La storia
mercoledì 7 Gennaio, 2026
Lorenzo Capozzi, l’artigiano del cuoio a Levico Terme: «Ogni pezzo nasce dal gesto e dalla pazienza, non dalla produzione in serie»
di Alice Fabbro
Dalle borse alle lampade, dalle cinture agli oggetti decorativi, la bottega racconta una storia di dedizione familiare, passione per il cuoio e artigianalità tramandata dal padre negli anni Quaranta, con un laboratorio aperto ai curiosi dove la manualità si trasforma in arte
A Levico Terme c’è una porta che, quando si apre, racconta una storia fatta di pelle, di silenzio operoso e di una dedizione che sta diventando rara. È la porta della Bottega Artigiana di Lorenzo Capozzi, artigiano del cuoio specializzato in oggetti che vanno dalle borse alle cinture e persino alle lampade. Uno di quegli spazi dove il tempo sembra rallentare e dove ogni oggetto nasce da un gesto preciso, ripetuto fino a trasformarsi in arte. In un mondo che corre verso la produzione in serie, qui tutto è ancora rigorosamente fatto a mano, con la stessa pazienza che da generazioni tiene in vita un mestiere antico, sulle orme del padre arrivato a Levico ancora negli anni Quaranta.
Da dove nasce la sua storia artigiana?
«La mia storia comincia negli anni ’50, con mio papà che faceva il calzolaio. Ho iniziato nel suo negozio di calzature, aiutandolo. Poi, con il tempo, le scarpe hanno lasciato spazio all’artigianato artistico, ma il materiale è rimasto lo stesso: la pelle. Ho provato altri lavori, certo, ma la passione mi ha sempre riportato qui. Il primo e unico maestro è stato proprio mio padre. Anche se le lavorazioni erano diverse, da lui ho imparato tutto: precisione, pazienza, rispetto della materia. Il resto è arrivato provando, sbagliando, riprovando».
È legato a Levico Terme?
«Si, sono nato e cresciuto qui. Mio papà viene da Sorrento e si è stabilito a Levico nel 1946, dopo la guerra; mia mamma invece è levicense. Questa bottega è parte della storia della mia famiglia e parte della storia del paese. Nel corso degli anni ho provato a spostarmi temporaneamente nel centro di Levico, mentre ristrutturavo il negozio attuale. Ma lì mi sono accorto che dedicare tempo alle persone che entravano incuriosite, anche solo per dare un’occhiata, significa sottrarre tempo al lavoro vero e proprio, tanto che spesso ero costretto a lavorare a porte chiuse per riuscire ad andare avanti. Ho partecipato anche a qualche mercatino artigianale, ma lavorare all’esterno era complicato: il tipo di lavorazione ne risentiva e non riuscivo ad avere la stessa concentrazione che ho qui, nel mio spazio».
Lavora completamente da solo?
«Si. Negli anni qualcuno si era interessato a imparare, ma non potrei permettermi un apprendista. E poi questo mestiere è come uno strumento musicale: non lo si impara subito. Richiede dedizione e passione. Se un giorno qualcuno vorrà davvero dedicarsi a tutto questo, sarò felice di dare qualche consiglio. All’inizio il lavoro non arriva subito e gli errori sono inevitabili. Fa parte del percorso. L’importante è non fermarsi al primo sbaglio, non lasciarsi scoraggiare quando qualcosa non riesce. È proprio attraverso i tentativi, anche quelli imperfetti, che si costruisce la manualità e si impara davvero il mestiere».
Cosa rende unici i suoi pezzi?
«In bottega non esistono macchine da cucire: ogni creazione parte da uno stampo in cartone, ritagliato a mano, e finisce con cuciture eseguite punto dopo punto. Il pellame arriva dalla Toscana, vera pelle conciata al vegetale. Il cliente, quando mi chiede un oggetto nuovo, mi stimola. Mi obbliga a inventare, a uscire dagli schemi. È questo che rende unico ogni pezzo. Borse, cinture, oggetti decorativi e perfino lampade in cuio e legno: la bellezza sta nella varietà, nel lasciare che le idee trovino forma, senza fretta e senza produzione in serie. Le macchine velocizzerebbero ma toglierebbero l’anima. Io voglio che ogni pezzo sia personale. È più facile innamorarsi di un oggetto unico».
Qual è il segreto del mestiere?
«La pazienza. Non ci sono veri segreti: bisogna avere pazienza, accettare gli errori e continuare a provare. La manualità fa la differenza, ma la acquisisci solo con il tempo. È così che si impara davvero».
È un mestiere destinato a scomparire o a trasformarsi?
«Non sparirà. Cambierà, questo sì. Arriveranno nuovi materiali, nuove tecniche, magari anche il sintetico avrà un ruolo diverso. L’importante è mantenere viva la fantasia e la voglia di sperimentare. Oggi le persone hanno smarrito il senso della manualità. Non si distingue più il vero dal finto. Molti non credono che io faccia tutto a mano. Per questo ho spostato il laboratorio dentro al negozio: il tavolo da lavoro è qui, davanti a tutti. Così vedono, chiedono, capiscono e soprattutto si meravigliano».