l'intervista
giovedì 20 Novembre, 2025
La sociolinguista Vera Gheno a Lavis: «Quando un politico fa intrattenimento su TikTok, svilisce la sua stessa missione e parla ai più fragili»
di Marika Damaggio
L'autrice e traduttrice sarà protagonista di una serata dedicata alla lingua come campo delle infinite possibilità: «Il femminile professionale? Meloni usando il maschile ha perso un'occasione. Anche una donna può essere patriarcale»
Feriscono, umiliano, annichiliscono. Oppure curano come un balsamo, accolgono e sostengono. Le scegliamo a volte con attenzione, altre con colpevole incuria alterando la rappresentazione del nostro tempo che è anche come lo raccontiamo. Le parole (e la nostra lingua) sono del resto il nostro specchio e al tempo stesso il futuro che desideriamo costruire. Ed ecco perché, spiega Vera Gheno, dovremmo abbandonare quella rigidità monofocale che ci rende «grammarnazi», perché «la ricerca della purezza è una trappola». Nel mezzo degli opposti, tra maschile sovraesteso e radicalizzazione che travolge anche chi pratica l’attivismo dalla stessa parte (il caso delle chat «Fascistella» rende l’idea) c’è dell’altro. Non l’esclusione, ma l’inclusione. Nella lingua, dunque nella società. Sociolinguista, autrice e traduttrice, Gheno invita allora all’equilibrio e alla responsabilità. E ne discuterà mercoledì 26 novembre, quando sarà protagonista di una serata a Lavis dedicata alla lingua come campo delle infinite possibilità (alle 20.30, auditorium comunale).
Andiamo dritte al punto, nei suoi scritti – parafrasando con estrema sintesi le sue parole – ha spiegato che il linguaggio non crea la violenza, ma la prepara. In che senso le parole sono terreno fertile per la violenza?
«Aggiungerei una cosa: il linguaggio stesso è una forma di violenza. Non è fisica, ma può prepararla. Il linguaggio ferisce, anche se non lascia segni visibili. Non parliamo solo di aggressioni verbali: se guardiamo la classica piramide della violenza — che riguarda razzismo, sessismo, abilismo e altro — alla base troviamo tutto ciò che possiamo fare con le parole. Stereotipi, pregiudizi, misconoscenze: elementi linguistici che diventano substrato culturale e preparano i livelli superiori della violenza. Quegli stessi stereotipi si concretizzano poi nella vita quotidiana, nel lavoro, a scuola. L’idea che una donna valga meno sul lavoro, per esempio, è un prodotto linguistico e culturale che poi si trasforma in discriminazione, odio, minacce e, nel caso peggiore, in femminicidio».
Il dibattito pubblico oggi è estremamente polarizzato. Forse per connotarci in un tempo rumorosissimo scegliamo da che parte stare con lemmi sempre più acuti. Da linguista, come interpreti questa aggressività crescente e l’uso di un linguaggio sempre più violento?
«Non sono sicura che prima questa violenza non ci fosse: semplicemente era meno visibile, perché i mezzi di comunicazione erano più filtrati. Non tutti avevano voce. Oggi chiunque ha un “megafono” in mano, ma non sempre ha gli strumenti per usarlo con responsabilità: l’educazione digitale non è mai stata davvero insegnata. Così ci ritroviamo ad avere a che fare con fenomeni come cyberbullismo, stalking, diffusione illecita di immagini che erroneamente chiamiamo Revenge porn e che nascono anche da un uso inesperto dei media e dei social. Inoltre, la polarizzazione è da sempre un richiamo potente per i media: più clic, più attenzione. Capita allora che una notizia data male o troppo in fretta — e corretta in un trafiletto il giorno dopo — resti nell’immaginario collettivo e diventi verità. È un meccanismo di manipolazione che alimenta lo scontro»
La narrazione mediatica della violenza di genere è intrisa di scivoloni linguistici che, per esempio, foraggiano la tendenza alla vittimizzazione secondaria. «Se l’è cercata», viene da pensare. Qual è l’errore più grave che continuiamo a fare quando raccontiamo femminicidi e abusi?
«Vorrei spezzare una lancia a favore dei giornalisti: spesso non è solo responsabilità loro, ma del sistema in cui lavorano. Anche il miglior giornalista può essere costretto a deformare una storia perché la priorità non è più informare, ma attirare l’attenzione. Così si indugia su particolari morbosi, si descrive il femminicida nei dettagli, mentre la vittima resta sullo sfondo — o, peggio, viene insinuato che “se la sia cercata”. Non so sempre quanto questo sia consapevole, soprattutto negli uomini. Ma il risultato è una narrazione che normalizza lo sguardo del carnefice».
A proposito di «disintermediazione” e utilizzo poco responsabile dei social: politici e figure istituzionali comunicano sempre più direttamente dai propri profili, sottraendosi al filtro dei media. Che effetti ha?
«Che tutti dovrebbero fare meglio il proprio lavoro. I politici hanno capito il potere della disintermediazione, ma non significa che lo sappiano usare bene. Quando un politico fa intrattenimento su TikTok, svilisce la sua stessa missione. Trump è l’esempio più lampante: i suoi tweet isterici hanno offerto un modello comportamentale critico per la popolazione più fragile. La politica dovrebbe elevare, non abbassarsi, svilirsi. In Italia abbiamo percentuali altissime di analfabetismo funzionale: il populismo ci sguazza, invece di migliorare la situazione. Ma alla fine quando vedo politici su TikTok non credo ne escano così bene».
Cita Trump che, pochi giorni fa, a una cronista che ha posto una domanda sulla vicenda Epstein ha risposto con «Stai zitta cicciona». Quando a scivolare a questo livello è il presidente degli Stati Uniti l’effetto replica qual è?
«Qui il problema di Trump è ormai il superamento della politica come esempio e la funzione al servizio della società che viene meno. Queste scelte linguistiche si nutrono e nutrono i pregiudizi».
C’è chi sostiene che i giovani non sanno più scrivere, mentre esplodono meme, audio brevi e nuovi linguaggi. Stiamo perdendo complessità o è un cambiamento che semplicemente non capiamo?
«L’analfabetismo peggiore è quello degli adulti. I dati lo dicono chiaramente: siamo noi adulti i più ignoranti. I giovani hanno riferimenti diversi, nuove fonti e nuovi modi di costruire conoscenza. Siamo noi che dobbiamo fare un “reality check”. Certo, la realtà è più complessa e servono strumenti di comprensione nuovi, ma spesso siamo proprio noi adulti a non possederli.»
L’inchiesta “fascistelle” ha riacceso il dibattito sugli immaginari identitari: parole, slogan, appartenenze. Che lettura da di questo cortocircuito tra linguaggio e radicalizzazione giovanile?
«La vicenda è un pasticcio. Prima di tutto per il modo in cui sono state pubblicate chat private, decontestualizzate. La domanda è: era opportuno farlo? Ciò premesso sono due le riflessioni che dovremmo fare. La prima: il “call out” è una pratica violenta. In quelle chat, inoltre, non c’erano solo opinioni brutali: c’erano dinamiche organizzate in modo aggressivo non solo verso oppositori, ma anche verso membri della stessa area politica. È segno che non c’era solo attivismo, ma ricerca dell’utile personale, e questo è deprecabile. Quanto alla radicalizzazione, è reale: quando un’ideologia diventa così rigida da escludere chi non usa un certo lessico, il problema esiste. Succede anche nel femminismo e nella sinistra: la ricerca della “purezza” è una trappola.»
Sul femminile professionale — avvocata, sindaca, procuratrice — il dibattito si accende e, ancora una volta, si polarizza. Perché questo tema accende così tante reazioni?
«Quando una donna non vuole usare il femminile, spesso i motivi sono comprensibili. Esistono dileggio e stigma. E poi c’è la sovrapposizione politica: da decenni il femminile è percepito come “di sinistra”, il maschile come “di destra”. Meloni ha dato un esempio usando il maschile. Io dico: se una persona vuole definirsi al maschile, lo faccia. Non muore nessuno: è solo un’occasione persa. Attenzione però: il patriarcato non è “maschi contro femmine”. Anche una donna può essere patriarcale. Le persone più grandi fanno più fatica a decostruire ciò che hanno interiorizzato. I giovani invece spesso non conoscono la storia delle conquiste che permettono loro di essere dove sono. La rigidità allora è sempre un indebolimento: serve elasticità».
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