La storia
sabato 17 Ottobre, 2026
A 18 anni Elena Paoli riscrive Donizetti per ciechi e ipovedenti: «Così la lirica si può ascoltare anche a occhi chiusi»
di Johnny Gretter
La giovane cantante di Levico Terme ha vinto il bando «Betly al buio» del conservatorio Bonporti, del Lions Club di Trento e dell’associazione Aurona
«Scrivere una versione di un’opera lirica accessibile anche a chi non vede ti fa davvero vedere l’opera in modo diverso: c’è un’immedesimazione più profonda nei personaggi, e ti fa concentrare su stimoli diversi».
Elena Paoli, di Levico Terme, ad appena 18 anni può già contare una prima esperienza come autrice drammaturgica: la giovane cantante lirica è infatti la vincitrice di «Betly al buio» il bando con cui il conservatorio Bonporti, il Lions Club di Trento e l’associazione musicale Aurona chiedeva di realizzare una versione accessibile della Betly di Gaetano Donizetti. Un modo per rendere la lirica fruibile anche a un pubblico cieco e ipovedente e che permetterà anche ai vedenti di percepire il teatro musicale in un modo diverso e profondo, immergendosi nelle azioni dei personaggi (anche le più minute) e concentrandosi su stimoli diversi da quelli visivi.
Il bando chiedeva, per la precisione, di «inventare un linguaggio teatrale innovativo, capace di evocare azioni e atmosfere sfruttando gli spazi lasciati liberi dalla partitura, senza mai sovrapporsi al canto». Il debutto dello spettacolo è fissato domani alle 16, al teatro di Villazzano. «Ho iniziato da poco a frequentare il conservatorio, ed è stato lì che ho saputo della call per una versione accessibile della Betly – spiega la cantante -. Non avevo mai scritto una drammaturgia, né ovviamente realizzato un’audiodescrizione, ma mi sono subito appassionata a questo lavoro».
Sul palco ci saranno i musicisti della scuola Aurona, che ha promosso questo progetto unico in Trentino. «L’anno scorso avevamo già sperimentato una versione accessibile dell’Elisir d’amore, con una descrizione in cuffia – spiega il presidente Flavio Vadagnini -. Quanto al nuovo progetto si tratta di un esperimento unico: di solito viene costruito un supporto per rendere lo spettacolo accessibile, in questo caso facciamo sì che l’accessibilità integri l’offerta artistica. Credo che in Trentino non sia mai stato fatto nulla di simile e stiamo costruendo un partenariato con la cooperativa Abilnuova per sperimentare nuove soluzioni».
Paoli, così, ha rielaborato la drammaturgia originale di Donizetti, aggiungendo una voce narrante e un’audiodescrizione che illustra le azioni dei personaggi. «Bisogna tenere conto che a un pubblico di persone cieche e ipovedenti non ha senso descrivere il colore di un vestito – spiega ancora -. Bisogna puntare per esempio su sensazioni diverse, come il tatto e il suono. Allora l’audiodescrizione può dire che un abito ha un certo materiale, oppure concentrarsi sui suoni ambientali. Deve anche chiarire il contesto: la Betly è ambientata in Svizzera, e io ho inserito non solo una descrizione delle montagne ma anche quella del cinguettio degli uccellini, che dà un’idea migliore della scena a chi non vede».
Dunque per rendere pienamente accessibile la Betly è stato non solo necessario inserire delle descrizioni senza interrompere l’azione drammatica, ma anche capire come non imporre al pubblico troppi elementi, bloccando così la sua immaginazione. In sala, infatti, anche il pubblico vedente sarà bendato. «All’inizio ho ascoltato l’opera molto bene, per capire dove sono le pause che permettono di aggiungere i miei testi – prosegue l’autrice -. Ma allo stesso tempo ho cercato di lasciare spazio alla mia immaginazione e a quella del pubblico: non è possibile imporre delle descrizioni eccessive, considerando anche il senso della vista non deve essere protagonista. Noi vedenti possiamo osservare la scena, senza considerare la musica e il tatto: vediamo come si muove il cantante sulla scena, le sue emozioni».
Queste sono tutte cose che devono essere in qualche modo sostituite dagli elementi forniti dalla voce narrante. E così, si crea un modo molto diverso di assistere a un’opera lirica. «Ho sottolineato per esempio un momento in cui la protagonista si avvicina a una lettera per leggerla meglio e si copre la bocca per non ridere – aggiunge Paoli -. In un’opera accessibile si devono prediligere alcune azioni che si fanno su sé stessi, come quella: è un modo anche per sentire di più l’azione del personaggio, immedesimarsi di più. Per fare un altro esempio, in una scena ci sono dei soldati che si avvicinano alla capanna di Betly: se li vedi ti rendi conto che sono un gruppo numeroso, ma in questa versione ho sottolineato il suono dei passi e il loro ritmo. Non è vedere, ma sentire. È un modo nuovo di assistere all’opera: come cantante, mi ha fatto capire che nel pubblico ci possono essere delle persone a cui devi venire incontro così».
Nonostante la giovane età, la passione per il canto lirico ha già portato Paoli anche fuori dall’Italia. «Prima di iniziare il liceo musicale non mi ero mai affacciata a questo mondo – aggiunge -. Ma poco dopo ho iniziato a sentire una specie di bisogno, di stimolo e mi sono appassionata subito: ho iniziato a seguire masterclass anche all’estero, in Finlandia, in Grecia e all’Accademia Chigiana di Siena. Sono al lavoro anche su un nuovo progetto: il 20 novembre con l’attore Matteo Pasqualini metteremo in scena uno spettacolo sul Cyrano de Bergerac, alternando monologo e arie d’opera».
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