Alta Vallagarina

domenica 4 Gennaio, 2026

Annalisa Oradini lascia la pediatria di base a Volano e Calliano: «Troppa burocrazia, così si indebolisce la cura»

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La dottoressa: «Lascio prima che la professione si snaturi. Farò una mostra con tutte le opere artistiche dei miei piccoli pazienti. La medicina di base? Sempre meno giovani la scelgono, il risultato è un’assistenza frammentata»

«Me ne vado finché sono contenta di non aver dovuto cambiare il mio modo di lavorare». È questa la frase con cui la dottoressa Annalisa Oradini, pediatra a Volano e Calliano, racconta la decisione di lasciare il servizio attivo. Già medico di oncologia pediatrica e del centro per la fibrosi cistica all’ospedale di Verona, col ritorno nel suo Trentino Oradini ha scelto di diventare pediatra di famiglia. All’inizio a Caldonazzo, Vigolo Vattaro, Levico e in un secondo momento a Volano e Calliano.
Da medico in ospedale a pediatra di base: è convinta della sua scelta?
«Assolutamente sì, è un lavoro meraviglioso e che mi ha dato tanto. L’esperienza mi ha insegnato che il medico di base non dà solamente: riceve, e molto. Si è legittimati a entrare nella vita delle persone: nei dolori, nelle fragilità, anche nei lutti, con una confidenza che in ambito privato richiederebbe anni. Mi sento quindi non solo di vivere la mia vita ma di averne vissute tante grazie al mio lavoro, tale è il livello di coinvolgimento e di umanità vissuta quotidianamente. Una ragione in più per aver cercato di favorire sul lavoro empatia e relazioni con una sorta di romanticismo e senso di abnegazione per la professione».
Perché ha deciso allora di lasciare il lavoro?
«Il carico di valore effettivo di un pediatra continua ad aumentare. Ad oggi in media ogni medico segue circa mille pazienti: un numero che nasconde un’enorme quantità di burocrazia, la necessità di basarsi sulle statistiche e una limitata costruzione della vitale relazione di fiducia tra medico e paziente, in questo caso mediata doverosamente dalla figura dei genitori. Di certo anche il generale clima di sospetto non alimenta la fiducia che una volta era cieca verso i pareri di un medico: talvolta c’è la sensazione di dover superare dei piccoli esami a ogni visita. Probabilmente tutta la professione andrebbe rivalutata a livello umano. La pediatria territoriale soffre oggi una progressiva perdita di attrattività: carichi di lavoro elevati, responsabilità crescenti e un riconoscimento sempre più debole rendono difficile il ricambio generazionale. Sempre meno giovani scelgono la medicina di base e questo rischia di tradursi in una maggiore frammentazione dell’assistenza e in un indebolimento del rapporto continuativo con le famiglie. Un punto, quest’ultimo, che ho sempre ritenuto decisivo nel lavoro di assistenza e cura».
Qual è stata la sua più grande soddisfazione?
«Non è scontato ricevere un riconoscimento per la propria attività professionale: nel mio caso, è una soddisfazione impagabile vedere un bambino che ti vuole abbracciare alla fine della visita. Tutti i disegni e i bigliettini di ringraziamento raccolti in questi anni di servizio sono attaccati in ambulatorio e sono la mia soddisfazione: in tutto sono 739. In passato, negli anni trascorsi in Vigolana, quando le ore di ambulatorio erano minori, visitavo pressoché interamente a domicilio, raccogliendo la ricchezza di umanità che questa prassi comportava: visitare una casa, prendere un caffè insieme, darsi il tempo di osservare e valutare favoriscono la stessa cura. Ho scelto di non indossare mai il camice in ambulatorio, essendo obbligatorio solo in ambito ospedaliero. Questa scelta ha favorito una relazione più serena con i bambini, riducendo la paura legata alla divisa e facilitando il dialogo. Tuttavia, in alcuni casi, ha contribuito a indebolire il riconoscimento del ruolo professionale agli occhi di alcuni genitori, per i quali l’autorevolezza sembra ancora passare dall’uniforme più che dalla competenza».
Quali sono i suoi piani per il futuro?
«Nessuna follia particolare ma solo una gran voglia di riprendere tante piccole cose per le quali lavorando non avevo mai tempo: cucinare torte, andare al cinema di pomeriggio, fare passeggiate in montagna, invitare gli amici a casa e cose simili. Un’idea però ce l’ho in testa: prossimamente costruire una mostra con tutte le opere artistiche dei miei piccoli pazienti».
Il 31 dicembre è stato l’ultimo giorno di lavoro della dottoressa Oradini; ora le famiglie dei piccoli pazienti potranno scegliere un nuovo pediatra in attesa di una assegnazione definitiva tramite procedura concorsuale nei primi mesi dell’anno. Per garantire la continuità delle prestazioni, l’azienda sanitaria ha temporaneamente aumentato la capienza di alcuni pediatri già in servizio sul territorio.