La rubrica
martedì 3 Febbraio, 2026
«La grazia» di Sorrentino e quelle sequenze memorabili, l’efficace «Primavera» di Michieletto e la feroce «Norimberga»: tre film da non perdere
di Michele Bellio
Tre recensioni e una perla da recuperare in streaming: «Il figlio di Saul»
LA GRAZIA
(Italia 2025, 133 min.) Regia di Paolo Sorrentino, con Toni Servillo, Anna Ferzetti
Film d’apertura dell’ultima Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia, dove il protagonista, Toni Servillo, ha vinto una meritata Coppa Volpi per la sua interpretazione, l’ultimo film di Sorrentino, pur mantenendo molte delle caratteristiche che contraddistinguono il suo cinema, appare più pacato e composto rispetto ai precedenti e si apre all’accoglienza di un pubblico più vasto, nonostante si tratti di un lavoro tutt’altro che immediato. La narrazione è incentrata su Mariano De Santis, Presidente della Repubblica Italiana ormai prossimo alla fine del proprio mandato. Celebre giurista, competente e irremovibile, cattolico convinto, si è guadagnato il soprannome di cemento armato, non esattamente un complimento, anche a causa di una presunta mancanza di coraggio e rapidità in alcune scelte della sua presidenza. Ora che manca poco alla fine, alcune decisioni importanti vanno prese, tra queste l’approvazione di una legge sull’eutanasia e la risposta alla richiesta di grazia di due persone accusate di omicidio. Le sue giornate procedono lentamente, in una continua e spesso vana ricerca della verità come guida alle proprie azioni. Accanto a lui la figlia, anche lei giurista, un affezionato generale e l’effervescente amica di lunga data Coco Valori. Ma la mente del Presidente è rivolta alla scomparsa moglie Aurora, ai luoghi in cui la incontrò la prima volta e ad un suo tradimento mai elaborato. Con la consueta maestria Sorrentino accompagna lo spettatore attraverso un grande film sulla vecchiaia, sulla solitudine e sulla memoria. Calca meno la mano sui toni grotteschi, si muove attraverso gli spazi con ineguagliabile eleganza e, nonostante l’abituale abuso di dialoghi zeppi di aforismi (stavolta il leitmotiv è “Di chi sono i nostri giorni?”), regala momenti indimenticabili proprio nel confronto fra i personaggi (struggente la confessione in auto dopo la prima alla Scala, esilarante il dialogo col Papa). Certo non si tratta di un film in cui è facile entrare e l’impressione che si può avere è che si limiti a sfiorare con abilità argomenti complessi, senza affrontarli davvero. Ma spinto da quella leggerezza che fa parte dei temi cardine del film, Sorrentino costruisce una miriade di sequenze memorabili (dalla scena dell’astronauta, a quella durante la performance di video danza, fino al meraviglioso ritorno a casa del Presidente) e per chi si lascia trascinare l’emozione è effettiva e porta ad una sincera commozione. Un film di innegabile, per l’appunto, grazia, abitato da un cast eccezionale.
PRIMAVERA
(Italia/Francia 2025, 110 min.) Regia di Damiano Michieletto, con Tecla Insolia, Michele Riondino
Venezia, inizio Settecento. All’Ospedale della Pietà le fanciulle orfane, o affidate da famiglie non in grado di occuparsene, imparano a suonare uno strumento musicale. La loro orchestra è apprezzata da molti, anche se alle giovani non è permesso mostrarsi in pubblico (se non per esibirsi mascherate), né lasciare l’istituto. L’unico modo che hanno per andarsene è sposarsi, a seguito di generose donazioni fatte dal futuro marito, ma dopo le nozze sarà loro vietata la musica. Tra queste giovani c’è Cecilia, violinista di talento dal carattere indomito, promessa sposa ad un militare impegnato a combattere i turchi. Vista la concorrenza di altre orchestre cittadine e il conseguente calo di entrate, l’istituto decide di richiamare il maestro Antonio Vivaldi, sacerdote caduto in rovina dopo un’esperienza imprenditoriale fallimentare. Tra lui e la giovane Cecilia nasce un legame particolare, ma la ragazza dovrà fare i conti con una società che la considera merce di scambio. L’esordio alla regia cinematografica del veneziano Damiano Michieletto, regista lirico apprezzato a livello internazionale, è ispirato al romanzo “Stabat Mater” di Tiziano Scarpa e conferma la consapevolezza tecnica che si muove dietro ad una serie di aspetti (gestione degli ambienti e della luce, composizione della scena, valorizzazione di scenografie e costumi, abilità nell’organizzazione delle riprese con numerose comparse) e sorprende nell’efficacia delle sue componenti più squisitamente cinematografiche, come il ricorso agli intensi primi piani nei dialoghi oppure l’utilizzo del ralenti nell’agghiacciante sequenza del Re di Danimarca. Aiutato da un cast splendidamente in parte, con Tecla Insolia a tratti davvero notevole e con alcune coraggiose scelte che non stonano nell’equilibrio generale (pensiamo ad Accorsi, ma anche all’ottimo Andrea Pennacchi), il regista costruisce un film classico eppure efficace nel suo rivolgersi alla contemporaneità. La protagonista, scelta non perché più brava, ma perché viva e consapevole nel suo sforzo di realizzazione personale, ben incarna uno spirito coraggioso che guarda alle donne di oggi, non ancora libere da prevaricazioni e costrizioni di una società che tende a penalizzarle. Un film ben costruito, efficace e piacevole, con una costruzione d’epoca credibile ed un abile uso della musica. Imperdibile anche per gli amanti di Vivaldi.
NORIMBERGA
(Nuremberg, USA 2025, 148 min.) Regia di James Vanderbilt, con Russell Crowe, Rami Malek
Nel maggio del 1945 Hermann Göring, ex secondo in comando di Hitler, si arrende agli alleati. Nei mesi successivi viene istituito a Norimberga un tribunale internazionale senza precedenti, allo scopo di condannare i nazisti sopravvissuti per crimini di guerra. Mentre fervono i preparativi, lo psichiatra dell’esercito statunitense Douglas Kelley è incaricato di valutare la salute mentale dei 22 detenuti simbolicamente individuati per il processo, tra i quali c’è anche Göring. Il rapporto tra quest’ultimo e il medico si sviluppa giorno dopo giorno e Kelley scopre molte cose a proposito della megalomania, del narcisismo e dell’incrollabile fede nel Führer del suo interlocutore, riconoscendo al gerarca un’intelligenza fuori dalla media. Affascinato dal suo paziente, ne diventa quasi amico: saprà utilizzare le informazioni ottenute a vantaggio del suo Paese? Vanderbilt, anche sceneggiatore, affronta un importante capitolo della Storia contemporanea con un approccio forse troppo preso dalla (pregevole) resa spettacolare per risultare efficace sotto il profilo drammaturgico (e a tratti anche morale). L’idea, molto intelligente, di riflettere sulla fascinazione esercitata da personaggi come Hitler e Göring, è sorretta quasi unicamente dalla magistrale performance di Russell Crowe, monumentale in ogni senso e non arginato da un antagonista troppo debole fin da principio per poter reggere il duello psicologico su cui si basa il principale asse narrativo. Nella seconda parte il film si trasforma in un elegante ma sterile thriller processuale, con poche frecce al proprio arco, dato che la tensione circa l’esito del processo è di fatto inesistente. Alcune cadute di tono (sprecato l’uso delle immagini realizzate alla liberazione dei campi) e qualche errore di troppo sul montaggio di campi e controcampi e sulla caratterizzazione dei personaggi secondari rendono il prodotto più utile per la rappresentazione degli eventi che per un’effettiva riflessione sui temi, anche se il concetto di definizione di “umano” applicato ai nazisti è uno spunto interessante. Innegabile, però, la capacità di coinvolgere il pubblico, che ha risposto entusiasticamente, sostenendo una narrazione che supera abbondantemente le due ore e dà comunque l’occasione per affrontare un argomento che rischia di apparire sempre più sbiadito nella memoria collettiva contemporanea.
STREAMING – PERLE DA RECUPERARE
IL FIGLIO DI SAUL
DISPONIBILE SU AMAZON PRIME VIDEO
(Saul fia, Ungheria 2015, 115 min.) Regia di László Nemes, con Géza Röhrig
In occasione della Giornata della Memoria appena trascorsa, ritengo fondamentale segnalare la possibilità di vedere uno dei film più duri, intensi e riusciti mai realizzati sul tragico tema dei campi di sterminio nazisti. Gran Premio della Giuria al Festival de Cannes e Oscar come miglior film internazionale, Il figlio di Saul racconta la storia di un prigioniero ebreo che riveste il ruolo di Sonderkommando presso le camere a gas di Auschwitz. Al termine di un’esecuzione trova il cadavere di un ragazzino e, vedendo in lui il figlio, decide di adoperarsi per dargli un degno funerale ebraico. Nessuno sembra però disposto ad aiutarlo e intanto nel campo stanno organizzando una rivolta. Un film straziante, realizzato in formato 4:3 utilizzando una macchina da presa mobile e costantemente incollata ai volti dei personaggi, in modo che lo sfondo sia quasi sempre sfocato, alla larga da ogni possibile spettacolarizzazione. Nemes realizza un film potentissimo, che spiega in modo eloquente l’impossibilità di restituire sullo schermo la Shoah, mostrandoci invece il livello di disumanizzazione, disperazione e tragica sopravvivenza che accompagna la vita nel campo. Senza inutili descrizioni, senza orpelli: diretto, sincero e brutale. Un capolavoro che merita di essere visto, affrontandolo coraggiosamente per interrogarsi, per provare a capire e a non dimenticare.