La storia

venerdì 5 Dicembre, 2025

Don Devis, il parroco che fu poliziotto: «Nelle stragi sulla strada ho incontrato Gesù. Lì, nei fossi, attendevo di spostare le salme e riflettevo»

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Oggi guida le parrocchie di Predazzo, Ziano e Panchià. Ma in passato è stato agente: fu chiamato ad intervenire per la strage di via dei Georgofili

Da poche settimane è parroco di Predazzo, Ziano e Panchià, accolto con calore dalle tre comunità, come ci accoglie nella sua nuova casa, la canonica di Predazzo. Crocs ai piedi, jeans e maglietta e un sorriso contagioso che ti mette subito a tuo agio. Gli scaffali dello studio sono ancora semivuoti: “sto portando la mia roba un po’ alla volta” commenta mentre ci offre un caffè che sorseggia in una tazza originale della polizia newyorchese. Ci sono due cose di don Devis Bamhakl che incuriosiscono: il cognome, meno esotico di quanto sembri, e la sua vocazione tardiva dopo 20 anni di poliziotto.

La sua famiglia è tutta dentro, anzi agli estremi della Magnifica Comunità di Fiemme: il padre tedesco di Anterivo, e la madre ladina di Moena dove è nato. In polizia c’è entrato a 20 anni dopo il diploma di economia aziendale conseguito all’Itc di Predazzo. I corsi a Trieste e poi Roma, Modena, Bologna e 13 anni a Bolzano, sempre nella stradale, «ma ho iniziato facendo il morto nella neve, ricorda sorridendo. Mi chiesero se volessi fare qualcosa di diverso. Così andai con i soccorritori e i loro cani da slavina, a fare il morto, appunto». Ma i sorrisi se ne vanno quando diventa operativo sulle strade. Proprio dalla strada è nato il suo percorso che lo ha portato a prendere i voti. I suoi ricordi non seguono un filo cronologico, ma quello dei sentimenti, delle emozioni. Dall’intervento alla strage di via dei Georgofili a Firenze, ai morti del sabato sera, il sangue che scorre di ragazzi che non torneranno a casa. «Sei lì nel fosso che aspetti l’autorizzazione del magistrato che è a cena e non puoi rimuovere il corpo, ma devi fare compagnia per ore a questo ragazzo che si è spezzato il collo».

La riflessione di don Devis è profonda. «Questo mi ha dato l’opportunità, nel silenzio, nello stupore della vita abbandonata dentro questi occhi aperti che non vedono più, di riflettere. Allora ho iniziato a fare il mio salto cognitivo personale».
Un salto non scontato perché Gesù di Nazareth – afferma – è stata una scelta tra tutti e non scontata. Per questo quando parla della sua esperienza di insegnante di religione chiarisce subito: «Ho sempre detto che a scuola non fai catechesi, fai scuola e allora io insegnavo religioni e miti dalle prime forme spirituali che c’erano su questo pianeta. Prendevo la mappa del mondo e dicevo: viaggiate il più possibile perché conoscere è la cosa più importante e per conoscere un’altra cultura dovete necessariamente passare attraverso la spiritualità che anima quel popolo. Così spiegavo lo scintoismo giapponese, l’induismo, il buddhismo, perché a scuola si fa cultura, e a me piace la cultura perché è conoscenza, consapevolezza che non tutto ruota attorno a me, alla mia religione. Lo spirito deve rimanere aperto».

Dopo la laurea in Teologia e un periodo di diaconato viene ordinato sacerdote il 12 settembre 2020 e la prima Messa la celebra a Moena nella chiesa di S. Viglio il giorno dopo, in piena pandemia. «Sa che ti consacrano col crisma? Beh! prima mi è arrivato un bidone di gel. Invece di santificare sanifico, mi dicevo».
Poi gli studi, tre lauree conseguite negli ultimi anni. «Ho iniziato a studiare psicologia a Roma online, mi piace la mente. Però mi hanno mandato a insegnare e allora ho cambiato in scienze della formazione». È seguita una laurea magistrale in linguistica moderna con una specializzazione in psicolinguistica «perché l’essere umano parla e le altre forme di vita, diciamo, hanno un linguaggio ma non hanno una lingua».
Ha scritto due libri «Intessitori di parole» e, appena uscito, «Le bugie hanno le gambe lunghe, storia e psicologia delle fake news».
Come insegnante don Devis è stato a Segonzano, Civezzano e poi è tornato a Moena e nelle scuole di tutta Fassa, continuando a collaborare con le parrocchie della valle, una ventina, prima di averne tre tutte per lui. «Mi tremano i polsi, è una grande responsabilità».

«Se non sei uno sprovveduto – riflette – ti rendi conto che ci sono tante aspettative su di te, e la consapevolezza che prendi il posto di un confratello che è rimasto qui 13 anni, che ha instaurato relazioni, rapporti, ora interrotti. Le persone ne sentono ancora il bisogno e cercano di riprenderli, però con una persona che è assolutamente diversa».
Don Devis, infatti, ha raccolto l’eredità di don Giorgio: «Nel bene e nel male, ognuno è fatto a modo suo, ha la sua spiritualità, le sue forme. Io penso che non sia un problema proporsi come si è. Insomma, ho una faccia sola, non vuole mica che mi metta a andare in giro coi 33 bottoni e il tricorno…».

Ad un certo punto l’addio alla divisa: «Mia madre mi guardò negli occhi e mi disse: ma tu butti via tutto quello che hai fatto. Mamma, le ho detto, non butto via niente, è un’esperienza di vita che metti a frutto».
Un passaggio ben diverso da quello da seminario alla parrocchia. «C’è l’attenzione per l’umano quando accomodi i sopravvissuti di un incidente nella macchina calda della Polizia, una coperta, lasci che pianga, una mano sulla spalla. È l’umanità che non può mancare al sacerdote d’oggi che deve riuscire a commuoversi e entrare a far parte. Non un funzionario del sacro, non un manager di parrocchia».

Empatia sembra la parola chiave per don Devis che, curiosamente, associa alla psicologia l’intelligenza artificiale in tutte le sue forme. Intanto ha sostituito la perpetua di un tempo con «Alexa», ma lui la chiama badante, e ha lavorato sui videogiochi con i ragazzi, spiegato loro come un robot arrivi a scostarsi se un umano lo tocca, o a dialogare con altri inventando un nuovo linguaggio. Insomma, non ci sono più i preti di una volta. «Qualcuno me l’ha fatto capire, ma ho detto loro: quelli di una volta sono morti».