La mobilitazione

domenica 4 Ottobre, 2026

Stop alle gite, in Trentino inizia la battaglia dei professori per i salari

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Nasce il gruppo «Istruzione di qualità». Sorgi: «Primi incontri. Siamo 1.500». La protesta per salari bassi. Bolognani (Cisl): «Riconoscere il lavoro sommerso dei docenti»

Dopo l’assemblea nella sede Flc Cgil che il 24 settembre ha riunito oltre 1.500 docenti degli istituti comprensivi trentini, i docenti si organizzano dal basso. E mentre si muovono le associazioni, i sindacati portano il tema al tavolo della contrattazione provinciale. Di fondo, la stessa insoddisfazione: stipendi ritenuti non adeguati, carichi di lavoro crescenti e una parte del lavoro docente che non viene economicamente riconosciuto. La riunione del gruppo di docenti «Istruzione di qualità» si terrà lunedì. «Abbiamo avviato i primi incontri a inizio settembre, ci stiamo confrontando come docenti», spiega Nicola Sorgi, membro del gruppo nato da alcuni insegnanti dell’Istituto comprensivo di Mori, che hanno guardato all’esperienza dell’Alto Adige. Nelle scuole di lingua tedesca altoatesine la mobilitazione è partita dalla richiesta di un adeguamento degli stipendi a quelli austriaci. «La mobilitazione ha coinvolto il 97% delle scuole tedesche e il 50% di quelle italiane e, dopo un anno, ha portato alla riscrittura della parte economica del contratto provinciale. La logica altoatesina è stata quella di rinunciare a qualsiasi attività ulteriore che non fosse l’insegnamento: «No gite, no uscite didattiche, nessuna attività accessoria: questo ha inoltre permesso di recuperare il valore del tempo scuola, rimettendo al centro la didattica», racconta Sorgi. È questa la strada che i docenti trentini stanno valutando. «Siamo in una fase preliminare, al momento l’indicazione è di rimandare le decisioni a quando avremo deciso una linea comune». Il movimento, precisa, è autonomo dai sindacati: «La Cgil ha ospitato il nostro incontro, ma l’organizzazione è differente». Il confronto interno al gruppo, racconta Sorgi, ha già coinvolto circa 1.500 docenti. Sono una quarantina le scuole che stanno individuando propri referenti, tra primarie e secondarie. L’obiettivo è arrivare a un documento comune da presentare alle famiglie e, dove l’età lo consente, discutere con gli studenti. «Non vogliamo creare conflittualità, la scuola si fa insieme», sottolinea Sorgi. Su un terreno simile, ma con modalità proprie, si muove l’associazione Docet. Ha pubblicato un Vademecum di autotutela e venerdì 9 ottobre alle 17.30 organizzerà un incontro informativo al teatro Gigi Cona di Gardolo. «Non è sciopero della didattica, è tutela della professione», si legge nel documento. «Ad agosto già avevamo preannunciato un autunno caldo», racconta Giovanni Ceschi, presidente dell’associazione. Docet non nasce con come obiettivo principale la tutela salariale, ma secondo Ceschi i due temi sono ormai legati. «Parliamo di valorizzazione dei docenti ma la base stipendiale è svilente, è difficile parlare di valorizzazione». Anche per Docet, però, la protesta deve lasciare fuori la didattica: «C’è una parte accessoria, che è il di più: gite, viaggi d’istruzione, progetti facoltativi e la costante reperibilità». Ceschi critica inoltre la risposta delle istituzioni alle prime rivendicazioni: «Se la risposta è “non ci facciamo ricattare”, mi sembra evidente che non si è colto il succo della questione». C’è infine il percorso sindacale. «Noi come sindacato abbiamo la nostra via. I principi sono gli stessi di quelli associativi», spiega Monica Bolognani della Cisl Scuola del Trentino. La differenza è negli strumenti: «Al momento i sindacati sono all’interno di Apran, perché il rinnovo dei contratti è aperto». Il disagio viene quindi portato ai tavoli della contrattazione, che riguardano non solo i docenti ma tutto il personale scolastico. Per Bolognani, «bisogna iniziare a parlare di lavoro sommerso e complessità del lavoro». Alle 18 o 24 ore di cattedra si aggiungono circa 120 ore annuali di attività collegiali, con gli studenti e di formazione per tutti i docenti, oltre a ulteriori ore nella secondaria di primo e secondo grado. Queste attività aggiuntive sono riconosciute economicamente dalla Provincia, con un assegno di 310 euro lordi «che va assolutamente implementato». Il problema, spiega la sindacalista, è però il lavoro che resta fuori da questo conteggio: preparare le lezioni, correggere verifiche, seguire i rapporti con le famiglie, personalizzare la didattica e svolgere gli adempimenti burocratici. Un lavoro che «i docenti si portano a casa», ma che il contratto non misura né remunera in modo specifico. La Cisl sta lavorando anche nelle scuole: «Vogliamo creare consapevolezza nei docenti», spiega Bolognani, organizzando assemblee per chiarire quali siano i margini di azione nei collegi e come esercitare i propri diritti, anche quando si tratta di approvare nuovi progetti. Adesso i tre percorsi procedono in parallelo. La sfida, declinata in modi diversi, è capire quanto del lavoro che oggi viene considerato «accessorio» possa essere rimesso in discussione: nelle scuole, nei collegi docenti e al tavolo del contratto.

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