L'editoriale

lunedì 9 Febbraio, 2026

L’accoglienza olimpica che ci fa riflettere

di

È stato detto tante volte: il Trentino è una terra ospitale che fa sentire a casa chi viene da fuori. A Tesero e Predazzo i residenti hanno deciso di farsi stranieri a sé stessi, e non è la prima volta che succede

Alessandro abita con la moglie a ridosso delle piste di fondo di Lago di Tesero e già da diversi anni, ogni volta che c’è una competizione internazionale, accoglie i tifosi a casa sua. Non poteva certo perdersi l’appuntamento delle Olimpiadi: la prossima settimana arriverà una famiglia norvegese nella dimora del «boss» di Lago, che nella vita di tutti i giorni è un dipendente Inps. Antonella ha lavorato tutta la vita in alberghi e rifugi e da quando il marito non c’è più ha deciso di donare il suo tempo ai Nuvola della Protezione civile: «Ho deciso di fare volontariato per essere utile agli altri», racconta dalla mensa dei volontari allestita all’ex maneggio di Predazzo. Fausto, invece, arriva da Forlì e si dà il turno con i suoi compaesani in questi mesi per gestire Villa Madonna Fuoco a Lago, acquistata decenni fa da un parroco forlivese per far scoprire la montagna ai ragazzi della pianura e oggi, nelle settimane iridate, diventata la casa del personale sanitario.

Le storie di Alessandro, Antonella e Fausto si sposano perfettamente con lo spirito olimpico che si respira nelle strade di Tesero e Predazzo, dominate dalle tonalità del mondo. Passeggiando, si vedono bandiere ovunque: dalle finestre di un albergo, a una manciata di passi dalla piazza di Predazzo, sventolano i colori del Giappone, della Polonia, della Francia e di altre nazioni. Per le vie ci si può imbattere nel fondista argentino che si allena, nella saltatrice statunitense che attende la navetta per le prime gare oppure nel saltatore polacco che si esercita nel lancio dal trampolino utilizzando un semplice carrellino in mezzo alla strada, spostandosi quando deve passare un’auto. Residenti, atleti, tifosi si mescolano in «armonia», seppur con qualche inevitabile stonatura dovuta a qualche disagio.

È stato detto tante volte ed è stato ribadito anche per queste Olimpiadi, le prime in modalità diffusa: il Trentino è una terra ospitale che fa sentire a casa chi viene da fuori. In questi giorni le persone del posto stanno accogliendo delegazioni da ogni parte del globo e hanno deciso di farsi stranieri a se stessi: aprendosi al mondo e alle sue differenze, si stanno scoprendo forestieri a casa loro. Non è la prima volta che succede. E non è accaduto solo in occasione di competizioni sportive, che siano le Olimpiadi o i Mondiali di sci di fondo.

Una decina di anni fa, quando la Provincia arrivò in val di Fiemme a chiedere la disponibilità di ospitare una trentina di persone richiedenti asilo, ci fu una signora, Maria Cristina, proprio di Predazzo, che alzò la mano e mise a disposizione un suo appartamento. A una condizione però: l’amministrazione comunale non doveva lasciarla da sola, doveva accompagnarla in questo nuovo sentiero. Maria Cristina accolse a casa sua sei persone provenienti dal Gambia e dalla Norvegia. Il Comune coinvolse subito i richiedenti asilo in attività di volontariato, con l’obiettivo di per farle sentire parte di una comunità. Le associazioni giocarono un ruolo altrettanto importante, cruciale. Ma nelle prime settimane ci fu qualche malumore in paese e nei bar capitava di sentire frasi come «ci rubano il lavoro». Parole che, a risentirle oggi – con la difficoltà da parte delle imprese a reperire personale – mettono a nudo la miopia di chi le predicava. Con il passare del tempo, però, le polemiche sfumarono e la vita di tutti i giorni riprese con due nuove culture che, piano piano, cominciavano a mischiarsi con la quotidianità del posto. Come sta accadendo in questi primi giorni di Olimpiadi, seppur con qualche dissonanza, alla fine vinse l’armonia. Cinque di quei sei richiedenti asilo ottennero il riconoscimento della protezione internazionale e – ciascuno con la propria biografia, ciascuno con i propri pregi e i propri difetti – iniziarono a lavorare in valle, chi in un albergo, chi in un panificio.

Lo spirito olimpico di Maria Cristina non fu sotto i riflettori, ma ha avuto la stessa potenza ibrida dei Giochi. Se davvero un altro mondo è possibile, forse si può ripartire da qui, dalla predisposizione a farsi stranieri a se stessi, per scrivere una nuova pagina dell’accoglienza, diffusa quanto le Olimpiadi.