Delitto di Noriglio
mercoledì 18 Ottobre, 2023
Uccise la vicina a colpi di accetta, per lo psicologo nominato dal gip l’omicida era lucido
di Benedetta Centin
È scontro tra consulenti: «Nessuna patologia»
Ilir Zyba Shehi non è socialmente pericoloso ma è battaglia tra consulenti sulla sua capacità di intendere e volere al momento del delitto, quando, la sera del 28 luglio scorso, ha ucciso la vicina Mara Fait, fuori dal palazzo in cui entrambi vivevano, a Noriglio, Rovereto. Ieri (martedì 16 ottobre ndr) se n’è discusso per quasi tre ore in tribunale a Rovereto, davanti al gip Consuelo Pasquali, che ha incaricato della perizia psichiatrica il dottor Ermanno Arreghini. Un accertamento, questo, disposto con la formula dell’incidente probatorio, per acquisire e cristallizzare come prova gli esiti dell’accertamento in vista del processo. Per il perito del giudice l’operaio albanese, in carcere a Spini di Gardolo dal giorno del delitto, è imputabile: Arreghini non ha rilevato infatti alcuna malattia psichiatrica, alcun elemento patologico che faccia ritenere che l’omicida reo confesso fosse incapace di intendere e volere quando, armato di accetta, ha semidecapitato l’ex infermiera di 63 anni, sferrandole tre colpi tra collo e volto, anche quando, dopo il primo, questa è crollata a terra. Insomma, per Arreghini non ci sono evidenze cliniche né sintomi e il comportamento dell’indagato, che non può essere considerato un raptus, non rientra in alcuna classificazione psichiatrica. Quanto al «blackout», al «vuoto» di cui l’arrestato dice di essere stato vittima, lo specialista lo esclude visto che dopo il delitto l’uomo si è presentato dai carabinieri per costituirsi, cosciente quindi di quanto aveva commesso. Sempre per il perito quella di Ilir Shehi Zyba è stata la reazione di qualcuno che doveva essere in grado di controllarsi. E la situazione che stava vivendo da tempo, fatta di continui dissidi con la vicina che lo vessava e denigrava anche davanti ai figli, secondo le conclusioni di Arreghini non era così grave da configurare una malattia psichiatrica. Insomma, l’uomo era capace di intendere e volere quella dannata sera e quanto alla sua capacità di stare in giudizio è piena, può affrontare il processo. E questo è anche l’esito della consulenza svolta dalla psichiatra Anna Palleschi, nominata dal figlio della vittima, assistito dall’avvocato Nicola Canestrini.
«Capacità di intendere menomata»
Di diverso avviso invece gli altri due consulenti, lo psichiatra e psicoterapeuta Carlo Andrea Robotti che ha ricevuto l’incarico dalla pm Viviana Del Tedesco, e il dottor Fabio Bonadiman, individuato dal legale della difesa, dall’avvocato Franco Busana. Per gli specialisti l’indagato, quando ha consumato il delitto, era solo in parte capace di intendere, del tutto incapace invece di volere. Un vizio di mente parziale che però non pregiudica la sua capacità di stare in giudizio, di affrontare un processo secondo i consulenti. Che hanno anche spiegato come la psicopatologia manifestata nel delitto d’impeto sia legata anche alle origini e alla storia dell’indagato, arrivato una ventina di anni fa in Italia dopo un viaggio di fortuna con il barcone. Un pregresso che non può essere tralasciato per gli specialisti, così come le continui liti, i dissidi che si trascinavano da tempo con la pensionata. La quale aveva infierito appunto sulla provenienza (ma non solo) del vicino. La violenta reazione fuori controllo dell’uomo — hanno evidenziato pm e difesa in aula — è scaturita dopo anni di offese e insulti da parte di Fait che lo avrebbe denigrato per le sue origini e per la statura, anche alla presenza dei suoi figli. «Ho registrato un’inedita alleanza tra consulenti della difesa e della Procura ma faccio presente che questo non è il processo alla vittima, qui si rischia di colpevolizzarla per essere stata uccisa. Le indagini vanno fatte a 360 gradi» chiosa l’avvocato Canestrini. Dall’altra il legale Fausto Busana, proprio in base all’esito dell’incidente probatorio, ora valuterà se chiedere gli arresti domiciliari per il suo assistito e anche la possibilità per lui di poter tornare al lavoro.
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