Il fenomeno
giovedì 29 Gennaio, 2026
L’allarme della psicologa Giulia Tomasi: «Scommesse e gioco d’azzardo fuori controllo, ci sono ventenni con trentamila euro di debiti»
di Serena Torboli
Il documento alla Commissione politiche sociali del Comune: «In Trentino il giocato supera 850 milioni di euro all’anno»
«Il gioco d’azzardo è più ampio di quello che immaginiamo: non riguarda solo l’anziano allo sgabello del tabacchino, ma oggi interessa giovani e giovanissimi e mette in ginocchio le famiglie». È quanto ha raccontato ieri nella sua relazione Giulia Tomasi, psicopedagogista, psicoterapeuta e responsabile del settore Cura da dipendenza gioco d’azzardo nell’associazione Auto mutuo Aiuto, alla Commissione politiche sociali del Comune di Trento, per far luce su un fenomeno che gode di un mercato fiorente.
Il mondo dell’azzardo è un sistema complesso che non si esaurisce nella definizione clinica di dipendenza. «È un fenomeno che nasce a livello individuale ma che ha un impatto enorme sulle famiglie e attraversa la politica da più punti di vista». Un intreccio che rende ancora più significativa — ha sottolineato — la battaglia condotta a Trento sul distanziamento dai luoghi sensibili, «una delle pochissime realtà in Italia riuscite davvero a portarla avanti».
Per capire l’espansione dell’azzardo bisogna tornare indietro nel tempo. «Prima degli anni Duemila, per giocare bisognava andare nei casinò, a Campione, a Venezia: luoghi circoscritti». Poi qualcosa cambia. «Tra il 2009 e il 2010 la politica liberalizza slot machine e videolotterie: giochi molto più aggressivi, pensati per aumentare il giocato». Nel giro di pochi anni, il problema della dipendenza cresce in modo vertiginoso: sul territorio trentino, nel 1999 l’associazione Ama attiva il primo gruppo per giocatori e familiari, poi nel 2012-2013 i gruppi diventano otto in tutta la provincia, di cui tre solo a Trento. «Qui non è la domanda che crea l’offerta, ma il contrario: sono giochi studiati per rendere le persone dipendenti».
L’intreccio con le responsabilità di chi rende queste pratiche più abbordabili porta, nel 2012, al decreto Valduzzi: la dipendenza da gioco entra nei Lea: «In sostanza lo Stato riconosce che crea il problema e che deve anche curarlo».
I numeri raccontano l’enormità del fenomeno. Nel 2021 in Italia si sono giocati 111,7 miliardi di euro, nel 2022 si sale a 136 miliardi, nel 2023 oltre 150, nel 2024 più di 157. «Parliamo di circa il 7% del Pil nazionale, con una spesa pro capite di 3.000 euro». In Trentino, nel 2024 il giocato supera gli 851 milioni di euro, in crescita del 5%: «Siamo un territorio con dati più bassi rispetto ad altre aree del Paese, ma restano cifre enormi».
Intanto il gioco cambia pelle: «La nuova frontiera sono le scommesse sportive, che intercettano giovani e giovanissimi. Non ti promettono di diventare ricco con una giocata, ma di ottenere un’entrata extra se sei bravo e continui».
Anche il divieto di pubblicità introdotto dal decreto Dignità viene aggirato. «La pubblicità esiste ancora, solo che è camuffata: siti che si presentano come di informazione o legati a statistiche sportive, e poi, guarda caso, permettono anche di scommettere». Per questo, ribadisce, la responsabilità politica è centrale: «Sta alla politica creare condizioni che dissuadano o che aiutino chi vuole smettere».
Il richiamo anche al mondo della stampa, chiedendo di non dare spazio alle maxi vincite: «Altrimenti dovremmo anche dire che, a quel tabacchino, un’altra persona ha perso migliaia di euro e ha ridotto la sua famiglia in rovina». «L’azzardo è una tassa sulla speranza», ripete con convinzione. «Giocano le persone che hanno più bisogno e perdono di più».
Oltre metà del gioco oggi è online: scommesse, trading, poker notturno. Anche i minorenni, nonostante i divieti, entrano facilmente nel meccanismo, specie se legato allo sport. «Non scommettono solo sul risultato, ma su micro-eventi: corner, falli. Non fortuna, ma presunta abilità».
Fare prevenzione, conclude, significa riconoscere che l’azzardo non è più quello di vent’anni fa. «Dietro ogni numero ci sono le storie delle persone che vediamo: ad esempio di ragazzi di vent’anni con 30mila euro di debiti».