L'intervista
giovedì 19 Marzo, 2026
In coma dieci giorni, poi un calvario di sei mesi: il chirurgo Fabio Battisti e il ricordo del Covid. «Sono un sopravvissuto»
di Patrizia Rapposelli
Mercoledì la giornata in ricordo delle vittime della pandemia. Il racconto di un paziente che vinse la battaglia con la malattia: «Quando ho rivisto mia moglie e mia figlia dopo tre mesi, il cuore mi è esploso di gioia»
«Pensavo di trascorrere il resto della mia vita attaccato all’ossigeno. Invece, ce l’ho fatta». Fabio Battisti, 75 anni, ex chirurgo di Borgo Valsugana, storico volontario di Medici con l’Africa Cuamm insieme alla moglie Cornelia, biologa, è un «survivor», sopravvissuto al Coronavirus. La malattia l’ha costretto nel ruolo di paziente intubato all’ospedale di Rovereto, in coma farmacologico per dieci giorni, sotto il casco dell’ossigeno. E poi il calvario lungo sei mesi per rimettersi in piede.
Ieri si è celebrata la Giornata nazionale in memoria di tutte le vittime del Covid. Come l’ha vissuta?
«Ho pensato ai tanti giovani che non ce l’hanno fatta, a me che, invece, l’ho scampata. Provo dolore e al contempo gioia, da medico mi stavo rendendo conto..».
Come ha contratto il Coronavirus?
«Sono stato contagiato assistendo mio padre novantenne, a dicembre 2020. Ho iniziato a stare male: febbre e tosse continua. Mi sono diretto al pronto soccorso. La lastra ha confermato la polmonite bilaterale: mi hanno accompagnato in astanteria. Lì ho salutato Cornelia. L’ho rivista dopo tre mesi».
Quando si è accorto che la situazione stava peggiorando?
«Quando l’infermiera ha iniziato ad aumentare la somministrazione di ossigeno dopo l’emogasanalisi con troppa frequenza. Lì ho capito che stavo peggiorando».
Da quel momento in poi?
«Sono stato intubato. Ho dormito, ero in coma farmacologico: un’estrema commistione tra realtà e sogno. Penso a quello che ha vissuto Cornelia».
Lei era a casa.
«Positiva anche lei. In attesa, ogni giorno, della chiamata dell’ospedale: i medici dicevano “speriamo arrivi a domani”»
Poi, il risveglio.
«Quando ripreso il contatto con la realtà mi sono reso conto della bomba di farmaci assunti. Una situazione drammatica: non avevo chance di tornare a respirare senza supporto. Invece, ho recuperato. Il personale medico e infermieristico è stato meraviglioso professionalmente e umanamente»
C’è un ricordo particolare…
«Ho trascorso un periodo ad Arco per la riabilitazione, guardavo sempre fuori dalla finestra. Un giorno ho visto arrivare Cornelia e mia figlia. Erano tre mesi che non le vedevo. Il cuore è esploso di gioia».
Come è cambiata la sua vita dopo la malattia?
«Io e Cornelia non siamo più ripartiti per una missione in Africa: una scelta dovuta, dolorosa, anche se continuiamo l’attività dalla Valsugana».
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