L'editoriale
sabato 28 Marzo, 2026
Lo shock dello stretto di Hormuz
di Andrea Fracasso
In Italia il dibattito si è finora soffermato sui prezzi del carburante. Ma il Paese non si colloca in un vuoto pneumatico: se non si trova una soluzione, anche noi dovremo fare i conti con una crisi economica (e forse finanziaria) in molti Paesi del mondo
In questi giorni il Centro Studi Confindustria ha prodotto delle stime sull’effetto economico della crisi nel Golfo sull’Italia. Lo scenario baseline, nel complesso benevolo, parte dall’assunzione che la guerra possa concludersi entro la fine di marzo 2026. Per quanto riguarda la crescita del Pil, il Centro prevede un +0,5% per il 2026 (con una riduzione di 0,2% rispetto alle previsioni autunnali per il 2026) e +0,6% per il 2027. Questi valori peggiorano negli scenari più negativi, ovvero nel caso in cui la guerra duri fino a giugno (0% per il 2026 e +0,1% il 2027) e con nove mesi di guerra (-0,7% per il 2026 e -0,1% per il 2027), al netto di possibili interventi di politica economica.
L’inflazione ne risentirebbe, ovviamente al rialzo, anche in questo caso in modo più che proporzionale con la durata del conflitto.
Le previsioni baseline (con la guerra conclusa a fine marzo) si basano sull’assunto che rimanga operativa nell’anno una quota del 70% dei prodotti che passano attraverso lo Stretto di Hormuz, con una limitata distruzione della capacità produttiva. Una produzione sufficiente ad assicurare il soddisfacimento della domanda mondiale di petrolio e compatibile con un prezzo del Brent a 78 dollari nel 2026 (+ 13% sul 2025 e + 25% sulle previsioni autunnali per il 2026) e a 65 dollari nel 2027. Per il gas, il Centro prevede il ritorno ai fondamentali ribassisti con una quotazione in Europa di 41 euro/mwh nel 2026 (+ 28% sullo scenario autunnale, più bassa dei 50 euro/mwh registrati a inizio marzo 2026), diretta a scendere a 30 euro nel 2027. Il commercio mondiale di beni è infine previsto in crescita modesta grazie all’espansione delle economie emergenti, con l’eccezione dei Paesi del Golfo interessati dal conflitto. Anche nell’ipotesi di una guerra che duri quattro mesi, il Centro prevede infatti una crescita del 3,8% per i Paesi emergenti, contro il 4,1% della baseline.
Queste previsioni sono basate su modelli economici «tarati per il tempo buono». Il punto è che, oltre una certa soglia di durata e intensità del conflitto, lo shock potrebbe passare da un «semplice» rincaro energetico a un problema di disponibilità e il prolungarsi della crisi di Hormuz potrebbe condurre a una crisi economica di proporzioni più significative. L’aggiustamento del mercato avverrebbe attraverso la «distruzione della domanda» di prodotti energetici, causata dai prezzi elevati e dall’indisponibilità dei beni, invece che da una maggior produzione nei luoghi dove l’estrazione diventa conveniente a prezzi di mercato più elevati. La chiusura quasi totale e prolungata dello Stretto, unitamente ai vincoli di raffinazione e distribuzione (non solo estrazione) e all’aumento dei noli e delle assicurazioni sul traffico marittimo, può quindi impattare in modo sostanziale sull’attività produttiva nel mondo.
Alcuni Paesi più esposti hanno recentemente introdotto forme di razionamento o di riduzione consigliata dei consumi. Non solo Paesi piccoli o a basso reddito, come lo Sri Lanka che ha ridotto la settimana lavorativa a 4 giorni. La Corea del Sud, che importa il 70% del petrolio attraverso lo Stretto, ha adottato forme di limitazione al consumo (targhe alterne, lavatrici nel weekend). Mercoledì 25, le Filippine hanno dichiarato l’emergenza nazionale. Questi episodi in alcuni Paesi importatori non dimostrano ancora la presenza di problemi di scarsità generalizzata, ma indicano il tipo di tensioni a cui una crisi prolungata esporrebbe l’economia mondiale.
Il dibattito italiano si è finora soffermato sugli effetti della crisi sui prezzi del carburante e di alcune materie prime. Si è infatti ben compreso l’impatto inflazionistico dello shock, sia nell’immediato sia nel medio termine. Le imprese che si erano mosse per esportare nel Golfo, inoltre, hanno espresso preoccupazione per le difficoltà a servire questi nuovi mercati. Ancora poco, invece, si è riflettuto sul fatto che, qualora lo Stretto di Hormuz rimanesse chiuso ai traffici per lungo tempo, nel mondo si verificheranno importanti fenomeni di scarsità, per gas, petrolio e prodotti derivati dal petrolio o associati con la raffinazione. Già ora, anche a causa di picchi di domanda dovuti a panico/precauzione, si sono viste tensioni sui mercati di prodotti come nafta, diesel, zolfo, urea, etilene, metanolo, elio… con implicazioni su metalli, plastiche, fertilizzanti e cibo, prodotti elettronici. Alcuni Paesi hanno già imposto limitazioni alle esportazioni di merci che potrebbero risultare scarse, aggravando i rischi che questo scenario si possa verificare.
Quello che ancora non sembra essere stato pienamente compreso è che l’Italia non si colloca nel vuoto pneumatico. Anche qualora, come è probabile, non si verificassero nel nostro Paese problemi di scarsità (assumendo la tenuta dei contratti di fornitura di lungo periodo, la capacità di acquistare a prezzi elevati e una ulteriore diversificazione nell’approvvigionamento), l’Italia dovrà comunque fare i conti con una crisi economica (e forse finanziaria) in molti Paesi del mondo.
Inoltre, oltre alle tensioni nei Paesi a basso reddito che importano prodotti energetici, l’impatto inflazionistico potrebbe tradursi in un generalizzato aumento dei tassi di interesse che, a sua volta, potrebbe ridurre gli investimenti e aumentare i problemi nel servizio dell’elevato debito (pubblico e privato) accumulato in questi decenni. Anche i progetti delle aziende americane per sviluppare data center e centri di calcolo per i nuovi modelli di Ai potrebbero risentire dell’aumento dei prezzi e della disponibilità dei beni intermedi. Un canale forse secondario rispetto a quelli menzionati in precedenza ma che, data l’importanza dell’Ai nella crescita americana, potrebbe contribuire ad aggravare le difficoltà.
Se i traffici attraverso lo Stretto di Hormuz non riprenderanno al più presto, quindi, l’economia mondiale rischierà uno shock inflazionistico e una recessione davvero importanti, con possibili gravi tensioni finanziarie. È possibile che, durante le negoziazioni con gli Stati Uniti, l’Iran lasci uscire più petrolio e gas verso i Paesi non ostili, in particolare India e Cina. Questo sarebbe positivo perché ridurrebbe le tensioni sui mercati energetici mondiali, collegati tra loro nonostante elementi di segmentazione. L’Europa, tuttavia, non ne beneficerebbe direttamente e questo non aiuterebbe i Paesi del Golfo a garantire i contratti a lungo termine per le forniture ai Paesi europei. È quindi giusto, come ha fatto il Centro Studi Confindustria, ragionare in termini di scenari alternativi, associando scenari moderatamente pessimisti a una baseline rassicurante. Tenere a mente scenari più decisamente negativi potrebbe comunque essere opportuno e darebbe un incentivo ulteriore, se ce ne fosse bisogno, a trovare una rapida soluzione diplomatica al conflitto.
*Professore ordinario di Politica economica all’Università di Trento