Festival dello Sport

domenica 4 Ottobre, 2026

Fabregas: «Il Como è il mio scudetto. Voglio costruire un club che resti anche senza di me»

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Il tecnico al Festival dello Sport racconta la scalata dalla Serie D alla Champions: «Una decisione di pancia, ma con un'idea precisa: calcio propositivo, giovani affamati e un'identità destinata a durare nel tempo»

Solo sette anni fa, nella stagione 2018-2019, il Como militava in Serie D. Oggi gioca in Champions League e lotta per le primissime posizioni in Serie A. Il main character di questa cavalcata è certamente Cesc Fabregas, ospite dell’Auditorium Santa Chiara nell’ultima giornata del Festival dello Sport.

Il suo Como nasce da un’intuizione e da un po’ di incoscienza:«Avevo finito il contratto con il Monaco e non sapevo cosa fare. Poi il Como mi ha contattato e ho avuto una visione. Mi sembrava una cosa bella, sana, con le persone giuste. È stata una decisione di pancia più che di testa: prima non sapevo nemmeno dell’esistenza della squadra». Ne è nata una squadra frizzante e divertente, che non rinuncia mai alla propria identità.

«Si può giocare bene in tanti modi. Con il presidente l’idea era fin da subito strutturale: marketing, turismo, e quindi un calcio propositivo capace di attrarre lo spettatore». Non per questo il risultato passa in secondo piano:«La vittoria è la vittoria. Ma ogni volta mi chiedo come voglio perdere. Se dobbiamo perdere, che sia con le nostre idee, essendo noi stessi. Preferisco perdere ammettendo che gli altri hanno giocato meglio, ma il nostro modo di approcciare il match dev’essere sempre quello giusto».

Il rischio di appagamento, per lui, non esiste. «La vera sfida è avere davanti una stagione che nessuno di noi ha mai vissuto, con tre partite a settimana. Farlo mese dopo mese è complicato, e adesso abbiamo anche tanta gente in Nazionale, quindici ragazzi». Tra questi c’è Da Cunha, capitano e leader del gruppo.

Arrivato a Como nel 2023 dopo un’esperienza tutt’altro che esaltante al Nizza, oggi il centrocampista è nel giro della nazionale maggiore francese:«Parliamo di un giocatore passato dalla Serie B a essere scelto titolare da Zidane: è uno dei tanti esempi di come cambiano le fasi di una carriera. Il merito è tutto suo, io ho solo creduto in lui. Ha una fame incredibile, ed è quello che voglio: ragazzi giovani con fame, che hanno voglia di migliorare ogni giorno per arrivare ai massimi vertici».

Al Como nessun acquisto è casuale, e dietro ogni arrivo c’è un lavoro maniacale:«Il passaggio per comprare un calciatore è interminabile, non so quante riunioni facciamo. Vogliamo essere sempre sei mesi avanti, individuando già le caratteristiche che servono alla nostra squadra». Nel metodo rientra anche la trasparenza verso la proprietà, che prima delle gare riceve una vera lezione di tattica. «Siamo una società nuova e giovane, e abbiamo avuto l’idea di far capire ai proprietari su cosa stanno investendo, quali sono le nostre idee sportive e come vogliamo giocare.

Così imparano e capiscono le dinamiche di una gara andando oltre i ventidue in campo. Se vedono Diao centravanti, non si chiedono cosa ci faccia lì. Dopo la partita faccio una riunione per spiegare cosa è cambiato rispetto alle previsioni e come è andato il match». Per qualcuno, il grosso limite del Como è lo scarso impiego di giocatori italiani.

Un rilievo che, secondo Fabregas, va preso con le pinze:«Prima di tutto abbiamo vinto la Serie B con il 95% di italiani. Nella prima stagione in A ne avevamo tanti e siamo arrivati decimi. L’ultima ne abbiamo avuti zero, a parte Goldaniga, ma giudicare un club da una stagione è sbagliato. Fagioli è bravissimo, Tonali lo stesso, e valgono tantissimi soldi. Palestra mi piace, è ovvio, ma dopo una sola stagione il suo prezzo è salito alle stelle».

La risposta strutturale è quindi formarli da zero:«Abbiamo creato una nostra accademia. Serve tempo: per formare calciatori con la nostra identità il percorso è lungo. Piano piano stiamo costruendo italiani sulla nostra idea, la speranza è che possano diventare protagonisti in prima squadra. Vogliamo lavorare all’interno del club». In estate, inoltre, è arrivato il talento cristallino di Mattia Liberali: «Sono stato chiaro, non lo prendiamo in quanto italiano. Lo prendiamo perché ha valori umani e tecnici di alto livello. Mi piacciono i giocatori come lui: sa che deve lavorare perché ha davanti tantissimi giocatori di livello. In questo momento sono davanti a lui, ma con il lavoro può competere per il posto. Dobbiamo pensare prima come Como, poi anche al movimento del calcio italiano». A

lla provocazione sull’interesse dei grandi club, Inter su tutti, Fabregas non arretra:«Sono uno che pensa, che analizza molto le cose. A fine carriera si valutano i trofei, è vero, ma pensare al percorso di Lucas Da Cunha è una vittoria da allenatore, più di un trofeo. Tanti giocatori mi hanno dato fiducia, hanno scelto me e sono venuti qui per me. Nico Paz, due anni fa, veniva dalla Castilla, la seconda squadra del Real Madrid, e suo padre mi ha subito dato fiducia. Sono molto esigente, ma loro sono i miei scudetti. Hanno scelto me e io mi sento in debito con loro».

Pazienza e fiducia sono le parole chiave:«Oggi vediamo i successi di Arteta, ma nei primi anni continuava ad arrivare ottavo con l’Arsenal. Hanno avuto la forza di aspettare nonostante tanti anni senza vincere, ma ne è valsa la pena e i risultati si vedono ora. A Como c’è fiducia reciproca, vedo unione, si prosegue insieme. Voglio crescere qui, far crescere i giocatori e il club. Tra dieci anni voglio vedere un club che, anche senza di me, porti avanti lo stesso stile di gioco e gli stessi valori».

La crescita del Como è stata rapida, fulminea, e già qualche settimana fa è arrivato il primo grande successo in Champions, ai danni del Lipsia. Per Fabregas, però, nessuna euforia:«Ci sono partite in cui non devi motivare i ragazzi, ma ogni gara è importante e dobbiamo lavorare tutti con la stessa testa. Una partita di Coppa Italia contro una squadra di Serie B conta come giocare a Feyenoord».

L’arrivo del Como tra le big, del resto, non è stato indolore:«Con qualche allenatore ci sono stati dei battibecchi, ma con Antonio Conte ci siamo fermati a parlare dopo la partita e ogni tanto ci sentiamo. Io sbaglio tantissimo, sono troppo emozionale, ma sto ancora imparando. Il lavoro di Gasperini per me è sensazionale, e dopo la partita sono il primo a voler ascoltare gli altri, più esperti, pronti a darmi consigli. Non si può tenere la stessa conversazione e la stessa amicizia con tutti».

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