L'editoriale
martedì 17 Marzo, 2026
Kimi e Jannik, la giovine Italia
di Lorenzo Fabiano
I successi di questi ragazzi sono il messaggio chiaro che lo sport manda a un «Paese per vecchi», in cui si è sempre troppo giovani e mai troppo anziani
La domenica sportiva italiana vola dalla Cina alla California. Al mattino Kimi, diciannovenne di Bologna, vince il Gran Premo di Cina e rende il cielo bigio di Shangai azzurro riportando dopo vent’anni l’Italia sul gradino più alto della Formula 1; ed è azzurro, ma da noi è quasi notte, anche il cielo del deserto californiano dove il ventiquattrenne Jannik piega l’osso duro e redivivo Medvedev, sbanca per la prima volta Indian Wells e dedica la vittoria proprio a Kimi. Non si chiamano Luca e Paolo, né Mario e Giovanni, ma Kimi e Jannik; in un contesto dove si sovranizza ormai tutto, vanno benissimo e ce li teniamo stretti così.
Sono loro, Andrea Kimi Antonelli da Bologna e Jannik Sinner da Sesto Pusteria, i due ragazzi di una Giovine Italia che vince. Alla lista ci aggiungiamo la diciassettenne sciatrice altoatesina Anna Trocker, che fa doppietta gigante-slalom ai mondiali juniores a Narvik, in Norvegia. Sentiremo presto parlare ancora di lei, e a lungo. Questi tre ragazzi sono il messaggio che lo sport manda a un «Paese per vecchi» in cui l’emigrazione giovanile è in forte e costante aumento (tra il 2011 e il 2024, oltre 630.000 giovani tra 18 e 34 anni hanno lasciato l’Italia, spesso laureati e diretti in Germania, Spagna e Regno Unito, spinti da salari migliori e maggiori opportunità lavorative). Un Paese dove, se sei un ragazzo di talento che vuol emergere, è meglio che te ne vai.
Detto che la storia di Sinner è qualcosa di diverso, in perfetta linea con le dinamiche di uno sport sempre più individualista e globalista come il tennis, detto che con Anna Trocker (e con lei la coetanea napoletana di Colombia Giada d’Antonio purtroppo già finita sotto i ferri ad aggiustare un ginocchio) la Fisi non vuol ricadere nello stesso pasticcio come accaduto con Lara Colturi (il risultato è che corre oggi per l’Albania) e per questo l’ha già fatta debuttare in Coppa del Mondo e alle Olimpiadi senza limitarla al parcheggio in Coppa Europa, il caso di Andrea Kimi Antonelli suona assai emblematico. Che fosse un predestinato, nella Motor Valley emiliana lo sapevano anche i cordoli delle piste: era in prima elementare quando sui kart già pennellava le curve e si distingueva dal mazzo; aveva otto anni quando il manager e talent scout Giovanni Minardi, il figlio del grande Gian Carlo fondatore a Faenza dell’omonima scuderia di Formual 1, lo vide correre al Kart Summer Camp di Sarno e ne rimase folgorato: Minardi capì che bisognava trovargli un’Academy nella quale farlo crescere quel talento, e si rivolse alla Ferrari ricevendone però in cambio un due di picche: no grazie, è ancora troppo piccolo, gli dissero.
Troppo piccolo non era per Toto Wolff, il perspicace team principal della Mercedes, che mandò i suoi uomini a visionarlo in pista a Adria; il risultato fu che nel 2019 la Mercedes aprì a Kimi i cancelli della sua Academy. Il resto è storia recente: lo scambio di livrea col quarantenne Lewis Hamilton passato alla Ferrari, il debutto in Formula Uno, i tre podi della scorsa stagione e la prima vittoria domenica a Shangai. Con lui sul podio, guarda caso c’era proprio il vecchio leone Lewis, bravissimo peraltro a guadagnarsi il terzo posto al termine di un appassionante duello d’altri tempi col compagno di Cavallino Leclerc. Non è questo il punto. Semmai sta nel fatto che la Mercedes ha puntato su un ragazzino e la Ferrari su un quarantenne. Non lo ammetteranno neanche sotto tortura, ma a Maranello come minimo si staranno mangiando le mani pensando che il talento nato e fatto in casa se lo son lasciati scappare sotto il naso. È, purtroppo, la conseguenza di una mentalità arcaica secondo la quale in questo Paese si è sempre troppo giovani e mai troppo vecchi. Un Paese dove nemmeno la politica sa ascoltare e parlare ai giovani, basta vedere lo scadimento di livello nell’attuale dibattito referendario, col risultato che i giovani disertano in massa le urne, al Belpaese voltano le spalle e lo lasciano senza troppi rimpianti con la loro bella valigia piena di sogni da realizzare altrove.
Speriamo che questo messaggio che arriva rombante da motori, qualche coscienza la risvegli e ci induca a farci delle domande senza crogiolarci sugli allori di una bella domenica fine a se stessa. Se, tuttavia, restiamo nell’alveo dello sport, i segnali che vediamo circolare non è che siano poi così incoraggianti, anzi: leggiamo in queste ore paginate di peana volte a celebrare quanto sta facendo in serie A il Como delle meraviglie e dei giovani talenti. Tutto vero, l’allegra brigata di Cesc Fabregas è fatta di ragazzi che ci sanno fare: peccato che neanche uno di questi sia italiano. E poi ci domandiamo, versando lacrime di coccodrillo, perché l’Italia del/nel pallone sia in piena carestia e rischi di stare a casa dai Mondiali per la terza volta di fila. La verità è che nulla capita per caso a ‘sto mondo: belle o brutte che siano, le situazioni non sono mai orfane, ma sempre figlie di qualcosa. Spesso, anche di una mentalità superata e fuori dal tempo.