Val di Non
martedì 18 Agosto, 2026
A Cloz l’addio a Elisabetta Flor: «Hai saputo vivere nella pienezza»
di Walter Iori
L'abbraccio di parenti, amici e colleghi ricercatori all'archeologa del Muse
Quando le campane hanno cominciato a suonare, a Cloz il temporale si era appena allontanato. Sono rimaste le strade bagnate, l’odore della pioggia e un cielo ancora scuro. E davanti alla chiesa, lentamente, la gente è arrivata per Elisabetta Flor.
Per salutarla, per stare vicino alla sua famiglia, forse anche per cercare insieme agli altri quelle parole che da soli non si trovano. Poi, quasi come se il cielo avesse lasciato spazio al dolore, è arrivato il silenzio. Quel silenzio invocato già all’inizio della celebrazione dal parroco, padre Placido Pircali, che ha introdotto il rito con parole di conforto rivolte alla famiglia, agli amici di sempre, ai colleghi del Muse, alle persone che l’avevano conosciuta attraverso il suo lavoro e a quelle che invece l’avevano incontrata nella quotidianità del paese. Volti diversi, legati dalla stessa incredulità davanti a una morte arrivata troppo presto. La scomparsa di Elisabetta Flor, avvenuta giovedì scorso a soli 44 anni, ha lasciato un vuoto difficile da accettare.
Non soltanto nella famiglia, ma anche nel mondo della ricerca e della cultura trentina, dove Elisabetta aveva costruito negli anni un percorso professionale importante e riconosciuto. E forse è proprio quella giovane età a rendere ancora più difficile trovare le parole. Perché davanti alla sua bara non c’era soltanto il ricordo di ciò che è stato, ma anche il pensiero di tutto quello che avrebbe potuto ancora essere. Il suo nome era legato soprattutto all’archeologia preistorica e allo studio del popolamento delle Alpi durante il Mesolitico.
Al Muse aveva lavorato come mediatrice scientifica, occupandosi di progetti, mostre, attività di divulgazione e rapporto con il pubblico. Un lavoro nel quale le competenze scientifiche si accompagnavano a una particolare capacità di spiegare, raccontare e coinvolgere. Il museo trentino l’ha ricordata come una collega stimata e capace, sottolineandone la gentilezza, la disponibilità e la profonda preparazione.
Ma chi l’ha conosciuta racconta soprattutto una persona solare, intelligente, curiosa, capace di ascoltare e di coltivare rapporti. Una donna che aveva trovato nella ricerca non soltanto una professione, ma una vera passione. Una curiosità che l’aveva portata lontano, anche fuori dall’Italia, senza però spezzare il legame con la sua terra e con le persone che facevano parte della sua vita. È stato il parroco, nell’omelia, a cercare le parole per dare un senso a un dolore così difficile da comprendere. Lo ha fatto partendo dall’abbraccio tra Maria ed Elisabetta, raccontato nella lettura del Vangelo. Un abbraccio che diventa incontro, vicinanza, ma anche qualcosa capace di sciogliere il dolore. «L’abbraccio diventa ciò che scioglie e unisce – ha detto padre Placido – ed Elisabetta ha saputo vivere nella pienezza, abbracciando la sofferenza, amando la vita pur nelle difficoltà e testimoniando la bellezza del creato. È stata una ricercatrice saggia, perché ha capito il gusto e il valore delle cose». Nelle parole del sacerdote è entrato anche il tema del tempo, della vita che acquista valore quando viene vissuta con qualità, della pienezza dell’amore che si riconosce nei suoi segni più semplici e autentici. Poi l’ultimo pensiero, quello rivolto direttamente a Elisabetta e a chi le è stato più vicino.
«Cara Elisabetta – ha concluso padre Placido – torni nella terra che hai scavato e rimani nel cuore delle persone che hai abbracciato con il sorriso e con tanto amore, in particolare tuo figlio, tuo marito, i tuoi genitori e tutta la tua famiglia». Parole che, nel silenzio della chiesa, hanno restituito a tutti il volto di Elisabetta. Il suo sorriso, la disponibilità, l’intelligenza, la curiosità. Ma soprattutto quel modo discreto e gentile di stare accanto agli altri.
Commenti:
Devi effettuare il login per poter pubblicare un commento.