L'evento

giovedì 26 Marzo, 2026

Crisi climatica, arriva il festival «GrACE – Green Europe» a Palazzo Prodi. Faitini: «A lezione per riscoprire l’interdipendenza»

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La coordinatrice presenta l'evento dell'Università di Trento tra cittadinanza attiva e nuove didattiche: «Contro l'eco-ansia servono pratiche collettive, smettiamo di pensare alla natura come esterna a noi»

Per affrontare la crisi climatica non c’è una «lezione» da imparare, ma bisogna saper ascoltare per costruire pratiche condivise, per riscoprire l’interdipendenza tra persone e ambiente. A partire dalla scuola. È questo il cuore di «Living with GrACE», festival parte del progetto europeo GrACE – Green Europe: Active Citizenship and the Environment. Tra incontri, laboratori ed esperienze artistiche, l’evento — promosso dalla Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Trento, che lo ospita a Palazzo Prodi fino a domenica 29 — vuole coinvolgere cittadini e insegnanti in un percorso di riflessione e azione.

Tiziana Faitini, docente di filosofia politica e coordinatrice dell’evento, perché è fondamentale che una riflessione sulla crisi climatica parta proprio dall’educazione?
«La crisi climatica ci pone sfide che richiedono un’azione collettiva. Non basta che si mobiliti solo una parte della società, le istituzioni (che peraltro lo fanno poco) o la comunità scientifica. È necessario un coinvolgimento dal basso, e le scuole sono il contesto privilegiato perché formano i cittadini del futuro».

Questo festival è solo una delle iniziative di un progetto più ampio. Ce lo racconta?
«Non è la prima iniziativa, ma è la più ambisiossa. Siamo partiti tre anni fa con cicli di formazione, webinar e momenti didattici. L’anno scorso abbiamo organizzato un primo momento residenziale con circa 25 insegnanti da paesi diversi. Molti continuano a collaborare e saranno presenti anche in questo festival. L’idea è favorire un approccio dal basso: non è l’università che dice cosa fare, ma si costruiscono insieme strategie per educare cittadini consapevoli».

Gli studenti, i giovani, sono i veri destinatari finali dell’iniziativa. Uno dei panel è dedicato all’eco-ansia: come vivono la crisi climatica?
«Sono spesso i giovani a spingerci alla riflessione e all’azione. Movimenti come Ultima Generazione o figure come Greta Thunberg mostrano una consapevolezza molto più forte che nelle generazioni precedenti. Allo stesso tempo, l’eco-ansia è un problema diffuso: gli insegnanti faticano ad affiancare le classi di fronte a una una crisi percepita come troppo grande, che rischia di paralizzare, a cui non corrisponde una risposta pubblica all’altezza».

Quali strumenti può offrire la vostra iniziativa per affrontare la situazione in modo costruttivo?
«Non saranno gli insegnanti a dire cosa fare: è qualcosa da costruire insieme. Proponiamo modalità partecipative come pratiche artistiche, letture, teatro e un workshop di storytelling per imparare a raccontare».

Nel programma viene dato molto spazio a nuove pratiche didattiche come i podcast, i dibattiti organizzati, la citizen science. Che utilità hanno per affrontare questi temi? C’è una mancanza in questo senso da parte della scuola tradizionale?
«La scuola è un mondo complesso: ha sacche tradizionaliste ma è anche dinamica e plurale, dipende dagli insegnanti. Noi privilegiamo metodologie collaborativo-partecipative, meno frontali. Il “debate”, ad esempio, il dibattito, è antichissimo: la filosofia lo pratica da quando è nata. Confrontare argomenti diversi per raggiungere una decisione condivisa è anche una pratica politica. Portarla in classe aiuta ad aprire un dialogo. È innovativo, sì, ma anche profondamente tradizionale ».

Il festival coinvolge diverse realtà del territorio. Come è nata la rete?
«La logica è la stessa: non ci salviamo da soli. Stiamo riscoprendo l’interdipendenza, parola chiave del festival. Serve costruire reti tra persone e istituzioni, che possono avere difetti ma restano fondamentali per organizzare l’azione collettiva. Abbiamo trovato grande disponibilità da parte di Muse, Iprase, Slow Food, che hanno pensato con noi momenti specifici del festival».

Il suo intervento riguarderà il paesaggio come bene comune, citando l’articolo 9 della Costituzione e il Green Deal. Cosa lega questi concetti e come il paesaggio può unire l’umano e l’ambiente?
«L’articolo 9 della Costituzione è un unicum: richiama la tutela del paesaggio e del patrimonio storico-artistico della nazione. Recentemente è stato aggiunto un comma sulla tutela dell’ambiente, ma era già implicitamente presente nel concetto di paesaggio, che è qualcosa di naturale e umano al tempo stesso: ci ricorda che dobbiamo smettere di pensare alla natura come qualcosa di esterno a noi».

Ci saranno incontri con personaggi importanti del mondo dell’ambientalismo, come Antonio Gustavo Gómez – l’ex Procuratore generale di Tucumán nella Patagonia argentina – e l’europarlamentare Annalisa Corrado. Di cosa parleranno?
«Gómez ci porterà una voce dall’altro capo del mondo, raccontandoci la sua esperienza in difesa dei beni comuni e sottolineando la necessità dell’attivismo, ma anche il fatto che dobbiamo dotarci di strumenti giuridici per difenderli. Annalisa Annalisa Corrado, invece, offrirà la sua esperienza di attivista, ingegnera ed europarlamentare. L’obiettivo è mettere in dialogo istituzioni, imprese e società civile».

Il pubblico sarà protagonista nella performance “Mycelium”. In cosa consiste?
«Il nome richiama il micelio dei funghi, la “rete” sotterranea che connette gli organismi. La performance rende visibile l’interdipendenza tra persone: una grande tela riciclata, fatta di tessuti di epoche diverse, che racconta il recupero dell’antico per creare qualcosa di nuovo, cui ciascuno potrà contribuire con una pennellata. È l’immagine di un legame comune, necessario per reinventare il futuro».