico, lo studio dell’ateneo di Trento: il fuoco era (anche) strumento di trasformazione dei resti umani in Italia
di Redazione
La pubblicazione rivela che già nel Neolitico Antico il fuoco veniva utilizzato non solo per scopi pratici, ma anche simbolici e rituali sui resti umani
Da quando l’uomo ha scoperto e imparato a controllare il fuoco, lo ha utilizzato per difendersi, cucinare, riscaldarsi, forgiare metalli e socializzare. Oltre agli usi quotidiani, questo elemento ha avuto anche un significato simbolico e rituale, legato al passaggio nell’aldilà.
Una ricerca dell’Università di Trento, pubblicata su Archaeological and Anthropological Sciences, mostra che già nel Neolitico Antico il fuoco veniva impiegato come strumento di trasformazione dei resti umani, anticipando le pratiche di cremazione note in epoche successive.
Il primo autore dello studio è Omar Larentis, assegnista di ricerca del Dipartimento di Lettere e Filosofia, sostenuto da Fondazione Caritro. La coordinatrice scientifica è Annaluisa Pedrotti, docente di Preistoria e Protostoria e responsabile del Laboratorio Bagolini di Archeologia, Archeometria e Fotografia.
Larentis spiega la novità dello studio: “Chi ci ha preceduto, nel valutare la presenza di ossa umane bruciate, tendeva a interpretarle come evidenze di cremazione, di veri e propri rituali crematori. In realtà, questa definizione non è del tutto corretta. A nostro avviso, la cremazione può essere definita tale solo quando si tratta di un rituale pianificato, condiviso e codificato all’interno di una comunità, il cui obiettivo è la combustione dei tessuti molli del corpo attraverso l’uso del fuoco”.
Attraverso un’analisi accurata, il team ha ricostruito i riti legati al fuoco, sottolineando che “Abbiamo spostato lo sguardo indietro di qualche millennio rispetto all’epoca in cui si può effettivamente parlare di cremazione, interpretando le tracce osservate non come testimonianza di un vero e proprio rito crematorio, ma come espressione dell’utilizzo del fuoco quale elemento di trasformazione dei resti umani”.
La ricerca ha permesso di elaborare, per la prima volta, una mappa cronologica della distribuzione di queste evidenze durante il Neolitico Antico italiano. Lo studio si è concentrato inizialmente sul sito di Lugo di Grezzana (Verona) e successivamente su altre aree. Larentis e Pedrotti spiegano: “Questa pratica ha origine in Puglia nel VI millennio a.C., per poi diffondersi nell’Italia centrale e arrivare, durante il Neolitico antico dell’Italia settentrionale, nella pianura padana”.
I ricercatori hanno condotto analisi macro- e microscopiche su oltre 6.000 frammenti ossei, distinguendo tra resti umani e animali, grazie a strumenti avanzati del Laboratorio Bagolini e in collaborazione con il Centro di Ricerca in Osteoarcheologia e Paleopatologia dell’Università dell’Insubria. La datazione al radiocarbonio è stata eseguita in Belgio da Giacomo Capuzzo, mentre le valutazioni macroscopiche sui materiali non umani sono state condotte da Angela Maccarinelli dell’Università di Sheffield e da Stefano Marconi del Museo Civico di Rovereto.
Questo approccio integrato ha permesso di identificare e classificare i reperti, descriverne le caratteristiche microstrutturali e ottenere datazioni precise dei resti umani.
Larentis conclude: “Quello che noi abbiamo evidenziato è l’inizio di quel sentire che porta a essere il fuoco uno degli elementi che viene utilizzato nella nostra penisola quale trasformatore dei resti umani attraverso una ritualità che diviene a mano a mano sempre più ricca, più variegata, più complessa. Un rituale che, con altre forme e variabili, ancora oggi perdura”.
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