l'intervista

sabato 12 Luglio, 2025

Marky Ramone torna a suonare in Trentino: «Eredi dei Ramones? Ancora non ci sono. Autotune? Se non sai cantare, non farlo»

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Il batterista dell’album End of the Century: «Oggi finti sold out e finti followers. Sono tutte stronzate»

«Marky Ramone viene in concerto in Trentino». La prima volta che te lo dicono, sembra uno scherzo o un caso di omonimia. La seconda volta inizi a pensare al soprannaturale. Invece, no, niente magia, niente scherzi e niente omonimia. È proprio lui, il batterista dell’album End of the Century e di brani iconici come «Pet Sematary» o «Rock N roll High School». Uno che nel 2001 è entrato nella Rock n Roll Hall of fame e che dal 1978 fino alla data del loro scioglimento è stato membro di quelli che vengono considerati i Beatles del punk: Joey, Johnny, Dee Dee e poi, dopo l’addio del primo batterista, Tommy, c’è stato quasi sempre lui (salvo qualche piccola parentesi), Marc Steven Bell, in arte Marky Ramone. Una leggenda vivente, insomma. Del resto, già in tenera età le premesse erano buone: «Quando ero un ragazzino, un amico mi accompagnò all’Ed Sullivan Show ed ebbi l’occasione di uscire con Jimi Hendrix e Jim Morrison, avevo 16 anni e stavo per compierne 17. Ero seduto lì vicino a loro, incantato, perché ero un giovane adolescente e non c’era niente di più figo. Il giorno dopo a scuola non mi credevano», aveva raccontato al T in occasione del suo concerto all’Assicura Arena di Acquaviva di Besenello (era il 2023).
Chissà se in quel momento Jim e Jimi si sarebbero mai aspettati che quel ragazzino di 16 anni, loro compagno di bevute per una notte, un giorno avrebbe inventato il punk rock, con tutto quello che ne è conseguito.
Ed oggi è proprio lui l’ultimo «fratello» Ramone (la band giocava molto sull’immagine familiare, nonostante i membri non avessero reali legami di sangue), l’ultimo custode di un’eredità musicale unica ma soprattutto della memoria delle persone che l’hanno lasciata.
Ieri sera, a distanza di 2 anni dal concerto di Besenello, lo zio d’America che tutti i batteristi vorrebbero avere è tornato a suonare in Trentino con i suoi Blitzkrieg, al Miralago di Riva del Garda.
Bentornato in Trentino, Marky, qualche novità rispetto al concerto di due anni fa?
«Grazie, è sempre bello venire qui. Non ci sono grosse novità ma qualcosina è cambiato questa volta ci siamo concentrati più sul repertorio dei Ramones, senza indugiare su brani nuovi, perché alla fine il pubblico vuole sentire i classici».
È stata sua la scelta di tenere l’ingresso libero?
«Sì è una mia scelta condivisa con l’organizzazione, volevamo offrire al pubblico un concerto vero senza una produzione enorme dietro, senza backing track (basi strumentali ndr), senza autotune, sample. Solo musica fatta dal vivo con i nostri strumenti, uno scambio diretto tra noi e chi viene ad ascoltarci».
Sembra chiaro che non le piacciono l’autotune e le ultime evoluzioni tecnologiche in ambito musicale.
«L’autotune decisamente non mi piace. Se non sai cantare non farlo, ci sono tante altre possibilità. L’intelligenza artificiale nella musica, invece ad esempio è uno sviluppo tecnologico che potrebbe avere applicazioni interessanti, bisogna vedere come verrà utilizzato. Ora siamo all’inizio».
Ma c’è qualche band di nuova generazione che potrebbe raccogliere l’eredità dei Ramones?
«Ci sono tante band valide ma io sto ancora aspettando non i nuovi Ramones ma qualcuno che riesca a fare qualcosa di innovativo come lo facevamo noi o i Beatles e che riesca ad avere la stessa influenza».
E cosa serve per arrivare a quel punto?
«Devono essere originali e per farlo hanno bisogno di andare in tour, incontrare altri musicisti, creare rete. È difficile che ci sia un posto che diventi riferimento come lo era il Cbgs (locale nel cuore di Manhattan dove i Ramones si esibivano e che fu la culla della scena punk ndr) per noi o Seattle per la scena grunge. Però è importante suonare dal vivo e vedere le persone faccia a faccia, non attraverso un sito web».
Recentemente c’è stato il concerto di addio alla musica di Ozzy Osbourne, avete mai avuto contatti?
«No, non ci siamo mai incontrati, non sono mai stato un fan dell’heavy metal e non ho visto tanto del concerto, ma sicuramente lo rispetto come artista».
E che cos’è che le piace ascoltare nel suo tempo libero?
«I Beatles sono la mia band preferita, ma poi ci sono i Beach Boys, Chuck Berry, tutti i grandi della scena rock inglese, Sinatra e qualcosa della scena grunge».
E proprio quella grunge viene considerata l’ultima vera scena rock nella storia della musica, secondo lei chi erano i migliori tra Nirvana, Pearl Jam, Alice in Chains, Screeming Trees, Soundgarden e tutti gli altri?
«I Soundgarden senza dubbio, ho avuto anche l’opportunità di conoscere Chris Cornell, prima del suo suicidio. È salito sul palco con noi anche al nostro ultimo concerto al Palace di Hollywood a Los Angeles. È passato tantissimo tempo (era il 1996 ndr) ma ho un bel ricordo di lui. Era un bravo ragazzo, una persona molto umile e gentile».
Quali sono i suoi ricordi più belli con Dee Dee, Joey e Johnny?
«Abbiamo fatto 1700 concerti in tutto il mondo, eravamo molto legati, ci sono stati tanti bei momenti. Eravamo tutti diversi ma ognuno aveva quel qualcosa che rendeva il gruppo speciale»
Ad esempio?
«Dee Dee era il mio migliora amico, era quello un po’ più matto, in senso buono e per questo mi piaceva. Joey era più riservato e Johnny era quello che amava il baseball ed Elvis Presley (ride), ma anche lui era un introverso, alla fine».
E cosa facevate quando non suonavate?
«Andavamo al Cbgcs a New York, dove avevamo molti amici e stavamo in compagnia. Oppure molto spesso andavamo al cinema a vedere qualche film».
E qual è il suo film preferito?
«Alien, il primo. Mi è piaciuto molto anche il secondo, il terzo era decente, gli altri poi non mi hanno fatto impazzire. Ma il primo era un gran bel film».
Le canzoni più belle dei Ramones?
«I wanna be sedated, Sheena was a punk rocker e Rock n roll High school, queste sono le mie preferite. Tra quelle che ho scritto io Anxiety, racconta un momento particolare della mia vita».
E la sua canzone preferita in assoluto?
«Be my baby dei Ronettes, mi piace la produzione, la batteria, tutto quanto».
Ultimamente in Italia si parla tanto di finti sold out, lei cosa pensa di questo fenomeno?
«Ho visto molti post sui social al riguardo, si vede chiaramente che ci sono artisti che annunciano il sold out e poi stanno davanti a una folla che è tutt’altro che da tutto esaurito o che non è la loro. Oppure c’è chi arriva dal nulla e si trova con migliaia o milioni di followers sui social all’improvviso. Non mi piace questa roba, mi sembrano tutte stronzate. Però auguro a tutti gli artisti il meglio per la loro carriera».
L’industria sta passando troppo sopra l’arte? Come se ne esce?
«Dipende dall’artista, si può scegliere di avere un proprio management e un’etichetta più piccola, per avere più libertà. Oppure si può scegliere di andare con una major che ti promuoverà di più finché servirai. Dipende da quello che vuole ognuno».
Lei ha un legame molto forte con l’Italia, cosa le piace del nostro Paese?
«Ho una casa in Toscana, dove torno tutti gli anni. Mi piacciono le persone, l’atmosfera, il cibo. Ho molti amici in Toscana… e anche qualcuno qui in Trentino (ride)».