Italia
martedì 20 Gennaio, 2026
Omicidio di La Spezia, Atif davanti al giudice. I compagni si rifiutano di entrare in classe: «La scuola non ci ha difeso»
di Redazione
Il coltello con cui ha ucciso Youssef era stato acquistato poche ore prima. Le parole dell'arrestato: «Non mi sta bene nulla della mia vita»
Il racconto di una vita segnata da fragilità psicologica, pensieri suicidari e profondo disagio emerge dagli atti dell’interrogatorio di Zouhair Atif, arrestato per l’omicidio del compagno di scuola Abanoub “Aba” Youssef. Un profilo che però contrasta nettamente con la valutazione del giudice per le indagini preliminari che, nell’ordinanza di convalida dell’arresto per omicidio aggravato dai futili motivi, attribuisce all’indagato una condotta caratterizzata da peculiare brutalità e allarmante disinvoltura.
Nel corso dell’interrogatorio, il giovane ha descritto la propria esistenza come un fallimento: «Non mi sta bene nulla della mia vita. Non so che farmene, ho pensato più volte di morire». Atif è accusato dell’omicidio del compagno di scuola Abanoub “Aba” Youssef, ucciso perché convinto che stesse corteggiando la sua fidanzata. Arriva persino a raccontare di aver pensato a un viaggio in Svizzera per il suicidio assistito.
Durante l’audizione, l’avvocato difensore Cesare Baldini nota le cicatrici sulle braccia del ragazzo: segni evidenti di autolesionismo, già segnalati anche da alcuni compagni di scuola e indicativi di un grave disagio emotivo.
La versione dell’indagato
Atif prova a spiegare le proprie azioni sostenendo di essersi sentito minacciato. «Volevo difendermi», afferma. Racconta che la fidanzata gli avrebbe riferito di una richiesta di foto ricevuta da Aba, immagini di quando erano bambini. Un episodio che il giovane avrebbe interpretato come un tentativo di corteggiamento.
«Volevo solo una spiegazione», sostiene, giustificando così i tentativi di incontrare la vittima nei giorni precedenti. Anche la mattina dell’omicidio, afferma, non avrebbe avuto l’intenzione di uccidere ma soltanto di «dargli un segnale».
Resta però il nodo del coltello acquistato 48 ore prima. «L’ho comprato per difendermi dalle minacce», ribadisce Atif, parlando di persone mai viste che lo avrebbero voluto aggredire. Minacce che, secondo il suo racconto, gli sarebbero state riferite dalla fidanzata.
Il 16 gennaio il confronto con Aba degenera: «Volevo colpirlo a una gamba, ma si è girato e l’ho colpito al fianco».
La valutazione del gip
Una versione che il gip ritiene inverosimile. Colpire con un’arma di quel tipo e provocare lesioni devastanti, scrive il giudice, «integra il dolo di omicidio». A smentire la tesi difensiva contribuiscono la posizione dei due ragazzi – Atif in piedi, Youssef seduto – e la forza impressa al colpo.
Secondo il giudice, è più plausibile che l’indagato abbia deciso di «porre fine a ogni questione» aggredendo la vittima con un’arma procurata in precedenza. Il 19enne, si legge nell’ordinanza, «era seduto e ha solo proteso le braccia verso l’assalitore», senza alcun movimento che potesse deviare il fendente.
La difesa e la piazza
Per l’avvocato Baldini, Atif è «una persona con un passato di sofferenze», elemento che apre alla possibilità di una perizia psichiatrica. Il carcere, aggiunge, rappresenterebbe anche una forma di protezione. Lo stesso Atif afferma di non voler tornare a casa: «Qui sto bene, non voglio vedere la mia famiglia».
Nelle stesse ore, fuori dall’aula, la protesta degli studenti. Doveva essere il giorno del rientro in classe, ma molti ragazzi hanno rifiutato di entrare, sfilando in corteo con cartelli contro la scuola, accusata di non aver prevenuto la tragedia. Dopo momenti di tensione con la polizia, la manifestazione ha raggiunto il tribunale, dove il padre di Aba è stato ricevuto dalla procuratrice capo Enrica Gabetta.
I vertici dell’istituto Einaudi-Chiodo restano invece cauti. In una nota assicurano che verranno adottate «misure a tutela della sicurezza degli studenti» e invitano i ragazzi a «dare conforto a docenti e personale scolastico, profondamente scossi da questa tragedia».