Il lutto
sabato 17 Gennaio, 2026
L’ultimo saluto a Silvano Bert: «Ci hai insegnato a parlare senza paura»
di Alberto Folgheraiter
Funerale molto partecipato quello dell'ex professore delle Iti. La figlia Chiara: «Per te era importante la scuola, lo dicono i tuoi ex studenti»
«Ci hai insegnato a parlare ai funerali, perché ricordare le persone anche pubblicamente è importante, ci dicevi. Come ci hai insegnato a non aver paura di prendere la parola in un’assemblea, a esprimere il nostro pensiero, ascoltando con rispetto le opinioni degli altri. E ci hai insegnato che il confronto acquista un senso profondo se avviene non con chi ci è simile, ma con chi è diverso da noi». È la figlia Chiara, giornalista, a pronunciare l’orazione funebre per il papà Silvano Bert, nel funerale che ieri pomeriggio ha affollato di politici, ex studenti dell’Iti e giornalisti, la pur capiente chiesa di S. Antonio a Trento. Ed è il figlio, Francesco, a raccontare il «papà privato», esigente oltre misura, che di fronte a un risultato di “distinto” all’esame di terza media, disse al figlio: «Francesco, tu dovevi prendere ottimo». O quando l’arbitro di calcio estraeva il cartellino giallo, gridava dalla tribuna: «Dallo rosso quel cartellino, perché se lo merita ed è mio figlio».
Francesco racconta che «a volte avevo fatto fatica ad accettare questa figura di padre» tanto da aver deciso, dopo la laurea all’università di Bologna, di staccarsi da quel genitore ingombrante e andare nel mondo a mettere in pratica l’insegnamento ricevuto: dare una mano ai più deboli. Dall’Europa all’America, dall’Africa al Medio Oriente. E dalla Giordania, dove è impegnato con una missione dell’Unhcr dell’Onu, Francesco Bert è rientrato l’altra notte, in tempo per salutare papà che lo ha atteso prima di attraversare la soglia del tempo. «Ci siano riconciliati, ci siamo riconciliati bene e ci siamo riconciliati parlando» ha raccontato Francesco. «E allora volevo solo ricordare un momento, un piccolo scritto che ci dedicò per il nostro matrimonio, cinque anni fa. È il passaggio di un antropologo, Ernesto De Martino, del 1965: “Io penso che la nascita, il matrimonio, la morte abbiano bisogno di essere adeguatamente solennizzati, anche in una società socialista, e provo orrore all’idea che tutto si riduca a un atto burocratico di fronte a uno sportello”».
E Chiara, la figlia: «Abbiamo sempre saputo quanto contava per te la scuola. L’abbiamo visto con i nostri occhi e lo vediamo anche oggi, nelle parole dei tuoi ex studenti. Gli studenti a cui leggevi il giornale in classe. Gli studenti che portavi sotto le finestre del carcere per dire loro che non si butta mai via la chiave. Ci hai trasmesso papà il senso dell’impegno nella politica, nella società, nella Chiesa. Ci hai fatto capire che quello che avviene attorno a noi ci riguarda, anche se accade lontano. Che portare il nostro granello di sabbia conta. Che è importante avere fiducia nelle istituzioni, anche quando le critichiamo». Ha raccontato del papà, nonno di Andrea, della sua decisione di socializzare la malattia dicendolo apertamente agli amici, agli ex compagni di liceo (don Marco Morelli ha ricordato gli incontri annuali con una ventina di condiscepoli nel seminario diocesano), agli ex compagni nel Pci, il partito comunista italiano. Nel quale ha militato, controcorrente, contestandone spesso certe scelte.
Del resto Silvano Bert è sempre stato un libero pensatore e, come tale, un bastian contrario. Un contestatore senza tentennamenti. A volte un po’ sopra le righe, come quando denunciò con una lettera a Repubblica la decisione del parroco di Sant’Antonio di alzare una sorta di muro di Berlino per tener fuori i senzatetto. Don Severino Vareschi non ne aveva colpa, in verità. E tuttavia, ieri, al funerale, ha avuto parole di stima e di affetto per quel suo parrocchiano spesso sulle barricate. «Silvano è stato uomo di fede, permettetemi di dire anche di Chiesa, ma non soltanto a livello di opinione o di ambiente sociale». E ancora: «Un puro di cuore, Silvano, se vogliamo fare eco al brano del Vangelo, che sicuramente vede Dio. Un operatore di pace, davvero figlio di Dio, un affamato e assetato di giustizia, ora saziato personalmente, ma crediamo voglia lasciarci in eredità questa sua fame e questa sete di giustizia».
«Giustizia e pace sono state parole che davvero hanno dato forma al suo impegno e al suo progetto politico. Ma anche misericordia e verità. Abbiamo certamente fatto fatica tante volte, lo dico anche personalmente e come comunità, ad accettare tanti suoi stimoli, le sue istanze, la sua dialettica esigente, certo che Silvano non rimuoveva il conflitto. Anzi lo accettava come una dimensione oggettiva, ineliminabile, ma un elemento di verità, un processo generativo. Tuttavia viveva il conflitto, quando era il caso, mai con acredine, anzi con un desiderio di arricchimento vicendevole e sempre con un investimento di fiducia nell’altro, pure magari nel disaccordo. Del resto lo sappiamo, era un buono Silvano».
Ed è arrivato da un pastore protestante, da Salvatore Peri, il riconoscimento ultimo a Silvano Bert «che è e sarà e resterà perché è un seme. Il seme per la riconciliazione, chiave di volta della speranza di tutti i credenti». Un altro libero pensatore che se ne va, un pungolo fastidioso per le pigrizie della Chiesa. Alla quale chiedeva profezia. Come il suo amico Marcello Farina, del resto.