L'intervista

domenica 15 Marzo, 2026

La garante dei minori Anna Berloffa: «Violenza giovanile in aumento? Bisogna educare, non cacerare: il decreto Caivano è stato un errore»

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La responsabile della Provincia di Trento: «Dopo il provvedimento del governo Meloni nessun miglioramento, anzi»

I reati e gli episodi di violenza negli adolescenti sono un sintomo di un disagio più profondo, e in quanto tale vanno curati attraverso l’ascolto e l’educazione, riportando la carcerazione a una extrema ratio. È questa la prospettiva con cui Anna Berloffa, Garante dei minori per la Provincia di Trento, guarda ai dati del «Rapporto (Dis)armati» di Save The Children, che raccontava l’aumento degli episodi di violenza tra adolescenti, anche in Trentino.

Berloffa secondo il rapporto di Save the Children non sono aumentati i reati che coinvolgono minori, ma è cresciuto il numero di quelli violenti. Concorda?
«Credo e temo di sì. Mi permetto anche di dare una lettura generale di quello che può essere il significato del reato e dei comportamenti violenti che hanno a che fare con l’aggressività. Io andrei a leggerli come un sintomo. Un sintomo che ha a che fare con un disagio che ci riporta alla società in termini più ampi e alla difficoltà che si manifesta nell’individuo, in questo caso nei ragazzi. Sono quindi in gioco aspetti macro, cioè la società, e aspetti micro, come il contesto familiare e la comunità in cui vivono i ragazzi. Il disagio è frutto dell’intreccio di questi due livelli, soprattutto quando diventano critici. Mi sento poi di sottolineare che stiamo parlando di un momento particolare della vita di una persona. L’adolescenza è infatti un passaggio critico. Incrociando tutte queste variabili si inseriscono manifestazioni che rappresentano un blocco nel percorso di crescita dell’individuo. Possono essere manifestazioni legate a un disagio più autodiretto — e qui troviamo i ritiri sociali, i disturbi alimentari, le dipendenze — oppure eterodiretto, cioè rivolto verso l’esterno, e quindi legato alla violenza e all’aggressività. Ma tutto parte da un disagio profondo, spesso collegato alla paura e specie negli atteggiamenti violenti, al proiettare sull’altro le proprie paure. Non a caso le manifestazioni di violenza colpiscono spesso soggetti fragili, a volte anche sconosciuti: il senza fissa dimora, la persona con disabilità, chi ha una caratteristica percepita come una diversità, l’orientamento sessuale. È un’aggressione che nasce dalla paura».

I minori passano più tempo nelle strutture detentive. È un effetto del decreto Caivano?
«In realtà noi abbiamo avuto e abbiamo ancora, anche se oggi in misura minore proprio per effetto del decreto Caivano, un sistema di riferimento rappresentato dal decreto 448 del 1988, che disciplina il processo penale a carico dei minori. Quel decreto aveva dato davvero un’impostazione fortemente orientata alla dimensione educativa e al recupero, con misure alternative alla carcerazione. Penso, per esempio, alla messa alla prova, che prevede la sospensione del procedimento penale sulla base di un progetto di recupero e rieducazione che coinvolge direttamente il minore. Si tratta di una base molto aperta, che sottolinea come la privazione della libertà personale non abbia di per sé un valore rieducativo. Per questo il sistema ha sempre previsto la carcerazione negli istituti penitenziari minorili (Ipm) come misura residuale, da utilizzare solo quando necessario e come extrema ratio. Con il decreto Caivano questo equilibrio è stato in parte ribaltato: sono state ridotte alcune possibilità di messa alla prova ed è aumentata la possibilità di ricorrere alla carcerazione. Non a caso oggi gli Ipm sono molto più affollati. Mi sembra sia stata una risposta emergenziale che non riesce a leggere davvero i problemi e i bisogni presenti. Affrontare questi temi richiede investimenti più ampi, di tipo educativo e sociale, e la creazione di percorsi alternativi. Penso per esempio al filone della giustizia riparativa. Si tratta di percorsi che partono dal presupposto che, se il ragazzo o la ragazza che ha commesso un reato non diventa consapevole di ciò che ha fatto e delle conseguenze che ha provocato, difficilmente potrà assumersi una reale responsabilità. La giustizia riparativa li mette invece di fronte alle conseguenze, soprattutto attraverso l’incontro con le vittime, e lì può nascere un cambiamento. Altrimenti questi ragazzi entrano nel circuito penale senza riuscire davvero a crescere».

Alla luce di questo, il decreto Caivano è stato quindi un errore?
«Credo che andrebbe ripensato, soprattutto alla luce del fatto che dopo il decreto non sono diminuiti né i reati né i comportamenti violenti: sono solo aumentate le carcerazioni. Non voglio dire che non si debba tenere conto della gravità dei comportamenti. E voglio anche ricordare che ci sono Ipm che fanno percorsi di recupero molto seri. Ci sono ragazzi che, in alcuni casi, hanno anche bisogno di essere allontanati da determinati contesti e l’Ipm può rappresentare una possibilità. Ma non è aumentando il numero delle carcerazioni che risolviamo i problemi. Torniamo piuttosto al tema della povertà educativa. Le misure alternative si sono dimostrate molto efficaci proprio perché permettono di lavorare individualmente con i singoli ragazzi».

In particolare sembrano essere cresciuti i reati di rissa, porto di armi e lesioni. Spesso questi episodi vengono poi diffusi sui social.
«Qui i social giocano certamente una parte rilevante. Innanzitutto perché l’autorità giudiziaria oggi viene a conoscenza di fatti che magari vent’anni fa non venivano scoperti. Poi c’è anche il tema dell’emulazione: vengono pubblicati video in cui determinati comportamenti, che sottolineano la forza del singolo o del gruppo, vengono esaltati. Si intrecciano molti fattori, ma tutti riconducono allo stesso disagio di cui parlavamo prima. C’è il bisogno di affermarsi e lo si fa alzando il livello di gravità dei propri comportamenti. L’aumento dell’aggressività diventa un modo per essere il più forte, il leader, il capo del gruppo. Per questo dobbiamo interrogarci e avvicinarci al loro mondo. Torna qui l’importanza del ruolo degli adulti, che devono essere capaci di ascolto. Non possiamo semplicemente dare tutta la colpa ai social e semplificare il problema. Dobbiamo comprendere la dimensione profonda di questo disagio».

Nei Paesi occidentali si parla molto della cosiddetta “manosfera”, una bolla di influencer che diffonde contenuti misogini e violenti con grande seguito tra gli adolescenti. Pensa che anche in Italia stia diventando un problema?
«Non saprei dare un peso preciso a questo fenomeno, ma temo che, se non è ancora arrivato del tutto, ci metterà purtroppo molto poco. Anche in questo caso dobbiamo però partire da un dato di realtà: per i ragazzi i social sono oggi una modalità di comunicazione integrata nella loro vita. Negarlo sarebbe assurdo. Dobbiamo piuttosto chiederci come utilizzare quella stessa modalità anche in chiave educativa, per promuovere pensieri costruttivi e positivi e per avvicinarci al loro mondo. Torno ancora una volta alla funzione educativa dell’adulto. Non deve essere solo una funzione giudicante, ma anche di comprensione e di ascolto. E deve saper fornire strumenti per un utilizzo più consapevole dei social»