L'intervista
venerdì 13 Febbraio, 2026
Compagnoni: «Brignone miracolosa, ha vinto con l’intelligenza. È andata oltre l’umanamente immaginabile»
di Simone Casciano e Lorenzo Fabiano
La campionessa incorona l'azzurra dopo l'oro in SuperG: «Ho pianto abbracciandola. Ha un fuoco dentro. Sofia Goggia? Ha rischiato troppo»
Se l’immagine da copertina di giornata è quello del ruggito di Federica Brignone sul grandi più alto del podio, subito dietro c’è l’abbraccio che ha condiviso al momento della vittoria con Deborah Compagnoni e Isolde Kostner. Un abbraccio in cui c’era di più delle 11 medaglie conquistate in tre nelle varie edizioni dei Giochi a 5 cerchi, c’era sorellanza, c’era quell’empatia che passa dal conoscere il dolore dell’altro. Nessuno come un’altra sciatrice conosce infatti il lungo calvario che ha portato Brignone dal letto di ospedale 10 mesi fa, al gradino più alto del SuperG olimpico di Cortina. «Io in questi mesi ho cercato di incoraggiarla, ma vedevo che aveva la testa giusta, anche oggi è stata così. Ha vinto perché è stata la più intelligente».
Compagnoni, era pronosticabile questo oro? Come ci è riuscita Brignone?
«Quest’anno ha fatto tre gare: le due manche a Plan de Corones, Crans Montana e la libera qui. Era stata anche criticata, dicevano che non avrebbe dovuto fare la discesa. Invece aveva ragione lei: gareggiare fa bene, partire e rendersi conto che non sei quarantesima, che vai forte, che scendi bene e arrivi in fondo con buone sensazioni. In testa aveva proprio questa discesa olimpica. Nel SuperG è sempre stata tra le migliori. Oggi si vedeva che controllava, che sapeva dove fosse il limite. Un approccio così alla fine paga: andare veloci, ma con la testa. Altrimenti rischi errori come quello di Lindsay Vonn, drammatico, o come quello di Sofia Goggia oggi. Sofia stava andando fortissimo, anche più veloce di Federica, ma entrando in curva a quella velocità forse serviva più attenzione. La differenza tra restare in piedi o cadere dipende anche da quanto veloce arrivi».
Ci si aspettava l’Olimpiade del miracolo di Vonn, è stata invece quella del miracolo di Brignone?
«Sono situazioni diverse. Vonn tornava dopo uno stop, con qualche anno in più e una protesi al ginocchio. Lei dice che le ha cambiato la vita, che lo sente bene, ma non è come avere un ginocchio sano. Poi c’è stata quella caduta strana a Crans Montana. Come diceva Brignone, non so se si è proprio rotta il crociato del tutto, perché se te lo rompi si gonfia e non scendi proprio. Però di sicuro si è fatta male e quando ti fai male compensi e può arrivare anche l’errore più banale. La caduta è stata rovinosa, ma finché non ci sarà un sistema di sicurezza più evoluto – magari con uno sgancio automatico dell’attacco anche a bassa velocità – il rischio resta. Il problema non è solo la caduta, è quando gli sci non si staccano».
Un aggettivo per Federica Brignone?
«È difficile trovarlo. È andata talmente oltre quello che era umanamente immaginabile che mancano le parole. Direi miracolosa».
Quando l’ha vista le ha detto qualcosa di particolare?
«Qui non ho detto molto: quando io e Isolde l’abbiamo abbracciata mi sono messa a piangere. Cosa vuoi dire? È stata fantastica, ha mostrato il fuoco e il coraggio che ha dentro. Perché senza coraggio non scendi così dopo un infortunio come quello che ha avuto dieci mesi fa. L’avevo vista a Plan de Corones e le avevo fatto i complimenti. Prima ancora a Torino, alle Atp Finals: mi diceva “adesso proverò a sciare”, non aveva ancora iniziato. È incredibile. Questo dimostra quanto sia tecnico questo sport: puoi affinare la tecnica e arrivare a livelli altissimi. Allenamento e muscoli contano, ma testa, intelligenza e capacità di applicare quello che sai fare fanno la differenza».
Ora è nell’Olimpo delle leggende italiane. Insieme a lei, Tomba e pochi altri?
«Sì, certo. Dire che ha fatto più di Alberto non lo dico, sennò poi chi lo sente… (ride). Però lei ha vinto tutto: Coppa del Mondo generale, coppe di specialità. Ognuno nel suo ha reso grande l’Italia nello sci e alle Olimpiadi».
Lei in che modo l’ha aiutata?
«Non ho collaborato direttamente, ho cercato solo di sostenerla, anche a distanza. È importante sentire che stai facendo le cose nel modo giusto, arrivare gradualmente agli obiettivi. Se salti le tappe, poi inciampi».
Come vede il suo futuro, a partire dal gigante?
«Il gigante sarà tosto: due manche, tanta intensità, forse qualcosa potrebbe mancarle sotto questo aspetto. Però adesso è serena, ha questa medaglia al collo. È un po’ come Von Allmen dopo la discesa: può gareggiare libera. Il tracciato è interessante, con curvoni, terreno che pende e dossi. È abbastanza nelle sue corde, ma non carichiamola di aspettative».
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