L'editoriale
venerdì 6 Marzo, 2026
La guerra e il corpo
di Sara Hejazi
In tempi incerti, rimane forse una sola certezza: alla fine, al di là delle polarizzazioni e delle narrazioni, la guerra si misura sempre nello stesso modo, cioè nei corpi che riescono a restare vivi
Se potessi descrivere ciò che provo in queste lunghe e tremende giornate di guerra all’Iran usando una sola parola, non utilizzerei un’emozione, bensì un nome comune. Userei la parola «corpo». È in queste due sillabe che si racchiude uno dei concetti chiave del nostro tempo. È la parola che meglio contiene le schizofrenie e i paradossi contemporanei, talmente intricati e assurdi, che sembrano un rompicapo.
Da una parte, siamo ossessionati dal corpo: lo mostriamo, condividiamo, immortaliamo, lo dobbiamo liberare (se è un corpo femminile), omologare, celebrare, denudare, vendere, pubblicare. Dall’altra, però, curiosamente, il corpo è oggi più che mai rimosso, penalizzato e privato dello spazio pubblico. Produce e consuma, ma sta rinchiuso, reso innocuo. Si mostra, ma non c’è. Nei fiumi di parole usati per raccontare l’ennesima guerra ingiusta della contemporaneità, il corpo è il grande omesso. In fondo, tutti sappiamo che uno degli strumenti più efficaci per rimuovere il corpo dallo spazio pubblico è proprio evitare di evocarlo. Qui, dunque, farò il tentativo di riportare il corpo al centro, affinché si torni ad essere umani, che di carne e ossa siamo fatti, prima ancora che di grandi idee di liberazione e giustizia.
Iniziamo dall’aria, fondamentale per il corpo. Oggi a Teheran non si respirava e c’era la nebbia. Non solo perché è notoriamente una megalopoli inquinata di oltre 12 milioni di persone e 7 milioni di automobili, ma anche perché il fumo creato dai missili ha ricoperto la capitale dell’Iran di una nube tossica, con incendi che hanno oscurato il cielo. Così per prima cosa, essere sotto attacco, per milioni di iraniani significa, a vario titolo, non riuscire a respirare o sentirsi male per l’inalazione di fumi tossici.
Passiamo all’acqua, anch’essa fondamentale per il corpo. Il cambiamento climatico esiste, e i primi luoghi al mondo dove i suoi effetti devastanti sono già visibili sono proprio l’area geografica del cosiddetto Medio Oriente. L’Iran in questi ultimi anni ha vissuto una profonda crisi idrica. Nonostante il Paese abbia dato origine a un sistema antico ed efficientissimo di approvvigionamento dell’acqua, costituito dai geniali «qanat» (canali sotterranei che riuscivano a trasportare acqua potabile in tutta l’area, diffondendosi poi in tutto il Mediterraneo), in tempi moderni, a causa dell’urbanizzazione rapida, della mala gestione delle risorse, dell’espansione demografica e in generale degli stili di vita moderni, l’Iran è passato alle pompe idrauliche, in un territorio per lo più arido e desertico. Col tempo, il passaggio dai qanat alle pompe ha reso fragilissimo il sistema iraniano di approvvigionamento dell’acqua. Un’infrastruttura idrica già così labile, specie nei villaggi, non può che soccombere sotto gli attacchi missilistici di questi giorni, lasciando senz’acqua migliaia di persone.
Che l’Iran sia un Paese diviso è evidente. C’è chi si azzarda, per semplificazione, a fare stime percentuali di quanti iraniani e iraniane siano «pro regime», quanti e quante contro, e di quante/i preferiscano vedere tutto il Paese raso al suolo, piuttosto che vedere la continuazione della Repubblica Islamica. Questi ultimi risiedono per lo più fuori dai confini della nazione. Tuttavia, la realtà è che è impossibile riuscire davvero a ritrarre la popolazione iraniana con percentuali matematiche realistiche. L’unica certezza che abbiamo è che le guerre, specie gli attacchi esterni, in passato hanno avuto la funzione, quasi escatologica, di riunire un corpo sociale frammentato, rendendolo di nuovo compatto. È successo così durante la guerra Iran-Iraq, è successo così lo scorso giugno durante il primo attacco di Israele all’Iran e sta succedendo di nuovo ora. Chi avesse mai, probabilmente ingenuamente, pensato che fare cadere dei missili sulle città iraniane potesse servire al movimento di protesta e alle istanze della società civile, ha forse scordato una banalità che sembra strano dover ricordare, perché si dovrebbe dare per scontata: nella storia della nostra bellicosa specie, nessuna guerra ha mai avuto l’effetto di migliorare la condizione del popolo attaccato, anzi.
Infine, per quanto i popoli lontani ci possano sembrare strani, ci somigliano per il fatto di avere sistemi di credenze religiose o spirituali attraverso cui attribuire un senso all’esistenza. Per i musulmani sciiti, che in Iran sono una maggioranza, il senso religioso è dato anche- tra le altre cose- dal martirio. Il martirio non è solo un dilaniamento delle membra del corpo, ma è anche una via di salvezza spirituale, attraverso di esso. Il martirio (così è stato chiamato) dell’ayatollah Ali Khamenei, la guida suprema uccisa negli attacchi, in questa parte del mondo è sembrato la capitolazione del tiranno. Per l’Iran dei credenti e dei religiosi invece è sembrata l’apoteosi della sofferenza sciita. Laddove gli uni ci hanno visto una meritata vendetta, gli altri ci hanno visto un sacrificio religioso. In tempi così incerti, forse rimane una sola certezza: alla fine, al di là delle polarizzazioni e delle narrazioni, la guerra si misura sempre nello stesso modo, cioè nei corpi che riescono a restare vivi.
*Antropologa e ricercatrice