La storia
venerdì 9 Gennaio, 2026
Jakidale si racconta: da YouTube agli inizi dalla nonna a Imer. «L’AI? Chi non sarà mediocre avrà sempre successo»
di Manuela Crepaz
Jacopo D’Alesio e il successo social: dagli esordi nel gaming all’intelligenza artificiale, passando per James Cameron, il Trentino e le missioni umanitarie
Classe 1999, una telecamera sempre in mano e la curiosità come bussola. Jacopo D’Alesio, in arte Jakidale, ha iniziato nel 2012 tra mattoncini Lego e strategie di gaming, diventando presto un punto di riferimento per la community di «Clash of Clans». Oggi, con oltre due milioni di iscritti su YouTube, è una delle voci digitali più autorevoli in Italia. Creator ibrido per vocazione, ha saputo unire tecnologia, viaggi e lifestyle, trasformando esperienze diversissime — dal viaggio in monopattino Milano-Roma all’incontro con il presidente Mattarella fino alle missioni umanitarie in Kenya — in racconti capaci di generare milioni di visualizzazioni.
Fondatore dell’ecosistema TechDale dedicato alla tecnologia, applica da sempre una filosofia produttiva schietta: «Faccio cose, racconto quello che faccio». Un approccio che mescola rigore ingegneristico, sperimentazione costante e un linguaggio diretto, capace di parlare a generazioni diverse.
Originario di Arona e basato a Milano, Jakidale è molto legato al Trentino: va spesso, infatti, a trovare la nonna materna Sandra a Imèr, dove lo abbiamo incontrato per comprendere come prende forma il suo «cantiere» creativo, cosa guida le sue scelte, e come si costruisce un racconto digitale destinato a durare.
Molti vedono l’influencer come un fenomeno effimero, ma il suo percorso è decennale. Come vive questa distanza tra percezione e realtà?
«In fondo, tutto può essere considerato effimero. Io ho messo il mio primo video su YouTube nel 2012 e il panorama era radicalmente diverso: non esisteva Instagram, TikTok non era nemmeno nei pensieri di nessuno e Facebook era un modo per restare in contatto con gli amici. Col tempo abbiamo capito che c’era della sostanza, ma la verità è che non c’è alcuna differenza rispetto a qualsiasi altro mestiere basato sul contenuto. Che tu sia uno scrittore, un giornalista, un attore o un content creator, la regola è la stessa: se hai un contenuto valido, verrai ascoltato; se non lo hai, potresti fare il “botto” momentaneo, ma non durerai nel lungo termine. Cambiano i mezzi, ma siamo sempre esseri umani che ascoltano altri esseri umani. La differenza oggi è la velocità: se non ti evolvi e non mantieni l’umiltà di sentirti sempre un po’ “nessuno” che prova a fare qualcosa di nuovo, rimani indietro».
A proposito di evoluzione, lei è reduce da un viaggio a Los Angeles per il lancio di Avatar. Cosa ha imparato dall’incontro con James Cameron?
«È un esempio perfetto di ciò che intendo per progresso. Cameron ha speso 400 milioni di dollari per mettere in piedi la tecnologia necessaria a creare quel mondo. Se lui nascesse oggi, con gli strumenti digitali che abbiamo a disposizione, farebbe la stessa cosa spendendo un centesimo. Eppure, probabilmente non saremmo a questo punto se lui non avesse iniziato allora, facendo da pioniere».
Lei cita spesso internet come una straordinaria fonte di apprendimento. Eppure, oggi si parla molto dei rischi della rete.
«È vero, internet ha portato strumenti di distrazione studiati per renderci dipendenti, non lo nego. Però ci ha messo a disposizione tutto il sapere del mondo. Io ho imparato a montare video su YouTube perché qualcuno, prima di me, aveva condiviso la sua conoscenza. È un sistema che si autogenera: può renderci pigri se ci affidiamo passivamente a essa, ma se usata per potenziare ciò che non sappiamo fare, diventa uno strumento incredibile».
A proposito di intelligenza artificiale: c’è chi teme che questo «livellamento» tecnologico possa appiattire il pensiero umano. Lei cosa ne pensa?
«Ogni strumento, dalla lavastoviglie all’AI, da una parte ci limita e dall’altra ci potenzia. È sempre stato così. Mi piace citare un esempio della Londra di fine Ottocento: gli esperti prevedevano che, dato l’aumento dei cavalli, in vent’anni la città sarebbe stata sommersa dal letame. Quindici anni dopo arrivò l’automobile e il problema sparì. Non siamo bravi a prevedere il futuro, vediamo spesso solo gli scenari negativi. Oggi l’AI ha un’interfaccia facile per tutti, persino per mia nonna, e ne vediamo solo la punta dell’iceberg, magari con le foto di Natale modificate per gioco. Ma la realtà è che queste tecnologie serviranno a curare malattie, risolvere crisi energetiche e ambientali. Chi non sarà mediocre, continuerà ad avere successo e non verrà sostituito da una macchina».
Tra le sue esperienze, ce n’è una che le ha cambiato lo sguardo?
«Il Kenya, senza dubbio. Con l’associazione “Una Mano per un Sorriso – For Children”. ho seguito scuole, centri, progetti. Sono finito nelle baraccopoli: un mondo totalmente opposto al mio. È un luogo dove impari cose che nessuno ti insegna, che YouTube non ti insegna, che ChatGPT non ti può insegnare. Vedi parti dell’umanità da una parte bruttissime – disagio, degrado – dall’altra anche bellissime: riscopri un’umanità concreta. Io ero molto asociale prima, ma dopo essere stato giù tante volte, ho una consapevolezza diversa. Lì ho raccontato il sociale facendo vedere concretamente cosa fa un’associazione. Ho visto il primo mattone posato e, un anno dopo, la scuola finita. Con mille problemi in mezzo. Ma è incredibile. E lì sì, fai cose più grandi di quelle che potresti fare qui. E questo ti cambia».
C’è una curiosità che lega la sua carriera al Trentino.
«Sì, il mio primo canale YouTube non è nato a Milano, ma nella casa di mia nonna Sandra, a Imèr. Mi ero rotto un polso sciando e, non potendo fare nulla, convinsi mia madre a lasciarmi aprire il canale. Torno spesso a trovare mia nonna e la mia stanza è ancora là».
Per chiudere, Jacopo, come si vede tra dieci anni?
«Voglio continuare a fare quello che faccio, ma in modo sempre più strutturato. Vorrei che le mie abilità servissero a progetti che vadano oltre la mia immagine. La mia parola d’ordine rimane la curiosità. Non ho orari, non ho routine fisse e questo è il bello e il difficile del mio lavoro. Ogni tanto, quando lo stress dei viaggi serrati e delle responsabilità si fa sentire, mi fermo e mi ricordo che cinque anni fa avrei pagato per essere dove sono ora. L’importante è non dare mai nulla per scontato, essere grati e continuare a raccontare cose che siano, prima di tutto, interessanti per me».
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