Società
domenica 30 Novembre, 2025
«La prospettiva di genere nella scienza politica»: intervista alla professoressa Alessia Donà
di Sara Hejazi
Il libro di Donà, Pansardo e Prearo
«Donne, Lgbtqia+, disuguaglianze ignorate»
Con «Prospettive di Genere. Potere, politica e istituzioni», pubblicato per i tipi de Il Mulino, Alessia Donà, Pamela Pansardi e Massimo Prearo offrono un volume che sistematizza i principali contributi che, nell’ambito della scienza politi¬ca, hanno integrato, problematizzato e riformulato le categorie analitiche della disciplina alla luce delle trasformazioni dei rapporti di genere e di sessualità contemporanei. Donà, professoressa associata di Scienza Politica al Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale dell’Università di Trento, è tra le studiose che in Italia hanno maggiormente contribuito a integrare questi temi nella disciplina. L’obiettivo del libro è chiaro: portare dentro il cuore dell’analisi politologica la prospettiva di genere e con essa una serie di questioni che per lungo tempo sono state considerate marginali o secondarie, ma che oggi risultano fondamentali per comprendere il funzionamento delle democrazie e il nesso tra potere, politica e istituzioni.
Il volume è frutto di un lavoro congiunto, l’incontro di tre approcci che concorrono a costruire un quadro coerente in cui cittadinanza, diritti, genere, sessualità e potere politico si intrecciano. La scienza politica italiana è arrivata tardi a istituzionalizzare la ricerca su questi temi. Solo dal 2018 esiste dentro la Società Italiana di Scienza Politica uno standing group «Genere e politica» dedicato agli studi di genere, mentre in altri Paesi la loro creazione risale agli anni Settanta e Ottanta. In Italia pesa una storia istituzionale segnata dalla centralità della cultura cattolica e dai timori, politicizzati, verso tutto ciò che riguarda corpo, affettività e sessualità. Ma gli ultimi anni hanno visto emergere nuove ricerche, nuove generazioni di studiose e studiosi, e una crescente consapevolezza del fatto che i diritti non siano un elemento di contorno, bensì un asse portante del sistema politico. La pubblicazione del libro coincide, inoltre, con un contesto di forte polarizzazione: il dibattito sull’educazione affettiva nelle scuole, il ridimensionamento delle politiche di genere, gli attacchi ai diritti delle persone LGBTQIA+ e, allo stesso tempo, segnali significativi di cambiamento, come l’approvazione unanime, in prima lettura, di una definizione giuridica di violenza basata sul consenso. Tutto questo dimostra quanto le analisi contenute nel volume siano necessarie per leggere il presente.
Professoressa Donà, perché era necessario riunire questi temi in un unico volume?
«L’esigenza nasce dalla volontà di mettere insieme competenze maturate negli anni. Ci interessava introdurre una prospettiva di genere dentro i temi classici della scienza politica. La disciplina, in Italia, ha per molto tempo ignorato argomenti come la cittadinanza delle donne, i diritti delle persone LGBTQIA+, la rappresentanza politica, le politiche contro le discriminazioni, la costruzione di regimi internazionali a contrasto delle disuguaglianze basate sul genere, sull’identità di genere e sull’orientamento sessuale. Con questo libro abbiamo voluto restituire loro il posto che meritano dentro un quadro teorico coerente».
Che cosa consente l’integrazione dei vostri tre approcci?
«Consente di leggere il tema centrale: la giustizia. I percorsi delle donne e delle persone LGBTQIAI+ non vanno dati per scontati. Viviamo oggi in un contesto politico in cui forze conservatrici tendono a negare, delegittimare o ridimensionare diritti che hanno una storia lunga e complessa. Ripercorrere questa storia significa mostrare che questi diritti non sono un optional, ma parte integrante della realizzazione degli ideali di giustizia e di libertà».
La scienza politica italiana ha riconosciuto tardi la legittimità degli studi di genere. Quali sono le cause?
«Sono cause storiche e culturali. La tradizione cattolica ha avuto un peso decisivo anche in Italia nel frenare un dibatto pubblico e politico attorno ai temi legati a sessualità, corporeità, parità di genere, e spesso questi argomenti venivano percepiti come “troppo politici” o “troppo ideologici” per poter entrare in una disciplina fortemente al maschile. Solo negli ultimi anni, grazie ai saperi dei movimenti femministi e LGBTQIA+ e a chi ha svolto percorsi di studio all’estero e aperto il dibattito ai contributi internazionali, si è consolidata la consapevolezza che questi sono temi pienamente accademici e centrali per comprendere la politica contemporanea».
L’attualità ci consegna un dibattito molto acceso sull’educazione affettiva e sessuale nelle scuole. Come lo legge?
«È un dibattito profondamente ideologico. L’Italia non ha mai introdotto una normativa nazionale che renda obbligatori questi percorsi. Le esperienze esistenti, anche in Provincia di Trento, sono nate localmente e sono state portate avanti per volontà delle singole scuole e dei singoli dirigenti fino a quando la Giunta provinciale non ha deciso di smantellarle. Le resistenze si fondano sull’idea che queste attività siano un’invasione di campo, che mettano in discussione un presunto ordine naturale, o che diffondano la fantomatica “ideologia gender”. Ma i Paesi in cui tali percorsi sono in azione da anni mostrano con chiarezza che introdotti in età precoce contrastano sessismo, pregiudizi e stereotipi di genere, omolesbobitransfobia e, più in generale, quel substrato culturale da cui si alimentano i comportamenti violenti».
Ci sono anche cambiamenti che rappresentano note positive: la recente approvazione della definizione di stupro basata sul consenso, per esempio…
«Sì, finalmente una buona notizia: perché passa la definizione che se non c’è consenso libero e attuale ad atti sessuali, allora c’è violenza sessuale. Finora la definizione si basava sulla costrizione. L’approvazione unanime indica che qualcosa si sta muovendo e che, pur tra resistenze, si sta riconoscendo l’urgenza di definizioni più in linea con la realtà sociale e con le prescrizioni della Convenzione di Istanbul che l’Italia ha ratificato da oltre un decennio».
C’è un capitolo del libro che le sta particolarmente a cuore?
«Trovo molto importante il il lavoro sulla mobilitazione LGBTQIA+ con le sue traiettorie verso la conquista dei diritti civili e politici e dunque la piena cittadinanza delle minoranze di genere e sessuali. È un tema che troppo a lungo è stato marginalizzato, mentre oggi è imprescindibile se si vogliono comprendere i nuovi conflitti che attraversano le democrazie contemporanee».
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