Il ricordo
domenica 18 Ottobre, 2026
Don Guido Avi e le torte della domenica per pagare i mattoni e costruire la chiesa di Cristo re: la storia di don Torta, vissuto 108 anni
di Alberto Folgheraiter
Il racconto dei suoi decenni nella diocesi di Trento: dai soldati salvati dai campi di concentramento fino alle cartoline comprate a Lourdes per i parrocchiani di Albiano
Era tra i preti più anziani d’Italia, don Guido Avi, vissuto 39.691 giorni, ovvero 108 anni, 8 mesi e 2 giorni, scomparso ieri nella sua abitazione a Vigalzano di Pergine. Ed era probabilmente anche il prete più noto del Trentino per via di quel soprannome – “don Torta” – che dagli anni Cinquanta del secolo scorso lo caratterizzava e distingueva più del cognome ereditato dagli Avi. Tutto era legato alla fabbrica della chiesa per il rione di Cristo re, a Trento, dove era stato destinato nel 1947 e dove sarebbe rimasto fino al 1968. «C’era da costruire la chiesa – raccontò a chi scrive – e la mia gente aveva già problemi a combinare il pranzo con la cena. La guerra finita da poco, la disoccupazione, i danni da riparare… Così mi venne l’idea di chiedere alle brave donne del nuovo quartiere di portare una torta. Mettemmo in piedi una lotteria settimanale, il cui ricavato serviva a comprare cemento e mattoni».
Emulo di Pitagora (“datemi un punto d’appoggio e vi solleverò il mondo”), con l’appoggio delle torte della domenica, don Guido Avi riuscì a “sollevare” la chiesa del rione.
In verità i lavori erano cominciati nel 1941, dopo un decennio di preparativi poiché nella zona cominciava l’espansione edilizia. Il 23 novembre 1941, l’arcivescovo De Ferrari aveva posto la prima pietra nelle fondamenta. La guerra e i bombardamenti che avevano lesionato i muri perimetrali portarono alla sospensione dei lavori.
Dopo i primi passi a Noriglio quale viceparroco (1942-1943) e dove nascose e salvò dai campi di concentramento alcuni soldati italiani dalle retate dei tedeschi, passò a Rovereto-Santa Maria (1943-1947). Nel 1947 don Avi fu chiamato a Trento con il compito di procedere alla fabbrica della chiesa di Cristo re. Il progetto rientrava nelle iniziative per le celebrazioni del quarto centenario del concilio di Trento. Collette domenicali e lotterie di quartiere consentirono a “don Torta” di consegnare la chiesa alla propria comunità per la messa di Natale del 1952. L’anno seguente, per la Pasqua la chiesa fu elevata al ruolo di parrocchia cittadina ed il titolare, don Avi, fu nominato ufficialmente parroco nel 1956.
Dodici anni dopo fu mandato ad Albiano (1968-1975) ed anche nella terra del porfido diede prova di grande managerialità. Organizzava due pellegrinaggi l’anno a Lourdes, al santuario dei Pirenei. Tornava con una valigia di cartoline. Con l’aiuto indispensabile di due ragazze provvedeva a compilarle con gli indirizzi di tutti i parrocchiani, compresi quelli emigrati all’estero (i più generosi). A ciascuno scriveva frasi del tipo: «Davanti alla statua della Madonna di Lourdes ho pregato per te e per la tua famiglia». In occasione della Pasqua successiva le due ragazze passavano di casa in casa lasciando una busta. Vuota. Nei giorni successivi, nella cassetta delle lettere della parrocchia di Albiano fioccavano le offerte. E così dopo ogni viaggio-pellegrinaggio. Un grande.
Fu anche catechista a Trento tra il 1975 e il 1980; nel frattempo era stato destinato parroco a Baselga del Bondone (1976-1990). Quale canonico onorario della Cattedrale di Trento (dal 2007) gli spettava il titolo onorifico di “monsignore”.
A dispetto dell’età, ha vantato a lungo una invidiabile lucidità di mente. Soltanto l’udito si era via via sempre più rarefatto (al punto che non sentiva più nemmeno gli anni). Talvolta dimenticava di indossare “i recìni”, come chiamava gli auricolari.
Don Guido Avi era figlio di Angelo, un minatore nato a Tressilla di Piné nel 1878, emigrato a venticinque negli Stati Uniti, nel 1903; e di Domenica Mattivi, pure lei di Tressilla. La coppia aveva avuto ben 15 figli. Si sposarono nel 1910 al santuario della Comparsa, poi i novelli sposi scesero al Vòlt di Pergine per mangiare un piatto di trippe. «Adesso partiamo per la Merica», disse Angelo. E Domenica replicò: «Ma senza dirlo ai miei»? Si mise a piangere. Intenerito, il marito condusse la sposina a Tressilla perché potesse salutare i genitori. Ma appena dissero «Nèn en Merica», la suocera guardò dal balcone verso Pergine. «Spetà doman che ancoi l’è nugol».
Un giorno per le nuvole, l’altro per la pioggia; un giorno “no” perché c’era il sole e faceva caldo, passò qualche mese. Quando, finalmente, la coppia fissò la data del viaggio, Domenica s’accorse di essere rimasta incinta. Un figlio, due figli, fino a quindici. Con tale nidiata anche al povero Angelo, che era emigrato in “Merica” per sette anni, passò la voglia di partire. Morì a 80 anni, nel 1958. Domenica, nata nel 1889, visse fino a 90 anni. Con genitori così, anche i figli (tranne tre che morirono in tenera età) non potevano che superare tutti gli ottanta o i novant’anni.
La famiglia Avi crebbe a Vigalzano di Pergine e don Guido ha sempre avuto una speciale “venerazione” per la campanella della chiesa del Bus che ogni giorno suonava alle 11. «Subito dopo quei rintocchi, mamma Minica ci chiamava tutti per il pranzo». Una cappella, dedicata alla Madonna della Pace, fu fabbricata nel 1983 per iniziativa di don Avi, alla Kamauz, sulla montagna di Frassilongo.
Dieci anni fa ha scritto un libro autobiografico: «Un gerlo di memorie e di Provvidenza». Il ricavato della vendita (oltre 25mila euro) fu devoluto alle popolazioni terremotate del centro Italia. «In tal modo, raccontava orgoglioso, quelle pagine sono diventate un gerlo di Provvidenza… donata».
Negli ultimi anni aveva diradato gli impegni anche se, diceva sornione, «per morire c’è sempre tempo e io in questo momento non avrei tempo. Infatti, ogni mattina, dico: Sioredio son tut vos, ma pu tardi che pos». Il Padreterno lo ha preso in parola.
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