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lunedì 22 Dicembre, 2025

Misteri, saghe familiari e attualità. I libri perfetti da regalare a Natale

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Da Liz Moore a Chiara Lattanzi, i giornalisti e le giornaliste del «T» vi raccontano i loro libri preferiti del 2025

Un libro può essere il regalo perfetto da far trovare sotto l’albero a Natale. Se si conosce bene la persona destinataria del pensiero infatti è possibile che quelle pagine diventino la sorpresa migliore scartata il 25. Magari perché si scopre un nuovo autore, magari perché si torna a incontrare uno caro, magari ancora la scintilla si accende con un saggio che porta idee nuove.

Ecco allora una serie di consigli per degli acquisti per scegliere il libro perfetto per Natale, che è anche il racconto dei libri preferiti del 2025 delle giornaliste e dei giornalisti del «T».

Come l’arancio amaro – Milena Palminteri

(Di Marika Damaggio)

L’economia avida che ci pretende performanti sceglie storie di vincenti, strade che saranno pur state in salita ma poi si spianano allegramente. E invece no, la normalità è altro. Sarà per questo bisogno di verità che in «Come l’arancio amaro» (Bompiani) Milena Palminteri affida alle donne il compito di custodire la memoria e, insieme, di metterla in discussione. Senza sconti. Il romanzo attraversa decenni di storia siciliana seguendo figure femminili che abitano il confine tra obbedienza e desiderio, tra ciò che è consentito e ciò che viene solo immaginato. Non eroine, ma donne comuni, costrette a fare i conti con una società patriarcale che decide per loro il destino, il corpo, perfino il silenzio.
Il femminile di Palminteri è aspro e vitale, come l’arancio amaro del titolo: una forza che nutre ma non addolcisce, che resiste senza retorica. Le protagoniste imparano presto che l’amore e la maternità non sono spazi neutri, bensì luoghi di potere e di rinuncia, dove ogni scelta ha un prezzo. E dove tutto, al tempo dell’apparente disimpegno, assume i lemmi di un atto profondamente politico.

Il dio dei boschi – Liz Moore

(Di Simone Casciano)

Liz Moore è ormai da anni una delle penne più interessanti della nuova generazione di scrittrici e scrittori americani. Se «I cieli di Philadelphia» e «Il mondo invisibile» sono stati i romanzi della scoperta di questa autrice, «Il dio dei boschi» è il capolavoro che ne annuncia la completa maturità autoriale. Non si tratta solo di una storia coinvolgente, in cui thriller e dramma familiare convergono, per dare vita a un’opera che è più grande e più umana della semplice somma dei generi che è capace di unire, ma anche una riuscita prova di stile, in cui la forma e i tempi del racconto mostrano la padronanza tecnica raggiunta dall’autrice. Un campo estivo circondato dai boschi del Parco delle Adirondack, un’adolescente scomparsa, una giovane investigatrice determinata, una famiglia in cui i non detti pesano come macigni e le verità lacerano l’anima. Questa la scena in cui si svolge un romanzo costruito con furbizia, come una trappola ingegnosa, in cui il lettore non può fare a meno di chiedersi costantemente quanto possa fidarsi dei personaggi.

Chiara – Antonella Lattanzi

(Di Claudia Gelmi)

C’è qualcosa di speciale ed esclusivo nell’amicizia femminile nel tempo dell’infanzia e dell’adolescenza, che le scrittrici italiane – da Goliarda Sapienza ad Elena Ferrante – hanno scandagliato in profondità, consegnando pagine che sono diventate capisaldi del nostro patrimonio culturale. In questo ideale filone letterario, che ha dato voce a un peculiare lessico delle relazioni e cittadinanza a quell’identità sentimentale tipica di un certo tempo della vita, si inserisce il romanzo di Antonella Lattanzi «Chiara» (Einaudi, 2025). La scrittrice barese ci conduce nelle vite di Chiara e Marianna, dentro gli anni di un’amicizia totale e salvifica di cui, pur nella lontananza, rimarrà traccia viva anche nell’età adulta. Lattanzi ci lega a una storia di sentimenti «esagerati» e simbiotici come solo in quelle età sanno traboccare, a una storia di un amore incondizionato («qualunque cosa sia successa dopo, non siamo più state io e lei ma noi») che permetterà alle ragazze di raggiungere la maturità, proteggendosi da dinamiche familiari abitate dalla violenza e da quell’amore incapace e inadeguato tipico degli adulti.

Theodoros – Mircea Cărtărescu

(Di Davide Orsato)

«Negli antichi tempi dell’arte / i costruttori lavoravano con la massima cura / ogni parte minuscola ed invisibile / perché gli dèi sono ovunque». Non c’è niente di meglio della notissima quartina di Longfellow per entrare nella filosofia che sta alla base di «Theodoros», l’ultimo romanzo fiume (712 pagine) di Mircea Cărtărescu. Nell’era dell’AI, dei modelli linguistici che «scrivono da soli», affidandosi al caso, ecco un testo che sa di antico, curato nei dettagli, cesellato fino nell’ultima sillaba. La storia, epica e incredibile (basata su un soggetto inaspettatamente reale) di un «picaro» della Valacchia che diventa prima pirata e poi imperatore (d’Etiopia). Un’occasione per perdersi in decine di digressioni, che spaziano per millenni di storia, dalla regina di Saba fino a John Lennon. Il tutto raccontato in un’inedita seconda persona, da un narratore letteralmente onnisciente. Ennesima prova di bravura dell’autore romeno in odore di Nobel, ed esempio di quella letteratura a vocazione europea che, oggi, per un autore del Vecchio Continente, è l’unica letteratura possibile.

La nostra guerra quotidiana – Andrej Kurkov

(Di Carlo Martinelli)

20 dicembre 2005, esattamente vent’anni fa: Roberto Keller, a Rovereto, teneva a battesimo la sua creatura, Keller Editore. Un traguardo, in quest’anno che chiude, segnato da un riconoscimento importante. Dopo centinaia di titoli (compreso un Nobel della letteratura), l’Osservatorio sulla qualità dell’Editoria in Italia ha indicato al primo posto proprio Keller Editore. Ed ora, l’ennesima conferma. Fresco di stampa, drammaticamente segnato da un conflitto che vent’anni fa, questo sì, non era certo immaginabile, ecco «La nostra guerra quotidiana» di Andrei Kurkov (384 pagine, € 20). Lo scrittore ucraino riflette su cosa significhi vivere immersi in un orizzonte di «orrore, morte e distruzione». Riemerge da un periodo di silenzio significativo e doloroso per confessare: «Avevo sperato di poter raccontare come sarebbe finita, ma le mie speranze e la realtà non coincidono. La realtà è ben più complicata e drammatica». Il suo saggio-reportage è un viaggio unico e originale che intreccia la propria storia personale con quella dei suoi connazionali e dell’Ucraina intera.

L’indomabile e misteriosissima Miles Franklin – Alexandra Lapierre

(Di Maria Viveros)

C’è un’urgenza che precede il talento: la necessità di dire «io» anche quando il mondo vorrebbe imporre il silenzio. L’australiana Miles Franklin ha incarnato questa forza, rifiutando ogni compromesso e vivendo la scrittura come bisogno vitale. Alexandra Lapierre, proseguendo il suo lavoro su figure femminili complesse, dopo Artemisia Gentileschi, Belle Green, Marija Zakrevskaja e Fanny Stevenson, restituisce in «L’indomabile e misteriosissima Miles Franklin» (Edizioni e/o, 2025) il ritratto di una donna che ha attraversato gli anni fra Otto e Novecento senza piegarsi alle convenzioni e, dopo un successo precoce, pagando l’indipendenza con solitudine, miseria e marginalità. Ogni sua scelta, dalla decisione di lasciare l’Australia alla vicinanza alle suffragiste americane e inglesi, fino al servizio in un ospedale da campo nei Balcani durante la prima guerra mondiale, testimonia fedeltà a se stessa, anche quando viene condannata all’ombra. Animata da un daimon esigente e spesso crudele, Franklin ha fatto della scrittura un atto di resistenza e libertà, diventando, senza volerlo, un’icona femminista ante litteram.