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mercoledì 3 Dicembre, 2025

L’affluenza crolla, non da ieri: in trent’anni 50 mila trentini hanno smesso di votare

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Accade in tutte le elezioni: alle provinciali il dato più marcato. Equivalgono al 30 per cento del corpo elettorale

«Questa è la storia di un uomo che cade da un palazzo di cinquanta piani. Mano a mano che cadendo passa da un piano all’altro, il tizio, per farsi coraggio, si ripete: “Fino a qui tutto bene. Fino a qui tutto bene. Fino a qui tutto bene.” Il problema non è la caduta, ma l’atterraggio» dice Hubert nella scena iniziale de «L’odio». Una metafore che potrebbe applicarsi con precisione alla situazione della partecipazione politica in Trentino e in Italia: i dati sull’affluenza sono in continuo declino, ma mentre si cade, spesso, la politica preferisce ignorare il problema, affrettandosi a commentare la vittoria o la sconfitta di turno, senza considerare che nel frattempo quasi la metà degli elettori sono rimasti a casa. Ma se il problema persiste, l’impatto finale potrebbe avere conseguenze gravi sulla credibilità del sistema politico e della democrazia. Per questo è fondamentale analizzare i dati, riconoscere il problema e individuare correttivi.
I dati
Alle elezioni regionali del 1988 in Trentino si erano presentati al voto il 90% degli aventi diritto. Un dato mai più raggiunto, negli anni ‘90 è rimasto però sopra l’80%, negli anni 2000 sopra il 70%, per poi scendere al 62,8% nel 2013, risalire leggermente al 64% nel 2018 e precipitare al 58% nel 2023. In 35 anni di elezioni provinciali si sono quindi persi 32 punti percentuali di affluenza, che tradotti in elettori fa 50mila in meno, erano 300mila nel 1988 sono stati 250mila (con una platea di elettori più grande) nel 2023. L’analisi dei dati relativi alle elezioni nazionali e alle tornate amministrative che hanno visto molti comuni del Trentino al voto restituiscono una fotografia simile. Nell’analisi del voto nazionale si è preso in considerazione quello alla Camera, unendo e sommando i dati dei collegi nelle votazioni in cui erano previsti. Nel 1992 l’affluenza alle urne fu del 90,9% per 340mila elettori, un dato che rimane molto alto dal 1994 (89,8%) fino al 2013 (80%) per poi precipitare al 69% alle ultime elezioni nazionali. Anche in questo caso si sono persi circa 50mila elettori. All’ultima chiamata alle urne si sono presentati 290mila elettori in Trentino a fronte di una platea di 417mila. 127mila quindi non sono andati a votare, quanto tutta la città di Trento e un Comune da 10mila abitanti. Anche l’analisi delle recenti tornate elettorali amministrative in cui sono stati chiamati al voto i cittadini di molti Comuni del Trentino riporta lo stesso trend: nel 2010 si sfiorava il 70% di partecipazione, nel 2025 si è scesi al 54%. E questo solo per quel che riguarda il voto, sono sempre di più anche i Comuni in cui si presenta una sola lista e quelli in cui nessuno si candida. Sintomi che confermano come la democrazia sia ormai malata e abbia bisogno di una cura ricostituente. Il primo passo dovrebbe essere quello di comprendere a fondo questo malanno, serve un’indagine approfondita per comprendere chi compone questo vasto «popolo dell’astensione», scoprirlo per le elezioni passate necessita studio e ricerca, quindi finanziamenti, per le elezioni future una raccolta dati, anonima ma precisa, nei seggi potrebbe permettere di tracciare l’astensione almeno per classi di età.

Le analisi della politica
Per Francesco Valduga di Campobase e portavoce delle minoranze in Consiglio provinciale, il calo dell’affluenza «è il tema che dobbiamo affrontare. Anche le recenti regionali in Campania, Puglia e Veneto (dal 41 al 44%, minimo storico, ndr) confermano questo problema, che si inserisce in un contesto generale. A me ha stupito come ci si sia subito spinti a commentare il dato in chiave politica e si sia perso di vista che più di metà degli elettori non è andata a votare. Come se non fosse importante che tutto ciò di cui parliamo non interessa a metà dei cittadini». Secondo Valduga la prima cosa da fare è «capire perché non si va a votare. Non interessa? Allora serve un lavoro culturale. Oppure, dentro quell’astensionismo, c’è anche il disagio e la difficoltà di chi non si sente rappresentato perché sui temi non vede la giusta capacità e forza dell’alternativa. La politica, a colpi di social, costruisce consenso effimero ma non risposte solide da dare ai cittadini, che quindi si allontanano». Sui correttivi da apportare alla democrazia Valduga osserva che «si può ragionare. Mi piacciono in particolare quelli che inseriscono elementi di democrazia partecipativa, anche perché così recuperiamo le competenze diffuse nella società. Bene anche l’idea di aprire ai giovani, ma prima ancora di allargare la platea, serve recuperare credibilità nel mettere in campo politiche per i giovani». «Come partiti e come comunità dobbiamo restituire centralità alla politica – osserva l’assessore provinciale e segretario del Patt Simone Marchiori – Non partecipare e poi lamentarsi significa alimentare un circolo vizioso. Bisogna rimettere al centro il valore del confronto: la polarizzazione spinge allo scontro e crea una dinamica che allontana le persone. Chi è meno polarizzato si chiama fuori, e molti di noi non si riconoscono in questo scontro così forte che si vede anche sui social». Sulle regole l’assessore osserva che «un sistema che concentra il potere nelle mani dell’esecutivo può dare l’impressione che il voto, che esprime il Consiglio, non faccia la differenza. Anche per questo le regole vanno cambiate». Infine sui giovani Marchiori osserva come «l’analisi fatta da “il T” una settimana fa ci dice che abbiamo tanti giovani amministratori. Vanno accompagnati e va fatto loro spazio. Non è questione di rottamare nessuno, ma nemmeno di chiudere loro la strada».

E della società civile
Il problema dell’affluenza «è ben più radicato e profondo di quanto può essere risolto con qualche correttivo tecnico – secondo Daria de Pretis, giurista ed ex giudice della Corte costituzionale – Abbassare l’età richiede una riflessione attenta, al di là dell’obiettivo di aumentare la partecipazione al voto. Non sono poi sicura che possa portare a risultati decisivi su questo versante. La disaffezione colpisce tutte le classi d’età ma di più i giovani». Secondo de Pretis il calo dell’affluenza si inquadra «in una crisi più generale della partecipazione che trascende lo specifico momento del voto, e riguarda tutta la vita democratica. Una parte rilevante del problema si collega alla crisi dei partiti. Si è inceppata la cinghia di collegamento fra cittadini e istituzioni, e la ragione principale è che mancano i corpi intermedi, i partiti o, meglio, ci sono ma sono molto diversi da quelli di un tempo. Da un lato sono più fluidi e meno strutturati. Il numero degli iscritti è precipitato. Dall’altro non sembrano capaci di intercettare le aspettative dei cittadini, non riescono a elaborare programmi orientati a rispondere ai loro bisogni. Si tratta di una malattia che non si cura con correttivi tecnici, anche estremi come l’obbligo di voto». L’altro problema secondo de Pretis è «l’esautoramento dei luoghi della rappresentanza e del dibattito democratico, il Parlamento, i Consigli. Assistiamo a un vistoso spostamento del baricentro del potere dalle assemblee agli esecutivi. L’agenda del Parlamento la fa il Governo. La decretazione di urgenza ha assunto dimensioni abnormi. Pensiamo ancora a come si fa la legge più importante, la legge di bilancio, approvata ormai quasi senza discussione con la tecnica del maxiemendamento».
La lezione secondo de Pretis è che la politica deve prendere sul serio questa crisi. «La democrazia esige partecipazione, e la partecipazione non si risolve con una semplice delega dal rappresentato al rappresentante attraverso il voto, ogni tot anni. La democrazia vive di dibattito pubblico costante, di informazione e formazione, di scambio libero di opinioni. Comporta responsabilità dei rappresentanti verso i rappresentati e impegno dei cittadini a intervenire e chiedere conto non solo nel momento della elezione, ma per tutto il mandato, come accadeva un tempo».
Per Walter Largher, segretario della Uil del Trentino, pesa sulla disaffezione «il fatto che, anche quando cambia la governance, non si vedono grandi cambiamenti sui temi che ci toccano da vicino — economia, casa, lavoro. Ingiustamente le parti politiche vengono considerate tutte uguali». Sui giovani secondo il sindacalista il lavoro da fare è «dire loro che, se c’è una percentuale bassa di votanti, possono essere decisivi in una sfida tra due poli. Farei proprio un appello ai giovani: sappiate che potete essere decisivi». Largher conclude osservando che «la partecipazione è fatta di tante cose, a partire dal proprio paese o dalla propria città. È anche faticoso, lo sappiamo, ma è utile. Il rischio è che questo impegno non si traduca poi in un impegno nella società a 360 gradi, e che si rimanga dentro comitati concentrati solo su singoli temi locali — tutti importanti, certo, ma che dovrebbero portare anche a una visione più ampia».