Il rapporto
sabato 21 Marzo, 2026
La tregua olimpica fallita: dieci conflitti aperti nel corso dei Giochi e la strage a Kabul nell’ultimo report dell’Atlante delle Guerre
di Redazione
Il monitoraggio delle associazioni della Valsugana certifica l'assenza di un "effetto pace" durante i Giochi: escalation tra USA, Israele e Iran e raid sanguinosi in Afghanistan. Il 26 marzo l'incontro a Pergine
L’illusione di una pace universale scandita dal ritmo delle competizioni sportive si infrange contro la cruda realtà dei numeri e dei bombardamenti. Il settimo aggiornamento sulla tregua olimpica, riferito al periodo tra il 13 e il 19 marzo 2026, delinea un quadro drammatico dove non solo le armi non hanno taciuto, ma i conflitti hanno subito una brusca e sanguinosa accelerazione. Il monitoraggio, promosso dalle associazioni della Valsugana come Cortili di Pace, La Bella Stagione, Mosaico e Taiapaia in collaborazione con l’Atlante delle Guerre e dei Conflitti, certifica il fallimento della risoluzione ONU adottata lo scorso novembre. Invece di una pausa nelle ostilità, la finestra finale dei Giochi invernali ha registrato dieci contesti di conflitto attivo, con aggravamenti significativi in teatri già martoriati e l’apertura di nuovi fronti interstatali.
L’area più critica rimane quella che vede coinvolti USA, Israele e Iran. La guerra, entrata nella sua terza settimana, non mostra segnali di de-escalation; al contrario, il nuovo leader supremo iraniano ha respinto ufficialmente ogni proposta di allentamento delle tensioni, mentre il bilancio dei militari statunitensi feriti è salito a circa duecento unità. La chiusura quasi totale dello Stretto di Hormuz aggrava ulteriormente un impatto regionale già devastante. Parallelamente, si è assistito a una violenta escalation tra Afghanistan e Pakistan, culminata il 17 marzo nel raid pakistano su Kabul. Sebbene Islamabad sostenga di aver colpito un sito militante, le autorità afghane denunciano una strage di civili con oltre 400 morti, segnando l’episodio più grave della crisi recente.
Non meno tragico è il bilancio sui fronti ormai tristemente consolidati. In Ucraina, gli attacchi russi con missili e droni hanno continuato a colpire sistematicamente scuole, edifici residenziali e infrastrutture energetiche, causando numerose vittime civili. Nel Medio Oriente, la violenza non ha risparmiato Gaza e la Cisgiordania, dove le operazioni israeliane hanno provocato la morte di sedici palestinesi, tra cui diversi minori. Anche il Libano è precipitato in una nuova fase di emergenza: i raid israeliani hanno raggiunto i sobborghi nord di Beirut e colpito duramente le strutture sanitarie nel sud del Paese, causando la morte di dodici operatori dell’Organizzazione Mondiale della Sanità in un singolo attacco.
Il rapporto evidenzia come la violenza armata sia rimasta endemica anche nell’Africa sub-sahariana e nel Sud-est asiatico. In Sudan, un attacco con droni contro un mercato ha falciato la vita di undici persone, inclusi diversi bambini, mentre nella Repubblica Democratica del Congo la tensione resta altissima dopo l’uccisione di una cooperante UNICEF. In Nigeria e Myanmar, raid aerei e attacchi jihadisti confermano l’assoluta assenza di un “effetto tregua”. I dati raccolti dimostrano che lo sport, pur essendo spesso richiamato come simbolo di fratellanza, non è riuscito a incidere sulle logiche della geopolitica e della guerra.
Per riflettere su questo binomio tra sport e pace, spesso celebrato in termini ideali ma smentito dai fatti, le associazioni promotrici invitano la cittadinanza a un incontro pubblico che si terrà il prossimo 26 marzo alle ore 20.30 presso la sala dell’ex biblioteca in piazza Serra a Pergine. L’evento vedrà la partecipazione di Raffaele Crocco, direttore dell’Atlante delle Guerre, che analizzerà l’attuale geografia dei conflitti mondiali. Accanto a lui, porteranno la loro testimonianza Abdallah Inshasi, ex atleta palestinese e promotore dello sport a Gaza, e Ala Azdakia, climber iraniana, per offrire uno sguardo sulle storie di resilienza che sopravvivono nonostante la drammaticità del presente e le ipocrisie della politica internazionale.
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