Sanità

domenica 18 Gennaio, 2026

Visite private dei medici pubblici, il Pd attacca: «Libera professione spacciata per consulenza»

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L'interrogazione dei consiglieri Parolari e Zanella: «In Trentino regole meno stringenti, entrate per due milioni di euro»

Il rapporto in ambito sanitario fra attività istituzionale e libera professione intramuraria è un rapporto che si fa sempre più incandescente», dicono subito Francesca Parolari e Paolo Zanella del Pd. «Nata come opportunità per il cittadino di scegliere il professionista di fiducia, con l’obiettivo di abbattere le liste d’attesa e migliorare l’efficienza organizzativa, nel tempo e soprattutto in questi ultimi tempi anche in Trentino la prestazione resa in libera professione intramuraria è diventata lo strumento, per chi può permetterselo, per avere accesso alle cure sopperendo così alle carenze nell’organizzazione dell’attività istituzionale». Una verità incontestabile. Ma c’è di più: «In Trentino le regole appaiono meno stringenti che nel resto d’Italia». E spiegano come l’attività privata del medico esercitata dentro l’ospedale «possa essere svolta anche in favore di terzi». Quindi «attraverso l’impiego di professionisti dipendenti che possono operare in libera professione», che diventa a tutti gli effetti «attività di consulenza».

I consiglieri, attraverso un’interrogazione che mette a raffronto le discipline dell’intramoenia di alcune regioni, puntano l’attenzione sulle circa 50 convenzioni per attività di consulenza che l’Apss (ora Asuit) ha stipulato nel biennio 2024-2025 con una platea variegata di cliniche e ambulatori privati sparsi su tutto il territorio nazionale. Le entrate presunte, relative a questa mole di attività, superano i due milioni di euro. «Dietro la generica dicitura della ‘consulenza’, attraverso i propri professionisti in libera professione, l’Azienda eroga in tutta Italia prestazioni specialistiche e chirurgiche a pagamento. Ma se l’attività aziendale a favore di terzi deve essere, per legge e per regolamento aziendale, comunque collegata all’abbattimento delle liste di attesa e alla riduzione dei tempi di attesa — si chiedono i consiglieri — come si può verificare che ciò effettivamente avvenga se non si sa nemmeno quali e quante prestazioni specialistiche sono svolte durante l’erogazione dell’attività di consulenza?».

Osservano inoltre che i compensi per queste consulenze, incassati dall’Azienda che poi li riversa ai professionisti, sono di norma compensi orari onnicomprensivi che possono arrivare anche a 1.100 euro all’ora per maxillo-facciale e sino a 3.000 euro all’ora per attività chirurgica oculistica. «Al professionista va una percentuale pari all’87,33% (rispetto al 68,36% o 72,36% stabilito per le visite specialistiche in struttura). Per di più, da regolamento, al compenso previsto per l’attività di consulenza, a differenza di quanto avviene per le visite specialistiche, non viene decurtato l’importo pari al 5% che finanzia il fondo di perequazione». Oltre a chiedere conferma dei dati sui volumi dell’attività intramuraria svolta sotto forma di consulenza, Parolari e Zanella chiedono alla giunta «se non ritenga opportuno, alla luce dell’evidente divario fra i tempi di attesa subiti dai cittadini trentini per prestazioni sanitarie nel pubblico rispetto a quelli garantiti nella libera professione, intervenire per eliminare queste distorsioni». Sottolineando come «l’obiettivo principale e prioritario debba andare nella direzione di ridurre i tempi di attesa per le prestazioni sanitarie rese nell’ambito istituzionale, a tutela e a salvaguardia di ciò che per ogni trentino è più caro, la salute».