L'incontro
mercoledì 21 Ottobre, 2026
«Le macchine devono capire che abbiamo una vita sociale»: così l’intelligenza artificiale studia le emozioni
di Irene Parietti
Al Co-Innovation Day 2026 il professore Alessandro Vinciarelli spiega le sfide dell’intelligenza sociale artificiale: interpretare i segnali non verbali e adattarsi ai diversi contesti relazionali
Cosa succederebbe se le macchine potessero comportarsi con noi nello stesso modo in cui noi ci comportiamo con gli altri esseri umani? Se riuscissero a comunicare con noi riproducendo non solo ciò che diciamo, ma anche il nostro linguaggio emotivo e non verbale? È una prospettiva, questa, che appare sempre più possibile e realizzabile, alla luce degli studi sull’intelligenza sociale artificiale, che mirano a dotare i sistemi di intelligenza artificiale della capacità di comprendere e imitare le dinamiche relazionali ed emotive umane. Il tema è stato discusso da Alessandro Vinciarelli, professore dell’Università di Glasgow, durante l’incontro tenuto nell’ambito del Co-Innovation Day 2026.
Quando interagiamo con gli altri esseri umani utilizziamo la comunicazione non verbale più di quanto pensiamo: «Siamo molto sensibili a quelli che vengono chiamati indizi comportamentali non verbali – spiega Vinciarelli – Senza rendercene conto, li percepiamo e li interpretiamo in termini di segnali sociali, cioè in termini di informazioni relazionali che le persone scambiano tra loro».
Quando si parla di comunicazione non verbale, questi indizi sono fondamentali: sono l’apparenza, il comportamento, i movimenti del viso, i gesti e la postura, l’utilizzo dello spazio. Inoltre, questa comunicazione ha delle funzioni: «Può servire a trasmettere un’impressione, condividere un’emozione, ma anche gestire le bugie e trasmettere potere e persuasione», continua Vinciarelli.
Ma cosa succede se, a una delle due persone parlanti, si sostituisce una macchina che può eseguire un comportamento? «In questo caso – si chiede il professore -, può la macchina dare indizi comportamentali non verbali? Può coglierli?». Sono queste le questioni di cui si occupa l’intelligenza sociale artificiale. E lo fa attraverso tre passaggi fondamentali: «Il primo è quello di capire i principi che stanno alla base dell’interazione verso altre persone e verso macchine. A questo segue il momento dell’analisi, per trovare approcci che automaticamente colgono la comunicazione verbale e non verbale e la interpretano in termini di fenomeni sociali psicologici. Infine, la sintesi, che consiste nel generare artificialmente quel comportamento non verbale».
Sull’utilità dell’approccio dell’intelligenza sociale artificiale, Vinciarelli commenta: «Se vogliamo che l’intelligenza artificiale diventi parte delle nostre vite, abbiamo bisogno che si renda conto del fatto che noi abbiamo una vita sociale e psicologica e agisca di conseguenza».
La nostra vita cognitiva, psicologica e sociale lascia tracce, attraverso il modo in cui ci comportiamo, sia a livello verbale sia non verbale. «Analizzando e sintetizzando queste tracce, possiamo produrre una forma di intelligenza sociale artificiale, cioè possiamo rendere le macchine capaci di comportarsi con noi nello stesso modo in cui noi ci comportiamo con le altre persone».
A questo proposito, restano ancora molte sfide da affrontare, che si basano su due grandi differenze tra l’essere umano e la macchina: «Tutte le interazioni umane sono situate: lo stesso comportamento in contesti diversi ha significati diversi – conclude Vinciarelli – Questo è qualcosa che le macchine non sono ancora in grado di gestire».
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