Il funerale
martedì 16 Luglio, 2024
L’ultimo saluto all’ex parlamentare Ferrandi: «Addio Alberto, uomo esigente»
di Alberto Folgheraiter
Il ricordo commosso del figlio: «Appassionato e non facile»
Funerale laico per Alberto Ferrandi, l’ultimo comunista fieramente berlingueriano che se ne è andato alla soglia degli 83 anni. Gli ultimi sette vissuti sul piano inclinato della perdita dei ricordi e della memoria di una vita di appassionato impegno politico e di sconfinato amore per la famiglia. Tocca al figlio Andrea rammentare e rammendare le «passioni che (papà) ha potuto coltivare grazie ad una grande donna, grazie a mamma Grazia, che ha condiviso con Alberto tali passioni e lo ha supportato e sopportato per oltre 50 anni e chi lo ha conosciuto bene sa che il carattere del nonno (dice rivolto ai nipoti) non era semplice». Racconta che, tra le tante immagini dell’attività politica di suo padre, sulle pareti di casa ci sono quelle con Nilde Iotti e con Enrico Berlinguer. «La prima volta che ho visto piangere i miei è stato proprio all’annuncio della morte del segretario generale del Pci» (11 giugno 1984). Tempi di «passioni intrecciate perché per Alberto la politica è sempre stata la vita e la vita è sempre stata la politica». La svolta della Bolognina, lo scioglimento del Partito comunista Italiano (3 febbraio 1991) e la trasformazione nel Partito Democratico della Sinistra (Pds) aleggia ancora sotto le volte di questo tempio del commiato laico. Non c’è alcun consigliere provinciale del Pd, il partito in qualche modo erede di quello strappo che portò alla nascita di Rifondazione comunista (Alberto Ferrandi con altri 8 parlamentari si rifiutò di aderire al Pds). Certo, i sette cavalieri dell’opposizione erano ancora ragazzini in quella stagione di accesi contrasti ma di dibattito appassionato e leale. Ci furono contraccolpi anche in casa Ferrandi, come ricorda Beppe, il nipote, la «diaspora familiare della Bolognina». Per un anno «Alberto e lo zio Caco si incontravano a Rovereto poiché non volevano incontrare a Mori i nipoti che avevano optato per il Pds». Beppe Ferrandi, sottolinea senza reticenze che lo zio era «perennemente incazzato. Un modo con il quale evidenziava le sue posizioni, le forme di dissenso nei confronti dell’evoluzione politica, le sue degenerazioni. Non era accomodante. Esigeva moltissimo, prima di tutto da sé stesso».
Da segretario della Federazione del Pci di Trento (1975), a segretario regionale del Pci/KPI, da parlamentare (1986-1992), Alberto Ferrandi – sottolinea il nipote – ha sempre avuto a cuore l’autonomia speciale del Trentino-Alto Adige «e non è stato facile portare su questa strada il Pci che era fieramente nazionalista, anzi internazionalista».
Quanto a Enrico Paissan, che con Ferrandi fu funzionario del Pci trentino, rammenta commosso un viaggio in «Fiat 500» delle due coppie (Ferrandi-Paissan) in Bulgaria attraverso i Balcani dove negli anni Settanta la cortina di ferro e il socialismo reale avevano instillato più di qualche apprensione negli spensierati viaggiatori trentini. Silvano Bert ricorda che con Alberto Ferrandi aveva una visione diversa nell’interpretazione del compromesso storico (il tentativo del Pci, negli anni Settanta, di trovare un accordo di governo con la Democrazia Cristiana) eppure tra di loro pur tra vivaci dibattiti ci fu molto rispetto. Per concludere che erano tempi di passione politica mentre oggi domina l’indifferenza. Al papà che se ne va per l’ultimo viaggio, Andrea dedica una poesia di Mariangela Gualtiero. L’ultima immagine del funerale laico di Alberto Ferrandi è il gesto dolce di Graziella, attorniata dai figli Andrea, Alessandro e Nicola, che leva dalla tasca la bandiera del Pci e la pone come un sudario sulla cassa di legno chiaro del suo amato compagno, dell’ultimo comunista berlingueriano.
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