La rubrica
mercoledì 23 Settembre, 2026
Le sfumature di «Spiderman» e l’equilibrio emotivo di «The dog stars», «Oceania» penalizzata dalla recitazione: ecco cosa vedere al cinema
di Michele Bellio
Una nuova puntata delle recensioni con i film da non perdere al cinema e da recuperare in streaming
SPIDER-MAN: BRAND NEW DAY
(USA 2026, 145 min.) Regia di Destin Daniel Cretton, con Tom Holland, Zendaya, Mark Ruffalo
Terminata la stagione estiva, è doveroso soffermarsi a riflettere sul film che oggi occupa il terzo posto nella classifica dei maggiori incassi della storia cinema mondiale (dati non soggetti a rivalutazione dell’inflazione e basati sull’introito economico, non sul numero delle presenze in sala). Salutato da molti come il segno della rinascita dell’universo cinematografico Marvel, assai deludente e discontinuo nei risultati dopo il trionfo internazionale di «Avengers: Endgame» (2019), «Spider-Man: Brand New Day» è il quarto film sull’uomo ragno nella versione interpretata da Tom Holland ed il trentottesimo della saga cinematografica dedicata agli eroi della nota casa editrice, iniziata nel 2008 con il primo «Iron Man». Si potrebbe pensare che la freschezza del personaggio, adeguatamente studiato per coinvolgere anche un pubblico sempre più giovane e per fare particolare presa sulla fascia adolescenziale, sia ormai consumata, ma la verità è che questo capitolo, senza dubbio il migliore dei quattro, offre notevoli spunti per una potenziale evoluzione futura.
Narrativamente parlando, per i non iniziati la trama è alquanto complessa: il film prosegue dando per acquisiti gli eventi dei capitoli precedenti ed è ambientato in un mondo in cui il Doctor Strange ha cancellato Peter Parker/Spider-Man dalla memoria di tutti, anche di coloro che gli erano più vicini, come l’amico Ned e la fidanzata MJ. Solo, costantemente impegnato nella sua personale battaglia contro la criminalità, incapace di fermarsi per non lasciare spazio ai pensieri che lo riporterebbero al suo passato, alle prese con il suo corpo dal DNA mutato, Peter Parker è ritratto con una sensibilità particolarmente marcata rispetto ai film precedenti. La novità principale, in una prospettiva legata ai prossimi film, è l’entrata in scena del personaggio di Jean Grey. La giovane telepate, ancora inesperta e futura componente degli X-Men, si scontra con Spider-Man, intenzionato ad impedirle l’accesso alla sede del Damage Control. Aiutato da The Punisher, vigilante dal vissuto oscuro che ha un debito con il protagonista, Spider-Man affronta se stesso, i fantasmi del suo passato, l’ambiguità del Male, la difficoltà di diventare adulto.
Il film ha molti aspetti positivi: la plasticità delle coreografie nelle sequenze dei duelli (il regista è lo stesso del sottovalutato «Shang-Chi e la leggenda dei dieci anelli»), il rapporto tangibile tra Spider-Man e la città di New York, l’indiscutibile carico emotivo degli ultimi venti minuti. Altrettanti sono purtroppo i limiti: il film fatica a trovare la marcia giusta e risulta a tratti troppo lungo, la scrittura è piuttosto bambinesca, con colpi di scena telefonati e troppi scarti di tono (che fanno però parte del personaggio e sembrano risultare graditi al pubblico di riferimento), la comparsata di Hulk sembra solo una concessione ai fan e molti snodi si risolvono in modo banale o poco verosimile. L’alchimia tra i protagonisti (insieme anche nella vita) si percepisce, ma il loro rapporto è forse la parte meno efficace del film. Al netto di tutto questo, lo spettacolo regge decisamente meglio che in tanti titoli precedenti e il personaggio guadagna molto in complessità e sfumature. La sua presenza isolata nelle spettacolari inquadrature urbane restituisce a dovere il contesto più cupo e maturo cui il protagonista va incontro. Nel bene e nel male, da vedere.
OCEANIA
(Moana, USA 2026, 115 min.) Regia di Thomas Kail, con Catherine Laga’aia, Dwayne Johnson
La stagione dei rifacimenti in live action dei classici d’animazione Disney non è mai stata particolarmente felice. La spesso incomprensibile necessità di rielaborare testi che erano già sufficientemente compiuti nella veste grafica della loro epoca nasconde il più delle volte intenzioni meramente commerciali, allo scopo di “adattare” in qualche modo film considerati fuori moda per il volatile gusto del pubblico contemporaneo. Al di là dell’errore in termini di valorizzazione culturale di un patrimonio storico, è spesso l’esito sotto il punto di vista artistico a lasciare perplessi. I nuovi film sono nella maggior parte dei casi più lunghi, carenti sotto il profilo del ritmo, talvolta imbarazzanti sotto quello recitativo (immaginatevi a fare le veci di un personaggio animato cercando di restituirne la plasticità) e spesso non solo non aggiungono niente dal punto di vista visuale, ma anzi: appesantiti da tonnellate di CGI, smorzano in gran parte la magia degli originali.
Purtroppo questa versione di «Oceania» ripete in gran parte gli stessi errori. Adattando un film forse troppo recente (l’originale è di soli dieci anni prima), e quindi già molto ricco sotto il profilo della complessità scenografica e visuale, il regista, famoso per i musical a teatro, fatica a rendere sullo schermo la componente emotiva del racconto. La storia di Vaiana, figlia del capo di un’isola polinesiana, e della sua ricerca del semidio Maui, l’unico in grado di aiutarla a rompere la cupa magia che avvolge la sua terra, è un classico percorso ricco di molti elementi interessanti, con una protagonista coraggiosa a risoluta che ben rispecchia le necessità contemporanee. Peccato che il ritmo della prima parte sia soporifero, con il film che impiega quasi mezz’ora per ingranare.
Non aiutano le canzoni, ma la pecca principale è probabilmente la recitazione, penalizzata ulteriormente dal doppiaggio italiano. In particolare Dwayne Johnson, altrove molto abile nello sfruttare con ironia la propria fisicità, appare spaesato nel restituire la strafottente personalità di Maui e molte gag collegate al suo personaggio cadono spesso nel vuoto. Dove il film funziona meglio è nella seconda metà, a partire dall’incontro con il granchio gigante, per arrivare al roboante scontro finale. La veste computerizzata appare fredda, ma indubbiamente per chi non conosce l’originale l’impatto visivo è notevole, soprattutto per i più piccoli. Resta la sensazione di un’operazione sostanzialmente inutile, fallimentare anche sotto il punto di vista commerciale (ad oggi poco più di 320 milioni di dollari incassati in tutto il mondo a fronte di un budget di 250), che riesce a rendere appieno solo alcuni elementi dell’originale, come la splendida trovata dei tatuaggi animati di Maui. Peccato.
THE DOG STARS – LE STELLE DOPO LA FINE
(The Dog Stars, USA/UK 2026, 119 min.) Regia di Ridley Scott, con Jacob Elordi, Josh Brolin, Margaret Qualley
Ridley Scott, classe 1937, è uno dei più grandi registi della storia del cinema. In quasi cinquant’anni di carriera ha diretto trenta lungometraggi, spaziando con straordinaria professionalità tra i diversi generi, dalla fantascienza ai drammi, firmando capolavori come «Alien», «Blade Runner» e «Thelma & Louise». Questo suo ultimo lavoro, tratto dal romanzo «Le stelle del cane» di Peter Heller, conferma una vena creativa inesauribile e soprattutto un’incredibile chiarezza di intenti, tradotta in una messinscena di semplice quanto esemplare efficacia.
Siamo nel Colorado del 2035 e da qualche anno una pandemia ha decimato l’umanità. I superstiti si dividono tra coloro che cercano di sopravvivere, difendendosi come possono e vivendo isolati, e terrificanti bande di predoni regrediti allo stadio animale, che attaccano i primi per privarli del poco che hanno. L’ex meccanico Hig, con il fido cane Jasper, vive insieme all’ex marine Bangley tra le rovine di un aeroporto isolato. Pilotando un piccolo aereo, Hig recupera dalle città distrutte i generi di prima necessità e cerca costantemente segni di vita da altre comunità. Dopo un attacco dei predoni più duro degli altri, Hig decide di trovare la fonte di un segnale radio che ha sentito più volte, ma durante il volo il suo aeroplano si guasta, costringendolo ad un atterraggio di fortuna tra le montagne.
Perfettamente inserito all’interno delle dinamiche del genere, il film inevitabilmente assomiglia a molti altri, eppure si distingue per un equilibrio emotivo particolarmente riuscito. Concentrato sul descrivere principalmente la sopravvivenza dell’elemento di umanità in un contesto estremo, Scott adagia il ritmo del film sulla laconica malinconia del protagonista (un Elordi stavolta assai in parte) e, aiutato dalla colonna sonora, con la struggente «Like Real People Do» di Hozier a fare da contrappunto a incipit e finale, costruisce un film che parla di solitudine, memoria, senso di colpa e speranza. A tratti alcuni passaggi fanno pensare ad un’eccessiva sfoltita del testo letterario di partenza, ma Scott sopperisce alle piccole incongruenze con idee di regia classiche ed efficaci (mirabili le riprese notturne degli attacchi). E la sequenza a Grand Junction mette i brividi come poche altre, trascinando il film verso registri originali e coraggiosi. Girato in gran parte in Italia, con le nostre montagne a fare da sfondo. Purtroppo quasi ignorato dal pubblico e poco compreso anche da molta critica. Non un capolavoro, ma un ottimo film, che centra tutti gli obiettivi che si pone.
STREAMING – PERLE DA RECUPERARE
MONICA
Disponibile su Raiplay, vietato ai minori di 14 anni
(USA/Italia 2022, 113 min.) Regia di Andrea Pallaoro, con Trace Lysette
Negli scorsi giorni Andrea Pallaoro, regista trentino attivo negli Stati Uniti, ha ricevuto dal sindaco di Trento, Franco Ianeselli, la prestigiosa Aquila di San Venceslao, simbolo della città. Un riconoscimento importante ad una carriera che conta attualmente quattro lungometraggi, tutti presentati alla Mostra del Cinema di Venezia, e tra i quali l’ultimo, «The Echo Chamber», è in sala in questi giorni. Proprio per prepararsi alla visione del suo nuovo lavoro, consigliamo di recuperare il titolo precedente nella filmografia di Pallaoro, in modo da familiarizzare con il suo stile, rarefatto e controllato, riconoscibile in ogni suo film.
«Monica» racconta una storia riassumibile con poco: dopo molti anni di distanza, una donna trans torna a casa per occuparsi della madre morente. Come spesso avviene nel cinema di Pallaoro, tutto si riduce all’essenziale, ma proprio per questo alla fine la componente emotiva trova una strada per esprimersi. Incastrato in un formato stretto che privilegia enormemente i volti, il film vive di iati, vuoti, silenzi. Lo spettatore è chiamato a partecipare attivamente alla visione, andando a colmare ciò che il film si limita a suggerire. Con un pudore ammirevole, Pallaoro descrive una protagonista indimenticabile, che parla poco, ma esprime con la sua fisicità un insieme indescrivibile di stati d’animo. Non è un cinema per tutti, la sfida richiede pazienza e predisposizione, ma se si riesce ad entrare nel suo equilibrio ripaga con soddisfazione. Per chi volesse approfondire, sempre su RaiPlay è disponibile anche «Hannah» (2017), forse il lavoro più celebrato del regista, con un’incredibile Charlotte Rampling, premiata come miglior attrice a Venezia.
PsicoT
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