L'editoriale

sabato 31 Gennaio, 2026

Dietro l’intesa Ue-India

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Dalla rimozione dei dazi alle tensioni su proprietà intellettuale e sostenibilità: i punti di forza e le debolezze dell'accordo fra le due potenze economiche

Pochi giorni fa l’Unione europea (Ue) ha raggiunto, dopo vent’anni, un ambizioso accordo politico con l’India per creare un grande accordo di libero scambio tra le Parti. Oggi le relazioni europee con il colosso asiatico (1,4 miliardi di persone) sono contenute, rispetto al potenziale, da elevati dazi e da una limitata collaborazione su aspetti tecnici e legali in merito a standard, proprietà intellettuale, appalti pubblici, servizi digitali e mobilità delle persone. Questo accordo, di cui sono stati resi noti soltanto alcuni aspetti generali, mira a rimuovere la maggior parte dei dazi, pur preservando la protezione su alcuni ambiti.

Da una lettura combinata dei comunicati europei e indiani (di quest’ultimo si è dato poco conto sulla stampa italiana), l’Ue dovrebbe concedere delle preferenze di accesso su circa il 99,5% delle esportazioni indiane di beni, mentre l’India dovrebbe reciprocare con una sostanziale riduzione delle tariffe sul 96,6% del valore dei beni europei esportati e con la rimozione di numerosi dazi «proibitivi» (ovvero così elevati da rendere impraticabile il commercio internazionale). Tra questi ultimi spiccano quelli sul settore automobilistico che arrivano ora al 110% e verranno portati al 10% (anche se solo su una quota di 250mila vetture all’anno), mentre i dazi sulle componenti auto saranno rimossi in 5/10 anni.

Le categorie di prodotti oggi più esportati dall’Ue in India sono macchinari e materiale elettrico (con dazi ora fino al 44%), aerei e veicoli spaziali (fino all’11%), apparecchiature ottiche, mediche e chirurgiche (fino al 27,5%), materie plastiche (fino al 16,5%). È evidente come la liberalizzazione possa avvantaggiare i settori già ora integrati nonostante i dazi elevati. Dei miglioramenti sostanziali saranno garantiti però anche al settore agrifood. Il vino europeo vedrà i dazi ridotti dal 150% al 75% (e poi gradualmente fino al 20-30%), la carne ovina dal 33% fino a zero, e l’olio d’oliva dal 45% a zero in cinque anni. Anche l’Ue ridurrà i propri dazi nell’ambito agrifood, anche se manterrà la protezione su carne bovina, zucchero, riso, carne di pollo e su altri prodotti sensibili per i quali fisserà delle quote massime di importazione con dazi ridotti.

Una differenza importante tra le Parti è che, secondo il comunicato indiano, l’Ue dovrà rimuovere immediatamente i dazi sul 70,4% dei beni (pari a circa il 90% delle sue esportazioni) e in particolare nei settori ad alta intensità di lavoro (tessile-abbigliamento, pelle-calzature, gemme e gioielli), mentre l’India dovrà farlo solo per il 50% dei beni. Per un restante 40% delle linee tariffarie, infatti, la liberalizzazione indiana avverrà solo nel medio termine, andando a regime tra 5/7 (massimo 10) anni. Un periodo di aggiustamento comprensibile per un Paese in via di sviluppo, ma che riduce l’immediato impatto positivo sui produttori europei e che potrebbe creare qualche tensione nell’Ue.

Secondo l’Ue, sul fronte dei servizi l’accordo sarà particolarmente interessante perché concederà all’Unione l’accesso privilegiato al mercato indiano dei servizi in settori chiave (come i servizi finanziari e il trasporto marittimo). Secondo il comunicato indiano, l’Ue avrebbe promesso impegni su 144 settori, l’India su 102. Altrettanto importanti dovrebbero essere le clausole che assicurano un elevato livello di protezione e applicazione dei diritti di proprietà intellettuale. Questo è un ambito delicato in India che si è specializzata, per esempio, nella produzione di farmaci generici, anche grazie allo storico assetto del regime brevettuale in conformità con gli accordi dell’Omc.

Un punto molto delicato nell’accordo è rappresentato dagli aspetti tecnici che definiranno le regole di origine (per stabilire quando un prodotto può essere considerato «indiano» o «europeo» e può quindi beneficiare di dazi preferenziali), le procedure doganali e i controlli del rispetto degli standard tecnici e di sicurezza. Negli scarni comunicati disponibili si fa riferimento alla futura definizione di nuove regole di origine «semplificate» che siano allineate alle catene di fornitura e valorizzino l’autocertificazione, così da favorire le piccole e medie imprese. Nel comunicato indiano si dice che tali regole dovranno garantire che la lavorazione sostanziale avvenga dentro le due aree, fornendo al contempo un’adeguata flessibilità per consentire l’approvvigionamento di fattori produttivi dalle catene del valore globali. Questo obiettivo, giustificato dalle difficoltà riscontrate nell’imporre e verificare dei requisiti lungo l’intera filiera produttiva globale, potrebbe entrare in tensione con quello di garantire che i rigorosi standard europei siano omogeneamente applicati ai beni europei e indiani. Tensioni potrebbero emergere anche sui temi relativi alla sostenibilità e alle emissioni (Cbam), sulla governance dei dati e su specifici aspetti della proprietà intellettuale: un eccessivo rigore potrebbe essere considerato come protezionismo mascherato da parte Ue, un’eccessiva flessibilità comporterebbe rischi di competizione scorretta e una corsa al ribasso. Come l’accordo con il Mercosur ha dimostrato, le incomprensioni che vent’anni di negoziazioni faticano a sciogliere possono rimanere sabbia negli ingranaggi della negoziazione, dell’approvazione e, se l’accordo entrasse in vigore, dell’implementazione. Sarà, quindi, necessario attendere di conoscere i dettagli su tutti questi aspetti, in vista delle approvazioni dei rispettivi organi, per comprendere appieno le implicazioni dell’accordo.

Dopo vent’anni di discussioni, la conclusione dell’accordo politico tra Ue e India in questo periodo può essere interpretata come una reazione delle Parti ai cambiamenti nel quadro delle relazioni internazionali dopo l’avvento dell’amministrazione Trump. India e Ue sperano di diversificare le fonti di approvvigionamento e fornitura, di rafforzare l’accesso e la condivisione di conoscenze, e di stabilizzare le relazioni intorno a regole chiare e condivise. Entrambe mirano a promuovere la crescita della produzione nei settori in cui hanno un vantaggio competitivo, rinunciando alla storica protezione fornita ad altri settori meno competitivi. Entrambe puntano a sviluppare delle partnership paritarie in ambiti cruciali per la crescita futura, come quello dei servizi digitali, per esempio condividendo capitali e conoscenze attraverso maggiori investimenti e mobilità delle persone. Al contempo, tuttavia, gli annunci di entrambe ribadiscono la necessità di mantenere sovranità regolatoria e capacità di introdurre delle clausole di salvaguardia come strumenti di sicurezza economica. Un equilibrio tra queste esigenze è possibile, ma non è banale.

L’accordo, infine, contiene dei passaggi sulla mobilità delle persone, in particolare per certe categorie professionali che potrebbero godere di facilitazioni per svolgere attività lavorative connesse ai settori coperti dall’accordo. Secondo il comunicato indiano, in particolare, un accordo quadro faciliterà la mobilità temporanea dei dipendenti (e delle famiglie) delle società indiane con sede nell’Ue in tutti i settori dei servizi. I professionisti indipendenti che forniscono servizi a clienti dell’Ue in 17 sottosettori (tra cui IT, ricerca e sviluppo, istruzione superiore) potranno spostarsi in modo più semplice. Tutto coerente e necessario. Ma sappiamo quanto il tema della mobilità sia politicamente controverso in questo periodo in Europa. Anche in questo caso, saranno i dettagli degli accordi a fare la differenza.

Professore ordinario di Politica economica all’ Università di Trento