L'editoriale

venerdì 16 Gennaio, 2026

Terre di mezzo, cerniera d’Europa

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Il paradigma delle terre di mezzo rimane attuale e caratterizza fortemente l’Arco Alpino: il Trentino Alto Adige deve continuare a considerarsi dentro a questa prospettiva

Metafora potente della modernità, il paradigma delle terre di mezzo caratterizza fortemente l’Arco Alpino e dentro a questa prospettiva dobbiamo continuare a considerarci. Se guardiamo ai territori attuali della Regione Trentino-Alto Adige/Südtirol e a quelli del vecchio Tirolo Storico come a uno spazio intra-alpino – quali sono e quali sono stati da lungo tempo – l’identità trentino-tirolese, un’identità alpina complessa fatta di etnie differenti, racconta la storia di una popolazione che ha partecipato alla costruzione di una «casa comune» in una terra di confine.

Tra le ragioni profonde che stanno alla base del nostro Statuto di Autonomia c’è proprio la volontà di garantire la pacifica convivenza tra comunità diverse attraverso il principio fondamentale della parità di diritti e di tutela delle minoranze etniche e linguistiche. Le Alpi si caratterizzano da antica memoria come una macroregione al centro dell’Europa, uno spazio a lungo conteso e a lungo percorso. Il paradigma della terra di mezzo definisce l’Arco Alpino sotto il profilo ambientale, che è il piano della geografia fisica. Ma anche e soprattutto sotto i profili etnografico e sociale, che rimandano alla geografia umana e alla geografia politica. Quindi al governo del territorio.

In ragione di questa vocazione intra-europea – cerniera di passaggio sulla direttiva Nord-Sud nei principali traffici di uomini e merci – le Alpi si caratterizzano al tempo stesso come un paesaggio dell’abitare e come un paesaggio dell’attraversamento. Dialogano nelle vallate, tra i villaggi di un tempo e quelli di oggi, la storia medievale degli insediamenti umani in Arco Alpino e le storie moderne della costruzione dei sistemi viabilistici in Europa, la storia della difesa delle forme di governo locali da parte delle comunità alpine e le storie di coloro che volevano sottometterle. Protagonisti di un’unica narrazione, numerosi avvenimenti hanno contribuito a far emergere nel lungo periodo la contraddizione tipica della terra di mezzo: luogo di incontro tra comunità diverse nei periodi di prosperità, luogo di scontro tra eserciti contrapposti nei periodi di ostilità. Nei momenti di pace l’incontro tra identità differenti per un reciproco arricchimento. Nei momenti di guerra l’accanimento tra partigianerie verso il reciproco annientamento.

Negli ultimi secoli notiamo in questo senso il susseguirsi di alcune fasi altalenanti, che contraddistinguono la storia geopolitica delle Alpi con momenti di apertura e di chiusura. L’idea di una «montagna muraglia» – dove l’orografia divide le comunità alpine lungo una linea di frontiera da difendere e combattersi – è un modello piuttosto recente, che interviene in età moderna e rompe con una tradizione medievale molto diversa. Nel medioevo, infatti, le Alpi erano uno spazio osmotico, dove gli «Stati di passo» – dall’espressione del geografo bavarese Karl Haushofer (1869-1946) – rappresentavano bene la dimensione di una montagna aperta. Lo «Stato di passo», o «Stato a scavalco», era un soggetto politico-amministrativo che includeva comunità etnico-linguistiche differenti e che poneva i propri confini sui fondovalle, mantenendo sul livello di crinale un luogo poroso e di scambio. Il sistema di confinazione era basato su criteri pratici di convivenza economici e sociali, sulla distribuzione funzionale dello sfruttamento dei terreni e sulla possibilità di poter beneficiare degli opposti versanti. Il Tirolo storico, ad esempio, che comprendeva all’incirca gli attuali territori del Land austriaco del Tirolo, l’Alto Adige/Südtirol e il Trentino, manteneva i confini nelle vallate, estendendosi indicativamente da Kufstein ad Ala. In questo modo gli Stati di passo garantivano il controllo dei fondovalle, delle terre alte e medio alte rendendo lo spazio alpino, ha scritto l’antropologo ed epistemologo Annibale Salsa, «cerniera vivente d’Europa». Da Est a Ovest, gli Stati medievali andarono caratterizzandosi perlopiù in questo modo, come Stati di passo, favorendo la formazione di una fisionomia alpina abbastanza omogenea, dove lo sviluppo delle comunità seguì modelli amministrativi che seppero adattarsi in modo funzionale alle caratteristiche naturali dell’ambiente.

In seguito, con l’affermarsi dello Stato moderno, la situazione prese velocemente a modificarsi. Tra la fine del ’700 e la prima metà dell’800 una nuova codificazione politica degli spazi impose il confine secondo criteri politici-militari. In luogo degli Stati di passo, gli Stati nazione adottarono la confinazione cosiddetta idrografica. Questo modello, detto anche dottrina dello «spartiacque» o «teoria delle acque pendenti», legava il concetto di regione naturale a quello dei bacini idrografici, tracciando il confine sulla linea di cresta delle catene montuose e in corrispondenza dei valichi di montagna. Nel ’700 la «dottrina dello spartiacque» era stata formalizzata dal geografo francese Philippe Buache (1700-1773). Adatta ai nuovi interessi degli Stati nazionali, nei decenni successivi divenne strumento di geopolitica, funzionale alla creazione di confini politici alpini individuati con maggior precisione e più difendibili da un punto di vista militare. Questo tipo di confinazione si diffuse in quasi tutte le Alpi, dalle Occidentali (dove arrivò prima, sul principio del ‘700) alle Orientali (dove giunse più tardi, nel corso dell’800), a eccezione della Svizzera, che mantenne (e mantiene tutt’oggi) il modello medievale. Per quanto riguarda in particolare il territorio del Tirolo storico, la confinazione idrografica fu adottata nel 1919, quando, alla fine della Grande Guerra, il confine fu posto al Passo del Brennero.

Dinamiche e instabili, custodi di grande vivacità culturale e di profonde tensioni latenti, le terre di mezzo vivono di identità composite e relazionali e amplificano gli avvenimenti della storia, quando ne sono interessate. Le Alpi non fanno eccezione. Ed anzi, nelle fasi altalenanti che le hanno coinvolte tra le epoche di passaggio fra medioevo e modernità, ci ricordano quanto questo paradigma – la terra di mezzo – sia ancora assolutamente attuale. Non soltanto per comprendere i percorsi di storia e memoria che caratterizzano le radici del nostro territorio, ma anche per orientare le politiche di governo delle autonomie locali.

*Ricercatore Fondazione Museo Storico Trentino