Scuola

sabato 30 Agosto, 2025

Bocci mio figlio? E allora faccio ricorso. In Trentino due casi all’anno

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Più casi nel capoluogo, mentre nelle valli il rapporto è meno «conflittuale»

L’ultimo caso è di quest’estate. Proprio nei giorni scorsi la giunta provinciale ha affidato la difesa all’Avvocatura per resistere al ricorso presentato da una famiglia contro la bocciatura del figlio al liceo Rosmini di Trento (il T di giovedì). Seppur i numeri siano contenuti, negli ultimi anni – non solo in Trentino – i contenziosi al Tar sono aumentati. Dal 2020 ad oggi – stando al portale delle delibere – la Provincia ha affrontato almeno 10 ricorsi di questo tipo, due all’anno. «Non sono tantissimi, ma sicuramente c’è una tendenza crescente da parte dei genitori a non accettare le decisioni o il punto di vista dei docenti», spiega Viviana Sbardella, dirigente del liceo scientifico Da Vinci (Trento). «Il ricorso arriva quando qualcosa non ha funzionato nel rapporto tra scuola e famiglia», aggiunge Andrea Bezzi, dirigente dell’Istituto tecnico economico Tambosi (Trento).

 

Ricorsi (quasi) sempre inutili
Nella maggior parte dei casi le contestazioni al Tribunale amministrativo si rivelano inconsistenti. Si ricordano solo poche eccezioni, la più eclatante quella di una studentessa del Da Vinci riammessa dal Tar alla Maturità, e poi comunque bocciata. Il caso aveva fatto clamore. Nella sentenza i giudici avevano mosso una critica al sistema trentino di recupero delle carenze formative. Un tema ancora attuale: a breve la Provincia avvierà il confronto sulla riforma delle carenze. Lo scorso anno, invece, il Tar aveva annullato la bocciatura di una studentessa del Rosmini di Trento perché, contrariamente a quanto sosteneva la scuola e la Provincia, la ragazza riportava solo due insufficienze.

 

I dirigenti scolastici
Il ricorso è l’atto estremo, la punta dell’iceberg di un rapporto conflittuale tra la famiglia e la scuola. «Un tempo le famiglie si fidavano quasi ciecamente della scuola, oggi, nel bene e nel male, non è più così perché i genitori hanno un livello culturale più alto e hanno maggiore attenzione verso i figli — considera Bezzi — La bocciatura, però, non è mai inaspettata. Oggi la scuola deve informare periodicamente le famiglie, che possono sapere in tempo reale la situazione dei figli. Inoltre vengono organizzate attività di recupero e riorientamento. Se si mantiene il dialogo, le cose funzionano». Sbardella parte da un presupposto: «La professione dell’insegnante richiede competenze elevate e specifiche — spiega — Così come non andiamo a sindacare il modo in cui il chirurgo usa il bisturi, dovrebbe essere chiaro a tutti che la gestione della classe è una competenza propria degli insegnanti». Dall’altra parte «è necessario garantire un confronto costruttivo con le famiglie, senza interferenze — prosegue la preside del Da Vinci — Ecco, quando si supera questa linea di demarcazione, si tende a colpevolizzare il docente per l’insuccesso del ragazzo, a fronte di aspettative elevate». I numeri dei ricorsi, comunque, «non delineano una conflittualità generalizzata: ogni famiglia e ogni consiglio di classe rappresentano un micro-mondo».
«A livello periferico, fuori dalle città — sostiene Alfredo Romantini, preside dell’Itet Pilati di Cles — si riscontrano meno tensioni in virtù di un rapporto diretto con le famiglie».

 

Consulta dei genitori
Il presidente della Consulta provinciale dei genitori Maurizio Freschi sottolinea come «le difficoltà che emergono sono spesso legate, da un lato, a un eccesso di tutela da parte delle famiglie e, dall’altro, a singole fragilità personali tra i docenti. Allo stesso tempo va riconosciuto che il maggior carico burocratico e procedurale introdotto negli ultimi anni, aumentando inevitabilmente il margine di errore, crea anche più occasioni di contenzioso, pur sempre circoscritte. Nel complesso — conclude — parliamo di casi residuali. Il vero problema non è gestire un conflitto marginale, ma costruire fiducia reciproca».