L'intervista
sabato 17 Gennaio, 2026
Jerry Calà: «La mia una vita piena, sono felice a tratti. Mara Venier? Mi ha tenuto coi piedi per terra»
di Alberto Folgheraiter
Attore, oggi regista, sarà a Trento il 7 febbraio, all’Auditorium alle 20.30, con lo show «Non sono bello, piaccio»
Calogero Alessandro Augusto Calà detto Jerry. Tutti questi nomi derivano da un quartino di nobiltà?
«Assolutamente no. Sono i nomi con cui mio nonno andò a dichiararmi al comune di Catania il 28 giugno del 1951. C’era una diatriba tra mia madre e mio padre e alla fine è andato mio nonno e ha messo il suo nome perché la tradizione era quella. Mia madre non voleva, mi voleva chiamare Alessandro. E infatti poi l’accontentarono col secondo nome, ma il primo doveva essere Calogero, e Calogero fu».
Che a lei non piaceva.
«No, purtroppo no. Adesso mi piace, però da bambino, a Milano, alla fine anni ’50, era un nome che provocava qualche ilarità o anche scherno…».
Nato in Sicilia, cresciuto a Verona. Quando ha cominciato a far ridere?
«Ho cominciato presto. Con i miei amichetti facevo un po’ lo scemo a scuola, infatti ogni tanto prendevo anche delle note. Ma per una risata della classe ero disposto anche a prendermi dei brutti voti sin da piccolo».
E poi al liceo…
«Ho avuto fortuna. Quando ci siamo trasferiti da Milano a Verona, c’era un liceo molto avanzato. Il liceo classico Maffei di Verona aveva addirittura un teatrino dentro la scuola, per cui entrai nella filodrammatica dove conobbi i miei amici Smaila, Salerno e Oppini con i quali poi avremmo fondato i Gatti di Vicolo Miracoli».
Eravate in quattro gatti, poi lei è diventato randagio e ha lasciato gli altri nel vicolo. Col senno di poi è stata una scelta azzeccata o un miracolo?
«È stata una scelta obbligata perché a un certo punto mi offrirono di fare il protagonista nel cinema. Avevo 30 anni e quelli sono dei treni che devi prendere al volo anche se con grande dispiacere perché io ero molto affezionato, molto attaccato a loro. Insomma ho dovuto, è stata una scelta obbligata».
Gli altri li vede ancora?
«Certo, certo! Non manca occasione, ogni tanto, di fare delle rimpatriate a tavola dove ci divertiamo come una volta. Le battutone non mancano».
Attore, comico, cabarettista, cantante, sceneggiatore, regista… di tutto di più. In quale ruolo pensa di essere riuscito meglio?
«Non lo so, non sono io che lo dovrei dire… Appartengo a una generazione che questo lavoro lo ha un po’ studiato. Una generazione che ha fatto molta gavetta prima di arrivare, magari, ad affacciarsi agli schermi televisivi o al cinema. Appartengo a una generazione di attori che se la cava un po’ in tutte le situazioni sia quella musicale che teatrale, al cinema, insomma».
Adesso fa anche il regista.
«Ed è la cosa che mi piace di più, devo dire la verità, perché, egoisticamente, la sensazione di potere che si ha quando arrivi sul set e tutti pendono dalle tue labbra è impagabile».
35 film come attore, 7 pellicole come regista, 11 soggetti e sceneggiature, prolungate stagioni teatrali, pubblicità, album, 19 singoli, raccolte coi Gatti di Vicolo Miracoli, libri… Insomma, una vita piena.
«Beh direi di sì. Ho fatto anche un libro…».
Titolo: «Una vita da libidine».
«Tra un po’ farò il numero due. No, una vita… non mi lamento veramente, una vita piena. Però io guardo poco indietro, mi piace sempre andare avanti».
Ovvero?
«Mi interessa molto cosa fanno i giovani, guardo queste serie televisive di oggi. Cerco di tenermi aggiornato e mi piace anche molto ogni tanto sperimentare, fare delle cose nuove».
Una sfilza di premi, pure al festival di Berlino come «miglior attore» per una pellicola drammatica quale «Diario di un vizio». Quel trionfo fu la cenere in capo alla critica italiana?
«Beh, fu una grande soddisfazione che mi diede la critica italiana. La quale, fino ad allora, mi aveva un po’ bistrattato. Mi diedero questo premio e mi invitarono in un ristorante dove fui accolto con una standing ovation da parte di tutto il Gotha della critica italiana».
In qualche modo chiesero scusa.
«Forse a loro modo era anche un po’ come dire delle scuse».
Resta indimenticabile la sua interpretazione del gattone in «Sapore di mare» del 1983. Luca le somigliava?
(Ride) «Un pochino, un pochino sì. Beh, chiaramente un attore ci mette parecchio del suo quando interpreta un personaggio e Luca, insomma, mi somigliava… in qualche tratto del carattere mi somigliava senz’altro. Poi i Vanzina erano bravissimi a carpire il carattere degli attori e a mischiarli con quelli dei personaggi delle loro sceneggiature».
Jerry Calà a quante signore o signorine ha detto «eri la più bella» come nel film a Marina Suma?
(Ride) «Eh beh, a parecchie».
«Non sono bello, piaccio» è il titolo dello spettacolo che porterà in scena a Trento, al teatro Auditorium, il 7 febbraio prossimo. Che cosa piace di lei al pubblico?
«Piace, credo, la mia spontaneità, la mia naturalezza. E poi, soprattutto al pubblico che viene a teatro, piace scoprire, magari, un Jerry Calà che non conoscevano, che hanno visto solo in televisione o al cinema. Un Jerry Calà che sulla scena, per quasi due ore intrattiene da solo il pubblico: cantando, monologando, facendolo ridere, cantare, ballare».
E a qualcuno è piaciuto di più: se diciamo Mara Venier?
«Beh, Mara Venier è stata una donna importantissima nella mia vita, anche perché mi è stata vicina nel momento del mio massimo successo, ed è stata bravissima a tenermi coi piedi per terra e a non farmi fare delle stupidaggini che i ragazzi di neanche trent’anni possono fare. Quindi le devo molto per questo».
Siamo coetanei e questa è un’età da bilanci più che da preventivi. Lei che bilancio fa di ciò che è?
«Io faccio ancora dei preventivi, ti dico la verità».
Lei è felice?
«A tratti. Sono felice a tratti, sì. Soprattutto quando vedo mio figlio che comincia a muovere i passi anche lui in questo mondo. Si è laureato in cinema, in regia e sceneggiatura. Lo vedo appassionato che comincia a fare le sue prime cose. Quello mi dà tantissima felicità».
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