Polemica

giovedì 26 Marzo, 2026

Accoglienza, i consiglieri Cia, Kaswalder e Guglielmi criticano il vescovo Tisi: «Lettura semplicistica. Una cosa è predicare, un’altra governare»

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Duro attacco degli esponenti del centrodestra nei confronti di don Lauro: «Ingiusto che la Chiesa rappresenti le istituzioni come fredde e i cittadini come moralmente carenti»

Non sono andate giù ai consiglieri provinciali Claudio Cia (Forza Italia), Luca Guglielmi (Fassa) e Walter Kaswalder (Patt) le parole dell’arcivescovo di Trento don Lauro Tisi in merito al tema accoglienza. Durante la cerimonia in Duomo per la 34esima Giornata di preghiera e digiuno in memoria dei missionari martiri, Tisi aveva definito i migranti «una salvezza» invocando il perdono per il loro trattamento nei Cpr, «una tragedia».

«Le parole di un vescovo meritano sempre ascolto – esordiscono nella loro nota i tre consiglieri di centrodestra – Ancor più quando aiutano a elevare lo sguardo, a richiamare principi universali e a interrogare le coscienze senza confondere i piani. Proprio per questo le affermazioni dell’Arcivescovo di Trento sui migranti presenti nei Cpr lasciano perplessi. Quando dal pulpito si afferma che essi “ci stanno tenendo in piedi” e ci si spinge fino a chiedere loro “perdono”, non ci si colloca più soltanto sul terreno dell’esortazione spirituale. Si entra, inevitabilmente, in quello della lettura pubblica e politica di un fenomeno complesso, ma lo si fa con una chiave interpretativa che appare semplificata, emotiva e, in definitiva, poco aderente alla realtà». 

Duro l’affondo nei confronti di don Lauro: «Una cosa è predicare, altra cosa è governare – proseguono i consiglieri – Predicare significa indicare un orizzonte morale. Governare significa misurarsi con i limiti della realtà, con le contraddizioni, con la necessità di tenere insieme umanità e legalità, accoglienza e regole, dignità della persona e responsabilità delle istituzioni. Nessuno mette in discussione il valore della dignità umana. Ma proprio la dignità, se richiamata seriamente, non può essere evocata in modo da rimuovere il tema della legalità. I Centri di permanenza per il rimpatrio non sono una deviazione morale dello Stato, ma strumenti previsti dall’ordinamento per gestire situazioni di irregolarità. Si può discutere della loro efficacia, delle modalità di gestione, delle garanzie da assicurare. Ma non si può fingere che il problema non esista o ridurlo a una colpa collettiva da espiare».

L’appello rivolto al vescovo è, in buona sostanza, quello di non “travalicare” in politica: «Colpisce la leggerezza con cui da certi ambienti ecclesiali si tende a trasformare una questione così complessa in una narrazione quasi esclusivamente sentimentale, nella quale le istituzioni appaiono fredde e i cittadini che chiedono regole rischiano di essere dipinti come moralmente carenti – conclude il comunicato – È una rappresentazione ingiusta, oltre che divisiva. La carità cristiana è una cosa seria. Proprio per questo non dovrebbe essere piegata a una lettura che, nel tentativo di assolvere sul piano emotivo, finisce poi per giudicare con severità chi ha il compito concreto di amministrare fenomeni difficili. I cittadini non hanno bisogno di essere moralmente redarguiti. Hanno bisogno di parole vere, di rispetto per le loro preoccupazioni e di istituzioni capaci di tenere insieme umanità, sicurezza, legalità e coesione sociale. La missione della Chiesa è troppo alta per essere confusa con la tentazione di impartire lezioni su questioni che richiedono invece prudenza, equilibrio e senso del limite. Ed è proprio nel rispetto di quel ruolo che va ricordato che la complessità non si governa con il sentimentalismo».