Il personaggio
martedì 28 Marzo, 2023
Federico Frapporti: «La mia vita tra Europa e Africa, in continuo movimento»
di Michele Stinghen
Nomade per scelta, da 4 anni gira il mondo con il camper
Da quattro anni vive in camper, ha toccato 24 paesi, viaggiato in mezza Europa e ora in Africa, percorso migliaia e migliaia di chilometri in bicicletta, alternando esperienze a lavori da nomade digitale. Ma l’esperienza più forte è stata quella del volontariato con i bambini Talibè in Senegal, dove si trova tuttora, e a favore dei quali ha raccolto, attraverso una raccolta fondi online, già 1400 euro. Federico Frapporti “Freefede”, roveretano, è partito in viaggio in camper dalla Vallagarina il 2 aprile 2019 per diventare nomade: una scelta radicale, che ha cambiato la sua vita, che sentiva troppo “stretta” in Italia. Lo intervistiamo con una chiamata su whatsapp; in Senegal sono 40 gradi. «Mi trovo a Mbour, e da cinque settimane sto facendo volontariato alla Maison des enfants, con i bambini Talibè. Sono un fenomeno davvero poco conosciuto da noi. In pratica sono dei bambini mandati dalla famiglia in scuole coraniche. Talibè significa studente del Corano. Queste scuole, chiamate “dara”, sono gestite da un “marabù”, ovvero l’insegnante che dovrebbe occuparsi di questi bambini, oltre che insegnare loro il Corano. A parte pochi casi, ciò che accade è che questo marabù obbliga i bambini, quando non sono a scuola, ad andare in strada ad elemosinare o chiedere cibo. I soldi e il cibo vanno al marabù, che così si arricchisce, mentre i bambini vivono in edifici fatiscenti, stipati in stanze in terra battuta (che diventa fango nelle stagioni della pioggia). Se non riescono a portare quanto richiesto di elemosina, vengono maltrattati; se provano a scappare, vengono messi persino in catene, come ci è capitato di vedere».
E in cosa consiste il progetto dove sei coinvolto?
«Il centro apre la mattina e due pomeriggi alla settimana. Facciamo colazione, possono farsi la doccia, cambiarsi d’abito, c’è un infermeria (la scabbia è molto diffusa), ma soprattutto possono giocare, disegnare, ballare, ascoltare musica: insomma, per qualche ora possono fare i bambini».
Come è possibile che questo fenomeno, dei bambini Talibè, sia tollerato in Senegal?
«Innanzitutto è difficile giudicare; è una tradizione che esiste da centinaia di anni e noi occidentali, quando ci poniamo davanti a culture diverse, tendiamo subito a dire ciò che è giusto o sbagliato. Ciò che possiamo fare noi è dare sostegno e delle ore diverse a questi bambini. Detto questo, non tutti i bambini del Senegal diventano Talibè. Alcune famiglie sono ignare della situazione, del resto le scuole coraniche sono molto distanti dai villaggi di provenienza dei bambini. Altre famiglie sanno tutto e sono convinte che questa sia l’esperienza giusta per crescere. Altre non hanno alternative, perché non hanno le risorse per mantenere questi bambini. I marabù sono poi dei “santoni”, che tramandano il loro status di padre in figlio, considerati enormemente in Senegal. In questi giorni qui c’è stato un enorme sciopero dei tassisti, che aveva bloccato il paese; il governo non era riuscito a farlo sospendere, appena hanno parlato i marabù i tassisti sono tornati a lavorare».
Come sei finito in Senegal? E perché questo progetto?
«Due anni fa vidi il blog di due camperisti italiani che erano arrivati fino qui, con un camper uguale al mio. Capii che era possibile. Decisi anche che avrei fatto volontariato. Nel viaggio, in Mauritania, trovai online questo progetto; qui a Mbour è stato fondato da una coppia di genovesi, che, in viaggio, si imbatterono in questo fenomeno. Hanno aperto un centro, che è stato rinnovato di recente ed è in costruzione il nuovo. Durante la mia presenza ho attivato questa raccolta fondi (i cui estremi si trovano sulla pagina Facebook, Freefede), con quanto raccolto acquisteremo frutta da servire a colazione ai bambini. In questo periodo ho anche costruito una rete tra realtà che si occupano di volontariato in zona. Ho preso la bici e visitato queste organizzazioni, e pochi giorni fa c’è stato il primo tavolo congiunto, potranno organizzare gruppi di acquisto e collaborare. Sono molto orgoglioso di questo, perché sono cose che resteranno».
Fino a quando resterai in Senegal?
«In realtà non moltissimo: in aprile mi scadrà il permesso e dovrò lasciare il paese. Tornerò verso l’Italia, anche perché è da ottobre 2021 che non torno, passando di nuovo dalla Mauritania e dall’Atlante marocchino. Ho passato molto tempo fuori, è ora di tornare per fare la revisione al camper, rivedere i miei cari».
Come hai sostenuto sin qui le spese del viaggio?
«Attualmente sono disoccupato; in Italia l’ultima volta ho lavorato per due mesi, ogni tanto riesco a fare dei lavori digitali.
Hai attraversato in questi anni la Scandinavia, la penisola iberica, l’Italia, la Francia, hai vissuto in camper e fatto viaggi in bicicletta…
Sì, dal Sahara alla natura norvegese, dal treno merci più lungo del mondo in Mauritania, dagli incontri con i cicloviaggiatori a quelli con i camperisti. Il volontariato è la nuova scoperta, e vorrei ripeterla. Magari mettendo da parte il camper e iniziando a viaggiare con la bicicletta. Vedremo».
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