l'intervista
lunedì 2 Novembre, 2026
Donà sulle preteste a Trento: «I cartelli simpatici? I giovani con ironia hanno rovesciato la narrazione dei “violenti”»
di Tommaso Di Giannantonio
La professoressa di Scienza politica: «Scuola, sanità, caro vita e lavoro: la sinistra non riesce più a dialogare con chi porta avanti queste istanze»
«Avete meno capacità di ascolto della mia ex». «Quando la spesa è un lusso e la vita un debito non si parla di futuro ma di sopravvivenza». «L’Italia è in ginocchio, il sud è fermo, la benzina alle stelle. Ma parliamo di gonne». «+Angurie -Meloni». «Ci insegnate a pensare e poi vi stupite se lo facciamo». E poi «Futuro?» impresso in una targa automobilistica. Questi sono solo alcuni dei cartelli apparsi venerdì scorso nelle strade della città di Trento durante lo sciopero generale convocato da Usb. Una piazza composta soprattutto da giovani, che, «con ironia, sono riusciti a sovvertire una narrazione che li considerava come criminali». Una piazza «senza bandiere politiche e senza la triade del sindacato» che sfugge anche alle «parole del mondo adulto». Una piazza, soprattutto, che parla di caro vita, crisi abitativa, sanità, scuola e lavoro. «Tutti temi che riportano il dibattito politico nel reale», spiega Alessia Donà, docente di Scienza politica dell’Università di Trento.
Professoressa, come possiamo leggere la manifestazione di venerdì?
«La situazione è complessa e ancora in divenire. Non si può non rilevare un protagonismo dei giovani e dei giovanissimi che sono scesi in piazza in questi ultimi mesi in maniera visibile, portando istanze come la casa, la scuola e la sanità: tutti temi centrali che spesso non compaiono nell’agenda politica. Lo sciopero di venerdì mi ha ricordato l’ondata di persone dello sciopero convocato da Usb l’anno scorso a sostegno della Palestina. Sono mobilitazioni che partano dal basso, senza bandiere politiche e senza la triade del sindacato. Ci sono nuovi pezzi di società che si stanno muovendo e segnalano che non si sentono rappresentati».
È un fatto inedito?
«Emergono nuovi attori, magari considerati minori, che riescono comunque a intercettare quelle istanze e a renderle visibili nel dibattito pubblico e politico. Non vedo una contraddizione: questa fase serve ad arricchire il dibattito, non a sostituire quello che c’è già. Si tratta di una parte della popolazione che viene silenziata, che non ha spazio e non ha voce. In queste ultime settimane si è parlato dei giovani: forse è il caso di ascoltarli».
I giovani vivono un’esclusione sociale?
«Certamente sì, considerando anche la composizione demografica del Paese. La fascia di popolazione più giovane è sicuramente minoritaria, ed è forse questa la ragione per la quale si dà poca attenzione nei suoi confronti. I partiti fanno calcoli di consenso elettorale. Se si parla del futuro del Paese, però, è sicuramente importante dare più importanza ai giovani».
Dalle piazze dei giovani ai blocchi degli autotrasportatori, fino alla protesta dei docenti in Trentino, sono tutte mobilitazioni spontanee che sfuggono ai corpi intermedi. Cosa ci dice questo?
«Che c’è un problema nell’intercettare queste nuove istanze. Cosa stanno facendo o non facendo i corpi intermedi per raccoglierle e rappresentarle? Nelle ultime settimane, pensando anche agli autotrasportatori, è risultato efficace muoversi in prima persona senza affidarsi a quelli che dovrebbero essere i soggetti della rappresentanza. Questo pone anche il problema della legittimità dei soggetti di rappresentanza, che è lo stesso problema che hanno i partiti. La rappresentanza sta cambiando, e così anche i modi di rappresentare, che passano attraverso l’azione diretta. Gli eventi delle ultime settimane hanno esacerbato qualcosa di già presente nel sottofondo. Per queste mobilitazioni non abbiamo ancora le parole adatte. Non stanno portando un’agenda strutturata, ma i temi che pongono sono quelli del quotidiano: caro vita, scuola, università, precarietà, sanità. C’è una separazione tra la politica e il vivere quotidiano delle persone. Queste mobilitazioni hanno riportato il dibattito politico nel reale. Dei giovani non ne parla mai abbastanza e se ne parla anche male: chi è andato in piazza ha sovvertito anche una narrazione, quella che tendeva a considerarli criminali. Le parole del mondo adulto sono inadatte: cerchiamo di etichettare e incasellare i giovani sotto categorie come “maranza”, quando in realtà sono una categoria variegata».
Cosa l’ha colpita del linguaggio di queste piazze?
«Venerdì io ero alla manifestazione e ho visto tante targhe personalizzate, visto che ora il governo ha introdotto questa possibilità. Così è stato sfatato anche il luogo comune secondo cui i giovani non seguono la politica: loro la seguono, anzi hanno anche la capacità di essere molto ironici, nonché la capacità di appropriarsi di una questione in maniera intelligente. Non c’era niente di violento, ma c’era tanta ironia. Era il miglior modo per rendere un successo la manifestazione, visto che c’era tanta cupezza nelle aspettative».
I cartelli portati in piazza raccontano anche di un lavoro precario e non sufficientemente pagato. C’è stata una progressiva svalutazione del lavoro?
«Il tema della precarietà non lo scopriamo oggi, negli ultimi anni sta diventando sempre più violento. Le nuove generazioni, ma anche chi ha 30 anni, si trovano ad affrontare un mondo del lavoro difficile, con un’offerta a tempo determinato e con uno stipendio abbastanza inadeguato rispetto al costo della vita. Chi è un po’ più giovane si trova sempre di fronte a tirocini e stage a titolo gratuito, ed è abbastanza comprensibile come ci si possa sentire. È una precarietà che passa dalla gratuità a una serie di contratti a termine, in cui si innesta il problema della casa. Anche per chi ha un contratto a tempo indeterminato e uno stipendio medio di 1.600-1.700 euro al mese è sempre più dura arrivare a fine mese, tra l’affitto o il mutuo, il caro energia e il caro vita. Si sta rendendo sempre più drammatica una situazione di povertà che era già presente nel nostro Paese dalla crisi economico-finanziaria del 2007-2008: da lì in poi la povertà è aumentata».
La crisi della rappresentanza è una sconfitta politica o fa parte di un processo socio-culturale?
«Se noi mettiamo insieme queste istanze – casa, lavoro dignitoso, sanità, scuola – bene o male sarebbero tutti temi di sinistra. Quindi, probabilmente, è la rappresentanza di sinistra che non riesce più a rappresentare quelle istanze e a dialogare con chi le vive sulla propria pelle. Un conto è rappresentarle, un altro è averci a che fare. C’è uno scollamento profondo, che non nasce oggi. C’è da chiedersi se esista un partito che rappresenti appieno queste istanze».
Cosa porteranno queste mobilitazioni da qui alle prossime elezioni politiche?
«Tutto dipenderà da quanto saranno in grado di essere reattivi. Le mobilitazioni non nascono oggi. Prendiamo il referendum costituzionale di marzo sulla giustizia: c’è stata una grande sorpresa perché vi è stata un’enorme partecipazione da parte dei giovani, ma passato quel momento nessuno ha più parlato di loro. Nell’autunno dello scorso anno, con le grandi manifestazioni per la Palestina, si è tornati a parlare di giovani e poi non se n’è parlato più. In realtà i giovani ci sono e si muovono per le cose in cui credono, ma non trovano chi, a livello politico, riesca ad ascoltarli davvero».
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