L'intervista

venerdì 26 Aprile, 2024

Il commissario Santarelli saluta, da maggio in pensione: «In 40 anni la morte di Papi è la vicenda più dolorosa»

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Tra i progetti futuri un corso di laurea e i viaggi
Filippo Santarelli (Foto di Federico Nardelli)

Pochi giorni ancora e il prefetto Filippo Santarelli lascerà il suo studio, ultimerà il suo incarico da commissario del Governo. Ma questa volta non ci sarà una nuova assegnazione, un nuovo mandato, l’ennesima città in cui trasferirsi: la sua brillante carriera, con il 30 aprile, arriva al capolinea. Alcuni scatoloni, ammette, sono già colmi e sigillati, altri rimango da riempire. Nel bagaglio personale c’è spazio anche per nuove amicizie. E diversi ricordi che riaffiorano. Recenti ma anche lontani, ai tempi dei primi passi mossi nella Polizia di Stato, circa quarant’anni fa. La pensione che lo attende (dal primo maggio) è infatti anche l’occasione per riavvolgere il nastro, per fare un bilancio.

Dottor Santarelli, è vero che sognava di fare il magistrato?
«Sì, avevo scelto volutamente Giurisprudenza e il primo concorso da funzionario di Polizia doveva essere in preparazione a quello per diventare magistrato ma sono rimasto in Polizia e di questo non me ne sono mai pentito. Ho fatto un lavoro molto interessante, sono stato in mezzo alla strada e alla gente, in situazioni di alta criminalità che mi hanno dato la forza di risolvere casi, di mettermi in gioco. Arrivando a fare il questore, il sogno di tutti i poliziotti, girando varie città, vivendo esperienze coinvolgenti, il massimo qui in questa Provincia autonoma».

Qui a Trento il suo incarico è durato però solo poco più di un anno…
«Esattamente tredici mesi e diciotto giorni: un tempo breve, è vero, ma rientra nelle caratteristiche delle nostre carriere. Questa è una realtà che sa fare rete, anche tra istituzioni, e non è un aspetto scontato. Un territorio dove c’è un alto senso del rispetto delle regole e della comunità, è molto sentito lo spirito di appartenenza, si vede anche nel volontariato, non ci sono pari in altre province».

Tornerà qui in Trentino?
«Sì, mi sono trovato bene, sarò di nuovo a Trento per le celebrazioni del 2 giugno, su invito del mio successore. Ma tornerò anche in estate, per le vacanze. Qui ho fatto varie passeggiate, sono stato in diversi rifugi, dato sfogo alla mia voglia di camminare tra paesaggi straordinari..».

Nella sua carriera, iniziata nel 1985, c’è un episodio che ha lasciato il segno, che l’ha colpita anche emotivamente?
«Se penso alla vicenda umana più dolorosa indubbiamente la morte di Andrea Papi: ricordo ancora la chiamata alle 2 di notte del 6 aprile 2023, quando lo avevano trovato senza vita, ricordo le sensazioni, gli eventi, è tutto rimasto impresso nella mia memoria. Ero arrivato da poco a Trento, il 13 marzo. Per me il tema e la complessa disciplina dei grandi carnivori erano del tutto nuovi, e poi affrontati in termini così dolorosi… Abbiamo fatto tanti comitati di ordine e sicurezza in merito, e anche attraverso il nostro impegno si è accelerata la procedura per dotare i forestali dello spray anti orso, di fatto un’arma».

Ai genitori di Andrea Papi ha fatto piacere che lei sia stato a casa loro.
«Sì, la mia è una vicinanza istituzionale e umana che mi sento di avere con loro. E se possibile tornerò a trovarli. Ripeto, quanto accaduto mi ha colpito molto».

Nella sua carriera qual è stato invece il risultato professionale che più ricorda?
«L’arresto nel 2017, quando ero questore a Frosinone, di 87 persone coinvolte in un’intensa attività di spaccio al noto “Casermone”: l’esito di un’indagine di polizia e carabinieri che aveva monitorato la presenza di circa cinquecento clienti al giorno, un alto numero di acquirenti. Sul fenomeno dello spaccio ad oggi c’è una richiesta trasversale, dai giovani alle persone di mezza età, da disoccupati a professionisti. La domanda è sempre elevata. Bisogna riflettere sugli aspetti sociali».

Immagino solo una delle tante operazioni che le riaffiorano alla mente..
«In effetti ci sono stati episodi legati all’ordine pubblico a Roma, come gli incidenti in piazza San Giovanni o in piazza del Popolo nel 2010, momenti questi di grande criticità, ma ci sono state poi le indagini portate avanti alla Digos di Milano e in quella di Arezzo: dalle ultime attività sulla P2, era il 1988, e sulla vicenda di Licio Gelli (più volte accusato di aver rivestito un ruolo attivo nel sequestro di Aldo Moro ndr), all’operazione con cui abbiamo assicurato alla giustizia dei romeni che avevano ridotto in schiavitù ragazzine connazionali di 15, 16 anni, malmenandole, violentandole e costringendole a prostituirsi. Poi, nei primi anni 2000, vi fu l’esperienza alla Dia, Direzione Investigativa antimafia, nell’ufficio centrale di Roma, che mi ha consentito di studiare il fenomeno della criminalità organizzata a 360 gradi».

Quella che si è insediata anche in Trentino, a Lona Lases, nel settore del porfido, come riconosciuto anche dalle recenti condanne per mafia..
«Sì e averlo scoperto è stato merito dell’autorità giudiziaria e investigativa. Questo ci insegna che dobbiamo prevenire: ogni allarme e segnale va captato, ecco il perché dell’Osservatorio permanente sui rischi di infiltrazioni della criminalità organizzata che coinvolge 26 soggetti con le antenne alzate, per condividere informazioni e segnalazioni da cui possono scaturire eventuali approfondimenti investigativi. Quanto a Lona Lases il danno provocato è stato enorme e dovrà ripartire non solo dal punto di vista amministrativo (il riferimento è all’elezione del nuovo sindaco ndr) ma anche economico, non ci sono più imprese del porfido, dell’oro rosso».

Sul fronte microcriminalità o criminalità diffusa invece i controlli di vicinato funzionano?
«Funzionano ma è un percorso virtuoso: tutto può essere migliorato. È un’attività favorevole nel campo della prevenzione e della percezione della sicurezza. Solo a Trento sono coinvolti 150 cittadini costituiti in gruppo che segnalano situazioni di degrado urbano, rumori, sporcizia. Ognuno, sul fronte sicurezza, deve fare il proprio dovere, secondo le competenze di ciascuno, in sinergia con gli altri, con le forze dell’ordine. E l’obiettivo sicurezza si raggiunge appunto facendo rete, coinvolgendo tutti, anche i cittadini appunto».

Ultimi giorni di lavoro per lei, cosa farà dal primo maggio, da neo pensionato?
«Farò rientro a Roma e mi iscriverò di nuovo all’Università, questa volta a Storia: era il mio desiderio fin da liceale. E poi viaggerò, tornerò nelle città dove ho lavorato, per rivedere luoghi e amici. Per andare a musei, come la pinacoteca di Brera che non sono mai riuscito a visitare. E per l’estate ho già programmato di fare ritorno in Trentino per le vacanze».