L'editoriale

martedì 20 Dicembre, 2022

Sfida Usa-Cina per l’egemonia

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La sfida, in corso ormai da un po’ di anni, è quella tra Washington e Pechino: una sfida che vede coinvolti, oltre a questi due attori globali, molti altri Stati che dovranno decidere da quale parte stare

La geopolitica mondiale è in transizione e questa nuova decade che parte dal 2020 sembra essere fondamentale nella determinazione dei nuovi equilibri di potenza. Dopo la caduta del muro e la «fine della storia» l’anglosfera a guida americana sembrava poter modellare il mondo a propria immagine, coinvolgendo con una complessa strategia anche la Cina. Poi le cose non sono andate proprio come le immaginavamo e dopo vari fallimenti si è tornati a un multipolarismo.
La sfida, in corso ormai da un po’ di anni, è quella tra Washington e Pechino: una sfida che vede coinvolti, oltre a questi due attori globali, molti altri Stati che dovranno decidere da quale parte stare.

Questo pare essere un modello di percezione della realtà geopolitica e strategica che può funzionare. Ma non è detto che succeda. Perché lo stesso Occidente vive tensioni rilevanti al suo interno, che si sono palesate con la conquista della Casa Bianca da parte di Donald Trump nel 2016, ed esacerbate durante l’emergenza Covid.
In questo quadro si sta assistendo a una nuova guerra fredda tra Pechino e Washington.
Lungo il limes delle sfere d’influenza troviamo l’Africa e il Medioriente, oltre ovviamente il Pacifico e l’Europa, che rappresentano le principali aree di attenzione, di scontro e quindi di tensione in questa decade.

La Cina, che sfruttando la miope politica estera statunitense, soprattutto durante le due amministrazioni di Barack Obama, è già riuscita a penetrare una buona parte del continente africano. Si pensi agli ingenti investimenti in logistica e infrastrutture fatte in Mali, in Sudan e in Nigeria. Quest’ultima ormai diventata uno degli stati chiave sia per le risorse naturali sia per la sua importante crescita demografica. Oltre all’Africa, Pechino ha stabilito, e continua ad approfondire, relazioni e networking con importanti Stati mediorientali, a partire dalla Repubblica islamica dell’Iran fino a vari Stati arabi del Golfo persico come l’Arabia Saudita e il Qatar stesso. Questo per poter avere accesso sia alle risorse naturali (gas, petrolio e risorse agroalimentari), vitali ancora per la crescita di Pechino, sia per poter guadagnare punti strategici rilevanti in opposizione a Washington.

L’attenzione della Cina, tra il 2001 e il 2020, si è rivolta, sempre di più, anche alla nostra Europa, alleato storico degli Stati Uniti. Pechino prima ha penetrato i nostri mercati economico-commerciali, dalla manifattura all’industria, provocando, se vi ricordate, molti disagi e chiusure di attività locali anche in Italia. Il progetto della «Via della seta» e l’intenzione di conquistare luoghi strategici europei ha fatto parte della seconda mossa cinese in Europa, una mossa che ha portato Pechino all’acquisizione del controllo di una quota del porto del Pireo in Grecia e la stava portando alla presenza/conquista in Italia dei porti di Trieste e di Genova. Operazione, tra il 2017 e il 2019, appoggiata anche dal governo Conte I che rischiava di recare un danno rilevante all’interesse nazionale italiano e a quello europeo.

La lunga cavalcata cinese, però, ha subito una forte frenata sia a causa del Covid 19 sia per le politiche più aggressive e le conseguenti controffensive dell’amministrazione Trump. Infatti, negli ultimi due anni, sia l’Unione europea, con l’importante ruolo anche di Mario Draghi, insieme a Washington (in questo caso anche con Biden che in questo ha seguito l’indirizzo di Trump) si sono costruiti punti di difesa del mercato e limitazione del ruolo di Pechino sia nell’economia sia nell’area geopolitica del così detto mondo Occidente: lo scudo del «Golden power» introdotto da Draghi ne è un interessante esempio.
Inoltre si è notato, come l’Europa, nel caso dell’Ucraina, si sia maggiormente unita nei confronti del fronte orientale, guidato dalla Cina e sostenuta della presenza russa. Washington sta provando, oltre a consolidare la sua alleanze nel pacifico, a riprendere la sua influenza e la sua presenza in Africa.
In Medioriente, invece, in questo momento, l’alleato forse più importante di Pechino, la Repubblica Islamica dell’Iran, si trova in forte difficoltà. Le rivolte di gran parte del popolo contro lo stato islamico, pro-Pechino, sta mettendo a dura prova sia i cinesi sia i russi, entrambi sostenitori di Teheran. D’altro canto, Stati Uniti in primis, ma anche Unione europea, Corea del Sud, Australia e Canada, si sono schierati a favore della società iraniana.

La stabilità e la creazione di un mercato libero in Medioriente, in questo momento è a favore dell’Occidente, mentre l’autoritarismo resta un punto a favore della Cina e dei suoi alleati, perché facilita il controllo sulle risorse e sulle popolazioni. Saranno i prossimi anni a definire quale dei due fronti riuscirà ad avere la meglio. La posta in gioco è alta. Chi vince sarà l’egemone del secolo.