Giustizia
mercoledì 11 Marzo, 2026
Mara Cagol, una perizia balistica per svelare il mistero di Cascina Spiotta. L’obiettivo è fare chiarezza su come morì la trentina
di Paolo Morando
A cinquant’anni dalla sparatoria la difesa di Mario Moretti sollecita una perizia per definire la dinamica del conflitto a fuoco
Una perizia balistica che accerti finalmente, a oltre cinquant’anni di distanza dai fatti, la dinamica della sparatoria alla Cascina Spiotta in cui morirono l’appuntato dei carabinieri Giovanni D’Alfonso e la trentina Margherita Cagol, fondatrice delle Brigate Rosse. È stata chiesta ieri, al processo in corso in Corte d’assise ad Alessandria, al termine dell’udienza in cui erano chiamati a deporre Luigi Lasala, ex dirigente del Gabinetto di Polizia scientifica di Piemonte e Valle d’Aosta (che prese parte all’autopsia sul corpo della brigatista), e l’appuntato dell’Arma Domenico Palumbo, all’epoca dei fatti (5 giugno 1975) in servizio al Radiomobile di Acqui Terme.
L’accertamento scientifico è stato chiesto dalla difesa di Mario Moretti, che figura tra gli imputati al pari dell’allora marito di Margherita Cagol, Renato Curcio, benché entrambi non fossero presenti quel giorno alla Spiotta, dove le Br tenevano in ostaggio l’imprenditore vitivinicolo Vittorio Vallarino Gancia, sequestrato il giorno nel primo rapimento brigatista messo in atto a scopo di autofinanziamento. La Corte, presieduta con estremo equilibrio dal presidente Paolo Bargero, per ora si è riservata la decisione.
La perizia verrà disposta o meno dopo l’udienza già fissata per il 28 aprile (quella del 24 marzo è saltata per via del referendum, che vedrà occupati anche gli uffici giudiziari della città piemontese), quando sarà la volta delle deposizioni degli imputati: a partire da Lauro Azzolini, il principale accusato, che lo scorso anno fin dalla prima udienza ha ammesso che era lui il brigatista presente quel giorno con Cagol alla Spiotta, da cui fuggì senza essere identificato. È improbabile invece che si presentino Curcio e Moretti, che finora in aula non si sono mai visti. Alla richiesta dell’avvocato Francesco Romeo si sono immediatamente associati anche quelli di Curcio e Azzolini, Vaimer Burani e Davide Steccanella.
È un punto importante, quello richiesto dalle difese. In tutte le ricostruzioni su quanto avvenne quel giorno mancano infatti le evidenze scientifiche necessarie per definire la dinamica dei fatti. Le indagini dell’epoca, infatti, furono quanto mai approssimative: con sul campo due corpi senza vita, e il forte sospetto di una “esecuzione” della giovane trentina già arresasi ai carabinieri duramente colpiti (un morto e due feriti gravi, il tenente Umberto Rocca e il maresciallo Rosario Cattafi), si scelse evidentemente di non approfondire le modalità che portarono all’intervento di uomini della Tenenza di Acqui senza attendere l’arrivo del Nucleo Antiterrorismo del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa.
Non a caso la Procura e le parti civili, il pm Emilio Gatti e gli avvocati Sergio Favretto, Nicola Brigida e Guido Salvini, quest’ultimo già magistrato, si sono opposti alla richiesta. Il sostituto procuratore Gatti anche con una mezza gaffe, affermando l’inutilità di tale esame a cinquant’anni dai fatti, gli avvocati sostenendo invece che i materiali su cui eventualmente la perizia dovrebbe avvenire (armi, proiettili, bossoli) sono stati distrutti. Ma Romeo ha replicato che recentemente un’analoga operazione è stata compiuta per quanto avvenne in via Fani nel caso del rapimento di Aldo Moro, benché pure in quel caso il tempo trascorso sia paragonabile.
Un altro risultato (inatteso) portato a casa dalle difese è l’accoglimento della loro richiesta di sentire in aula, come testimone, lo storico Marco Clementi, che da anni studia le Brigate Rosse. Il presidente Bargero lo ha fatto con una motivazione eloquente, pressapoco questa: finora in aula abbiamo sentito la storia ricostruita dai carabinieri, è giusto che anche gli imputati possano arrecare un analogo contributo attraverso i loro consulenti. Anche nel caso di Clementi, a suo tempo, Procura e parti civili si erano opposte, richiedendo in subordine (Salvini e Brigida) l’esame di un proprio consulente, e indicando l’ex magistrato Armando Spataro, già procuratore aggiunto a Milano. Nella prossima udienza del 14 aprile sarà quindi sentito pure lui, benché mai abbia indagato sulle Br prima del 1975. E nonostante le ruggini che in anni recenti lo hanno visto contrapposto proprio all’ex collega Salvini.
Le testimonianze di Palumbo e Lasala non hanno invece portato particolari novità. E in realtà è forse proprio per questo che le difese hanno giocato la carta della richiesta di una perizia balistica. Mentre Lasala ricordava solo «vagamente» di aver preso parte all’autopsia, e comunque limitandosi allo scatto di alcune fotografie del corpo di Cagol ad esame concluso, più vivaci sono state le dichiarazioni dell’ex appuntato ottantottenne, che ha ripercorso le fasi del suo arrivo alla Spiotta: fu lui stesso a liberare l’ostaggio (che ha sempre definito “il dottor Vittorio”, a conferma del rispetto di cui l’imprenditore godeva in zona), rischiando addirittura di ferirlo con l’intenzione (poi non realizzatasi) di sparare verso il portone chiuso dietro al quale si trovava imprigionato, temendo vi fossero altri sequestratori.
Meno definita invece la ricostruzione di Palumbo circa le azioni dei colleghi carabinieri Prati e Regina, che trovò già sul posto, e soprattutto a proposito di Pietro Barberis, che sparò il colpo mortale a Cagol: di quest’ultimo, ha detto addirittura che «scappò in ambulanza» e che poi per anni non parlò mai a nessun collega di quanto era accaduto (né Palumbo mai gli chiese dettagli). Curioso invece il suo ricordo della Spiotta e dei suoi occupanti: l’Arma, sulla base di dicerie di paese, si era convinta che in quella cascina girassero tanti giovani perché, testuale, vi si tenevano orge. «Magari si fossero fatte solo orge», ha commentato il pm Gatti, comunque scusandosi immediatamente della battuta. Palumbo ha infine confermato che ritrovò la Beretta di D’Alfonso solo diversi giorni dopo la sparatoria nel baule di un’auto di servizio, lì riposta proprio dal collega Prati violando ogni procedura. E ha rivelato che, quando arrivarono in elicottero, Dalla Chiesa e il giudice Caselli presero di fatto possesso di parte di un albergo, conducendo da lì le indagini senza mai rapportarsi con magistrati e carabinieri locali.
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