Emergenza casa
domenica 18 Gennaio, 2026
Senzatetto e manager al fast food, la storia di Bilal. «Per mesi ho dormito sotto i ponti»
di Donatello Baldo
Il 40enne pakistano è dipendente della catena Burger King: «Tanti sono nella mia condizione, assunti ma senza una casa. Mi lavavo al bar per essere in turno pulito»
Dietro il bancone di Burger King, Bilal Rafique è impeccabile. Sembra danzare tra il via vai dei vassoi che entrano ed escono dalle cucine. Sulla cassa muove le dita come un prestigiatore. Saluta i clienti con un largo sorriso. Ed è orgoglioso della sua posizione: «Sono Chief Manager», dice subito allargando il petto su cui c’è la targhetta che indica il suo nome e il suo ruolo. «Ho anche il diploma di terza media», dice poi con lo stesso orgoglio. Quello che per noi è niente, per lui è tutto. «Ho fatto l’esame all’Istituto Don Milani di Rovereto, ma ora voglio prendermi anche il B2 di italiano, fare i corsi per conoscere meglio la lingua». Bilal è pakistano, ha quasi 40 anni, ed è felice.
Sotto un ponte
Bilal, però, non ha una casa. Ora sta da amici: «Per adesso». In futuro chissà, potrebbe trovare una casa tutta sua: «Ho anche il contratto a tempo indeterminato, ma non si trovano appartamenti. Non ce ne sono, oppure costano tantissimo. Oppure — azzarda sottovoce — a un pakistano non vogliono affittare». La prospettiva è il ritorno in strada, dove Bilal è stato per molto tempo: «Sotto il ponte dell’Adige, o nei dormitori», dice senza perdere nemmeno un briciolo della sua dignità. «Siamo in tanti che lavorano e non hanno una casa». Solo pochi mesi fa, la notte aveva il rumore del lento russare delle camerate di una struttura di accoglienza, il colore dei neon che si spengono e si accendono a orari prestabiliti. Altre notti hanno altri colori, altri rumori: «Sotto il ponte è difficile. C’è tanto freddo, tanta umidità vicino all’Adige. E il vento». Ma il pensiero di Bilal è ancora il lavoro: «La parte più difficile, quando si è in strada, è lavarsi. Ma tutti i giorni voglio presentarmi pulito all’inizio del turno». E allora si cerca un bar, dove un caffè al banco consente, in fretta, un’abluzione a pezzi. Oppure il Punto d’Incontro, dove le docce sono però contingentate e «su prenotazione». «Non è semplice», ammette Bilal senza perdere il suo sorriso largo.
«Meglio di un animale»
«Sono Chief Manager — ripete con lo stesso orgoglio — ho fatto l’apprendistato di sette mesi e poi un corso a Milano per diventare responsabile dei turni, un training in gestione, per imparare a fare le buste, la contabilità, per conoscere gli standard Haccp». Fosse per lui parlerebbe solo del suo lavoro, e dei suoi colleghi: «Qui ho trovato tanti amici». Fa fatica a raccontare quel suo lungo viaggio, i primi giorni a Trento. «Sono arrivato per caso. Volevo andare in Germania ma il treno è arrivato qua. Mi sono ritrovato in piazza Dante. Ho chiesto a dei ragazzi seduti su una panchina dove fossi. Ho parlato loro in inglese». Era a Trento. «Ho chiesto a quei ragazzi se qui li trattassero bene gli stranieri. Mi hanno risposto che qui trattano bene anche gli animali. “Se pensi di essere migliore di un animale, rimani qui”, mi hanno detto». Bilal sorride: «Io sono un essere umano, ho pensato. Questo è il mio posto, ho pensato».
Tante case vuote
«Ci sono tante persone che dormono fuori, e tante che lavorano. Perché il lavoro non è un problema, ma lo è la casa». Anche per un richiedente asilo come lui: «Tra poco arriverà la risposta della commissione», spiega. E spiega che non è più alla Residenza Fersina perché non ha i requisiti: «Perché ho un lavoro, perché guadagno». Se si va oltre la soglia, si è fuori. Ma in strada. Quasi un paradosso. Se riesci a integrarti, viene lasciato solo. E poi quel razzismo strisciante: «Ma secondo me è sbagliata la mentalità. Io sono pakistano, ma sono un lavoratore. Ho la busta paga, sono a tempo indeterminato. I proprietari di quelle poche case in affitto, però, non si fidano». E Bilal è quasi incredulo, non si capacità che ci siano così tante case sfitte: «Sui giornali ho letto che ci sono 5mila case sfitte a Trento. Com’è possibile?». E fa i conti. «In una casa ci possono stare come minimo tre persone. Significa che se fossero messe in affitto ci sarebbe posto per 15mila persone». Sarà sbagliata la mentalità, come dice Bilal: «Ma mi piacciono gli italiani, mi piace la vostra cultura, per questo voglio imparare bene l’italiano. E voglio stare qui, qui sto bene, mi sento bene». Come un essere umano, nonostante tutto.
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