Università
domenica 30 Novembre, 2025
Sedicimila studenti in fuga dalla guerra per laurearsi a Trento: «Lo studio salva vite»
di Simone Casciano
Giuseppe Marino (Astalli): «Nei nostri percorsi sostenuti una trentina di migranti»
Le 16mila candidature arrivate per le 10 borse di studio per studenti provenienti da zone di conflitto offerte dall’Università di Trento hanno sorpreso anche gli operatori del Centro Astalli, che da anni affiancano l’ateneo in questi progetti, ma fino ad un certo punto. «Nel mondo ci sono 120 milioni di persone in fuga da guerre: quindi stupisce relativamente che ci siano 16 mila domande – osserva Giuseppe Marino che per Astalli segue i progetti di inserimento dei migranti in università – Lo studio può salvare la vita di queste persone, migliorarla, è naturale che sognino questa opportunità. Quando si andranno ad analizzare le candidature ci renderemo tutti conto che dietro questi numeri, 16mila domande, ci sono biografie, sogni, speranze, ambizioni, ricordiamoci che queste sono persone. Mi dispiace che a livello nazionale non ci sia uno sforzo maggiore per accogliere studenti che vengono da zone di conflitto». Marino racconta poi l’impegno messo in campo negli anni da Unitn assieme ad Astalli. «Collaboriamo su diversi programmi. Uno di questi è il progetto Unicore, i corridoi universitari per rifugiati: gli studenti fanno application dal Paese in cui si trovano, e se vengono ammessi entrano in un corridoio umanitario, viaggiano in aereo e arrivano qui. Siamo al terzo anno. Nei primi due anni abbiamo accolto due persone, quest’anno il numero è raddoppiato e ne abbiamo accolte altre due. Questo progetto ci coinvolge direttamente perché siamo noi ad alloggiarli nelle nostre strutture. Una persona partecipa al progetto Combo – che mette insieme studenti universitari e studenti migranti negli spazi dei Comboniani – mentre l’altra è accolta a Villa Sant’Ignazio, alle Laste». Questo progetto porta a Trento studenti che hanno già completato un primo ciclo e che qui vengono a fare la magistrale. «Il progetto copre due anni e mezzo di accoglienza: offriamo orientamento ai servizi universitari e del territorio, supporto per le esigenze quotidiane. Poi c’è la grande sfida dell’inserimento lavorativo. Non è previsto necessariamente, ma nemmeno escluso. I primi due studenti stanno terminando la laurea e ci stiamo chiedendo come supportarli dopo». Esiste poi un secondo percorso pensato invece per supportare studenti richiedenti asilo arrivati autonomamente sul territorio. «Offriamo sostegno legale, una parte di supporto psicologico, e li aiutiamo a orientarsi nella vita universitaria e nel territorio. Ogni anno si attivano circa 6 percorsi e finora una trentina di persone sono passate da questi progetti. La pressione economica della vita da studente fa la differenza: qualcuno ha dovuto rinunciare perché non riusciva a mantenersi, nonostante l’impegno dell’ateneo a garantire un alloggio». Queste storie confermano che ci sono molti giovani che sognano di formarsi nelle università italiane, ma spesso è la politica a bloccare loro le porte. «Quando mi si chiede se mancano i visti, la risposta è sì. È un problema di discriminazione. Dipende da dove si proviene. Paradossalmente, uno studente può superare la selezione, essere ammesso dall’ateneo, ma poi lo Stato – attraverso il Ministero – può negare il nulla osta per venire a studiare. E succede in decine, se non centinaia di casi, perché c’è il sospetto che lo studio sia solo una scusa per emigrare». Sulla possibilità di aumentare i posti Marino concorda con l’Università, preoccupata di non riuscire ad offrire a un numero maggiore quei servizi fondamentali per il loro inserimento, ma rilancia. «Bisogna entrare nella logica della filiera: ognuno deve fare la sua parte per contribuire ad aiutare chi nasce in situazioni svantaggiate. Triplicare i posti cambierebbe la vita a una ventina di persone, ma c’è il rischio di non riuscire a supportarle adeguatamente se non entrano altri attori con alloggi e sostegni. Ma se ci crediamo si può fare, se tutti contribuiscono».
Il ricordo
Addio a Marcello Farina, il prete libero che ha insegnato a dialogare tra fede e cultura. «Mi sento come un mendicante della messa»
di Alberto Folgheraiter
Si è spento a 85 anni. Sacerdote e docente di filosofia di Balbido, noto per il suo pensiero libero, l’attenzione alla cultura e la capacità di avvicinare fede e umanità. Una vita di messa, insegnamento e dialogo con la comunità