La scoperta
venerdì 23 Gennaio, 2026
Un forno dell’età del Bronzo riemerge nelle Valli del Leno e riscrive la storia della metallurgia alpina
di Miriam Rossi
Scoperto in Val dei Lombardi uno dei più antichi forni fusori del Trentino. La professoressa Mara Migliavacca racconta i risultati degli scavi e il ruolo delle comunità locali nella ricerca
La già ricca mappa dei siti fusori pre-protostorici del Trentino – oltre duecento censiti sull’intero territorio provinciale – si arricchisce di una nuova e significativa area di indagine archeologica. È il territorio delle Valli del Leno, nei Comuni di Trambileno, Vallarsa e Terragnolo, al centro del progetto Antichi metallurghi delle Valli del Leno, che sta contribuendo a ridefinire il ruolo di quest’area montana nella storia più antica della metallurgia alpina.
I primi risultati degli scavi archeologici condotti lo scorso giugno in località Val dei Lombardi saranno presentati al pubblico questa sera alle 20.30 a Trambileno, all’auditorium dei Moscheri, nell’incontro dal titolo Le Slache a Trambileno. Aggiornamenti alla cittadinanza sullo scavo archeologico in Val dei Lombardi: ricerche, scoperte e novità. Un’occasione pensata non solo per gli addetti ai lavori, ma anche per restituire alla comunità locale il valore di una scoperta che riguarda direttamente il territorio. Tra i relatori la professoressa Mara Migliavacca, archeologa del Dipartimento di Culture e Civiltà dell’Università di Verona.
Professoressa Migliavacca, che cosa avete scoperto?
«Da tempo circolava la notizia della presenza di scorie di fusione nelle Valli del Leno, in particolare in Val dei Lombardi. Tenendo conto anche della vicinanza con il distretto minerario dell’Alto Vicentino – noto per l’estrazione di rame e ferro – nel 2024 l’Università di Verona, insieme al Museo Civico di Rovereto, ha avviato una prima ricognizione sistematica dell’area. È stato esaminato l’intero versante, integrando osservazioni sul campo e analisi di fotografie aeree, che hanno permesso di individuare una zona con evidenti tracce di attività metallurgica, caratterizzata dalla presenza di scorie contenenti rame».
Che cosa hanno restituito gli scavi?
«Nel giugno dello scorso anno sono stati aperti due saggi di scavo molto ravvicinati. Quello più a monte, sotto la direzione della Soprintendenza, ha restituito un forno fusorio di età protostorica eccezionalmente ben conservato, un ritrovamento raro per queste fasi cronologiche. Più a valle, invece, sono emersi imponenti cumuli di scorie, che potrebbero provenire dallo stesso impianto, anche se non si può escludere l’esistenza di un secondo forno ancora sepolto sotto i depositi».
Si tratta di una scoperta di rilievo?
«Sì, perché pur in un’area in cui la lavorazione dei metalli era diffusa, il forno individuato rappresenta, allo stato attuale delle conoscenze, il più antico rinvenuto finora. Colpisce soprattutto l’enorme quantità di scorie, indice di una produzione intensa e continuativa. Non a caso il termine “slache”, che in dialetto indica i residui della fusione, è diventato anche un toponimo della zona. Questo suggerisce un’attività protratta per almeno un paio di secoli e un paesaggio profondamente diverso da quello attuale, segnato dal consumo massiccio di legname per la produzione di carbone vegetale e da un impatto ambientale tutt’altro che marginale».
A quale periodo risalgono le strutture?
«Le analisi al radiocarbonio (C14) indicano una datazione all’età del Bronzo. In queste aree montane i reperti sono pochi, il che rende difficile una datazione ancora più precisa. Tuttavia è ragionevole ipotizzare la presenza di insediamenti nelle immediate vicinanze del forno, necessari a garantirne l’utilizzo. Fondamentale sarà il contributo dei colleghi del Dipartimento di Geoscienze dell’Università di Padova, che lavoreranno sull’individuazione delle aree di provenienza delle materie prime, permettendo di ricostruire le reti di approvvigionamento».
Chi sono i partner del progetto?
«Il progetto è frutto di un lavoro corale che coinvolge, oltre all’Università di Verona, la Soprintendenza per i beni culturali della Provincia di Trento con Paolo Bellintani ed Elena Silvestri, la Fondazione Museo Civico di Rovereto con Maurizio Battisti e il Muse con Paolo Ferretti, Matilde Peterlini, Marco Avanzini e Isabella Salvador. Tutti saranno presenti all’incontro di presentazione. Con gli stessi partner stiamo già valutando la prosecuzione degli scavi, che potrebbero ampliare in modo significativo la portata della scoperta e il ruolo delle Valli del Leno nella storia della metallurgia alpina».
Che ruolo hanno avuto le amministrazioni locali?
«Il coinvolgimento delle amministrazioni è stato concreto e continuo, non solo formale. I Comuni interessati hanno garantito un forte sostegno operativo, a partire dal supporto logistico per l’individuazione degli alloggi destinati agli studenti e ai dottorandi impegnati negli scavi, un aspetto tutt’altro che secondario in un progetto di ricerca sul campo. Inoltre, le amministrazioni hanno collaborato attivamente all’organizzazione di alcune serate pubbliche di presentazione dei primi risultati, che hanno registrato una partecipazione numerosa. Un segnale chiaro non solo dell’interesse della popolazione, ma anche della volontà delle istituzioni locali di accompagnare e sostenere la ricerca, riconoscendone il valore culturale e identitario per il territorio».