L'intervista
mercoledì 7 Gennaio, 2026
Mille minori a rischio esclusione in Trentino, monito della Garante: «La povertà educativa si trasforma in ritiro sociale»
di Simone Casciano
Anna Berloffa analizza i dati e riflette sulla necessità di integrare maggiormente i servizi per intercettare bisogni e disagi
La povertà educativa genera un fenomeno ogni giorno in crescita e preoccupante: il ritiro sociale. Lo dice Anna Berloffa, garante dei minori per la Provincia di Trento, analizzando i dati, elaborati da il T di domenica, che vede 1.034 minori in Trentino a rischio povertà ed emarginazione sociale.
Berloffa, oltre mille minori in Trentino sono a rischio povertà ed esclusione sociale: come legge la situazione?
«Abbiamo anche altri dati di riferimento, in particolare quelli del Report Crc, il Comitato che verifica l’applicazione della Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, attivo sia a livello nazionale sia locale. Nel report nazionale presentato a maggio dello scorso anno emergeva che, pur in presenza di indicatori migliori rispetto ad altre regioni – ed è giusto sottolinearlo – anche in Trentino si registra un aumento del disagio e delle difficoltà, soprattutto sul versante della povertà educativa, che è forse l’aspetto più preoccupante. Questo non significa che la povertà economica non incida sulla vita dei minori: la crisi generalizzata certamente pesa. Tuttavia la povertà educativa assume molte forme e non è sempre direttamente collegata alla mancanza di risorse economiche. Mi ricollego a quanto evidenziato dal presidente Spadaro: ci sono famiglie che faticano a svolgere la propria funzione genitoriale, per problematiche individuali o familiari, e questo incide in modo diretto sul benessere di bambini e adolescenti. Un indicatore importante arriva dalla scuola. La dispersione scolastica è in aumento e va letta in modo articolato: in alcuni casi è legata a difficoltà familiari, in altri invece ha a che fare con il ritiro sociale. Quest’ultimo è un fenomeno in crescita a livello nazionale e anche nella nostra provincia. Dietro alcuni abbandoni scolastici si nascondono disagi di altra natura: forme di ritiro estremo, come l’hikikomori, ma anche situazioni diverse che meritano di essere comprese. Al di là delle segnalazioni all’autorità giudiziaria, ciò che conta è capire il disagio che ragazze e ragazzi stanno vivendo».
Da cosa deriva?
«Ogni storia è unica e va compresa nella sua specificità. Detto questo, viviamo in una società che oggi appare difficile e spesso inospitale. C’è una grande offerta materiale, ma anche una forte incertezza sul futuro, che come adulti fatichiamo ad aiutare i più giovani a decifrare. È una società molto competitiva e questo è estremamente faticoso per ragazze e ragazzi: l’idea di dover eccellere, di dover essere riconosciuti, genera ansia. I social amplificano queste dinamiche competitive, ma il problema non sono i dispositivi in sé, quanto la solitudine che molti giovani vivono. Servono adulti significativi capaci di ascolto: genitori, ma anche la scuola, attraverso docenti di riferimento. Tutti abbiamo una parte di responsabilità. È fondamentale trasmettere l’idea che si può essere diversi, che si possono coltivare le proprie attitudini senza essere continuamente messi in competizione, e che c’è qualcuno disposto ad ascoltarti quando sei in difficoltà».
C’è un tema di salute mentale che è cruciale per queste generazioni? Un servizio coperto non a sufficienza dal pubblico?
«È davvero necessario rendere più accessibili i servizi sanitari e, in particolare, quelli di supporto psicologico per ragazze e ragazzi. Nel sistema provinciale esistono strumenti importanti, come i consultori con accesso diretto per gli adolescenti, ma probabilmente questi servizi andrebbero fatti conoscere meglio. Allo stesso tempo, è indispensabile che i decisori politici investano nel rafforzamento degli organici: penso alla neuropsichiatria infantile, sia sul versante psicologico sia su quello psichiatrico. I bisogni sono in costante aumento e diventa cruciale intercettare precocemente le situazioni di disagio psichico. L’adolescenza è certamente un’età in cui esplodono problemi irrisolti, ma spesso i segnali sono presenti già prima. Riuscire a intervenire per tempo permette un lavoro di cura più profondo. Quando invece si arriva a situazioni di sofferenza acuta, gli interventi rischiano di essere soprattutto di gestione dell’emergenza, più che di presa in carico complessiva».
Dice che queste generazioni soffrono una società costruita sulla competizione. È un problema anche a scuola? Si confonde il merito con una competizione che danneggia gli studenti?
«Credo che in parte sia così. La scuola mantiene in alcuni casi un’impostazione che esisteva anche in passato, ma che oggi risulta accentuata da una società che chiede molto, che mette costantemente le persone a confronto. Non si tratta di semplificare i percorsi – che non sarebbe utile – ma forse di adottare uno sguardo più attento agli aspetti educativi. Capita che gli insegnanti mi dicano: “Non siamo psicologi o pedagogisti”. È vero, ma restano educatori. La relazione di insegnamento è sempre anche una relazione educativa. Accanto alla competenza disciplinare, serve attenzione alla dimensione relazionale e al contesto in cui gli studenti crescono».
C’è un problema di dialogo tra i servizi? Manca una visione di insieme per un’azione educativa e di cura più coordinata?
«Sono assolutamente d’accordo: questo è uno dei punti fragili del sistema, e riguarda anche il tema dell’integrazione sociosanitaria. Esistono servizi e direttive che vanno in questa direzione, ma un conto è dichiararlo nei documenti, un altro è renderlo effettivo nella pratica quotidiana. Spesso manca una figura che possa fungere da “case manager”, che tenga insieme i fili delle diverse situazioni e metta i servizi nelle condizioni di scambiarsi informazioni e costruire azioni condivise. Ognuno opera legittimamente nel proprio ambito – educativo, scolastico, sanitario, sociale – ma se questi pezzi restano separati si crea frammentazione. Nelle situazioni complesse, la frammentazione dei servizi rischia di rispecchiare e aggravare la frammentazione vissuta dalla persona. Il confronto e l’ascolto reciproco permetterebbero invece di avvicinarsi di più alla realtà dei bisogni».
Chi dovrebbe ricoprire questo ruolo? Gli assistenti sociali?
«In alcuni casi sì, in altri no: dipende dalla natura e dal peso della problematica. È importante avere ogni volta uno sguardo unitario, perché spesso tendiamo a incasellare le situazioni in schemi standard, mentre i disagi sono sempre unici e personali. I percorsi vanno costruiti su misura, e non solo parlando del minore, ma parlando con il minore. Ascoltarlo, coinvolgerlo, riconoscerlo come soggetto attivo è una condizione essenziale per qualsiasi intervento efficace».
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