L'editoriale
giovedì 19 Marzo, 2026
La guerra della Macarena
di Marika Damaggio
Il conflitto in Medio Oriente si consuma tra macerie reali e reel su TikTok: dai bombardamenti a ritmo di Macarena ai fake prodotti dall'intelligenza artificiale, il rapporto tra comunicazione e propaganda è ormai segnato dalla viralità
A rivedere oggi i cinegiornali prodotti dall’Istituto Luce, pare impossibile intravedere scorci credibili in quelle ricostruzioni epiche delle prodezze dell’esercito italiano. Eppure, la fabbrica audiovisiva della propaganda fascista portava nelle sale, come rito serale, migliaia di cittadini che davanti a quelle immagini cercavano informazioni, aggiornamenti, certezze. E, forse, l’abnormità di quelle veline assumeva confini meno nitidi di quelli che hanno oggi. Facile giudicare quando la dieta mediale proponeva solo quello. Il rapporto di reciproca necessità tra potere e comunicazione è materia di studio secolare, ma a cambiare oggi è la sua manifestazione e l’ormai totale disintermediazione delle notizie. Non esistono nemmeno più strumenti mediani di propaganda e i giornali sono bypassati: si va dritti alla popolazione. O meglio: ai follower. I canali ufficiali delle istituzioni, persino i più autorevoli, sono diventati luogo psichedelico di montaggi che scimmiottano i trend di TikTok, che irridono l’avversario con toni sprezzanti, che mistificano, che contro-narrano. Mentre ai professionisti dell’informazione restano brandelli da assemblare, dribblando tra video svergognati creati con l’intelligenza artificiale, reali dispacci dal fronte e tanto rumore che confonde lettrici e lettori. Sì, perché il paradosso del nostro tempo ci porta al tempo dell’Istituto Luce: troppa informazione annulla l’informazione.
L’esibizione del corpo del nemico ucciso, per parafrasare lo studio dello storico Giovanni De Luna, è tratto comune dei conflitti del Novecento. Nel Duemila si è passati a un trofeo accompagnato dalle musichette. La pagina ufficiale della Casa Bianca – non il profilo personale di Donald Trump, proprio il canale istituzionale «The White House» che in Instagram conta 12 milioni di follower – ha del tutto abdicato alla pratica dell’informazione istituzionale, scegliendo le retrovie di un format da 90 secondi: il reel. L’attacco di Israele e Stati Uniti all’Iran, nelle ultime settimane è raccontato in modo inedito per lo standing della Casa Bianca. Sono sufficienti due esempi. Il primo: l’entourage di Trump per comunicarci la bontà degli attacchi in Iran ha scelto un collage sportivo. Dopo le immagini del lancio con cui Pete Weber vinse lo Us Open di bowling nel 2012 – per poi esultare con la storica frase «Who do you think you are? I am!» – nel video si vedono gli esponenti del regime iraniano come birilli abbattuti dai caccia statunitensi su una immaginaria pista da bowling. Nel post si legge soltanto «Strike!» (che poi i bersagli sarebbero vittime, persone, corpi).
Ancora più virale – perché questo era l’obiettivo – il secondo esempio da menzionare che riguarda il video con cui il presidente della maggiore potenza militare al mondo annuncia l’operazione «Epic Fury». Qui le immagini dei droni sono accompagnate dalla Macarena. Considerando l’idea buona, Israele ha fatto qualcosa di simile: anche l’esercito di Benjamin Netanyahu ha pubblicato sul suo profilo Instagram un video con gli attacchi all’Iran usando il trend di TikTok «Nothing beats a Jet2 holiday», remixato con il famoso brano «Danza Kuduro».
Ma non è finita qui. Sfruttando le conoscenze televisive dell’ex conduttore Peter Brian Hegseth, oggi segretario di Stato alla difesa (o meglio: alla guerra, come preferisce lui), la Casa Bianca ha confezionato pochi giorni dopo un nuovo reel, pescando nell’antologia di Hollywood. Il video è stato infatti montato con spezzoni di film celebri, tra cui «Braveheart» e «Il Gladiatore». Immaginiamo Sergio Mattarella che dai canali del Quirinale fa qualcosa di simile coi cinepanettoni. Ma la pratica del montaggio social è utilizzata in modo bipartisan. Seppur in modo rudimentale, l’Iran ha replicato seguendo i medesimi lemmi. L’agenzia statale Tasnim ha diffuso un video di propaganda in stile Lego che prende di mira Donald Trump e Benjamin Netanyahu. Nella clip, animata con figure giocattolo, un missile colpisce una scuola elementare, evocando la tragedia di Minab dove sono state uccise 175 persone, perlopiù bambine.
Oltre alla guerra vera, quella che ammazza, c’è allora una guerra virtuale che scivola sempre più verso il ventre molle degli scrollatori compulsivi. Nel monumentale libro «Comunicazione e potere», già dieci anni fa il sociologo ed ex ministro spagnolo Manuel Castells analizzava come il potere si costruisca attraverso il controllo della comunicazione web. Nei capitoli dedicati a Internet e alla società in rete, Castells sostiene che il web modifica profondamente i rapporti di potere perché cambia chi può produrre e diffondere informazione. Il concetto chiave è per l’appunto quello di «autocomunicazione di massa». Una fattispecie che prevede la produzione autonoma dei contenuti (chiunque può creare messaggi virali dal proprio soggiorno) con una diffusione potenzialmente globale. La comunicazione non passa più solo dai grandi media, senza filtri e senza regole oggi vale tutto.
L’utilizzo indiscriminato di AI peggiora la caciara di fondo e affina gli strumenti della propaganda. Un’inchiesta del New York Times di pochi giorni fa ha censito 110 video fake, tutti virali, sui bombardamenti in Medio Oriente. Orientarsi nella selva oscura delle informazioni mistificate, di conseguenza è sempre più complesso. Cerchiamo, allora, di conservare lo spirito critico. Quello che a differenza di un algoritmo ci assegna la capacità di riflettere, dubitare. E indignarci: una guerra uccide, stupra, porta macerie reali e simboliche, butta giù scuole abitate da bambine. Qui, di finzione, c’è poco. L’intermediazione dei professionisti dell’informazione, capaci di filtrare e porre domande, mai come oggi serve a una comunità talmente sovrastimolata da rischiare la paralisi.