Campi Liberi

venerdì 22 Maggio, 2026

Elena Granata e il futuro dei centri urbani: «La città deve accogliere, non solo attrarre capitali. Spazio pubblico e civismo in pericolo»

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La docente del Politecnico di Milano presenta il suo nuovo libro: una riflessione politica e civile per liberare le città dai modelli ipercapitalisti, partendo dalla grammatica urbana di luce, alberi, fiumi e panchine

Milano, Parigi, Chicago, Zurigo, ma anche Bristol, Bologna, Bari, Correggio e l’isola cinese di Hainan. «È diventata una forma di accumulazione seriale» osserva Elena Granata, pensando alla meticolosità con cui appunta le storie dei luoghi che attraversa e poi racconta. Professoressa di urbanistica al Politecnico di Milano, vicepresidente della Scuola di Economia Civile e cofondatrice del gruppo di ricerca PlanetB.it, nell’ultimo libro «La città è di tutti. Ciò che ha valore non ha prezzo» (Einaudi 2026) parla di luce, alberi e panchine: «L’ABC della grammatica urbana». Domani mattina interverrà a Cadine, al Centro Mariapoli, con una relazione dal titolo «I luoghi e le persone».
Alla fine ha scritto una trilogia…
«Con “Placemaker” (Einaudi 2021) non sapevo dove sarei andata a parare ma mi sono resa conto che avevo individuato una cifra di narrazione molto vicina all’esperienza quotidiana nelle città. E l’idea di trattare contenuti di solito tecnici in modo divulgativo, accessibile e appassionato è tornata con un accento più femminile nel secondo libro («Il senso delle donne per la città», Einaudi 2023). L’ultimo è una presa di posizione forte, politica, riafferma qualcosa che è nel Dna delle nostre città ma che sta scomparendo».
Ha usato l’urbanistica come «scienza civile» – che «non governa le persone, governa con le persone» – per tornare innanzitutto alle origini dello spazio pubblico.
«Mi sono immaginata un viaggio che, partendo dall’idea di uguaglianza e di spogliazione dei privilegi di pochi, che è stata la grande rivoluzione di metà Settecento, passa all’idea, importantissima nell’Ottocento, che lo Stato sia l’architetto della società, e poi alla costruzione della città come luogo che dà le risposte, quindi la casa, gli ospedali, le scuole, i parchi. E arrivo agli anni ‘70 con un paradosso: proprio nel momento dei grandi movimenti di massa per le conquiste sociali e civili, la città è diventata mercato e merce. Secondo il modello ipercapitalista quello che era condiviso diventa esclusivo, escludente».
E oggi?
«Negli ultimi 50 anni c’è stato un crescendo: il capitalismo è pervasivo, digitale, avido e bellicoso. Ha trasformato in merce anche quello che prima era altro dall’essere mercificato, come l’amore, l’amicizia, il tempo».
Questo è evidente anche nelle parole che a noi «suonano seduttive, ma che disvelano un’idea pericolosa», come rigenerare, rendere attrattivo, valorizzare.
«Il linguaggio oggi è economicista e c’è stata una contrazione dell’immaginario urbano. Le città devono essere attrattive: non si dice per chi ma si sottintende per i capitali e per i ricchi. E va bene la valorizzazione, ma in nome di cosa? Del fatto che poi quel bene diventa esclusivo? Ho voluto stigmatizzare l’ipocrisia del linguaggio, ma soprattutto proporre un’alternativa: la città non deve solo attrarre, deve accogliere. «Accogliere» è sparito completamente dall’immaginario. Subito pensiamo agli immigrati, invece accogliere vuol dire anche semplicemente i bambini, le donne, gli anziani, la natura, gli animali».
A proposito, mi sono sentita molto in colpa leggendo le sue riflessioni sui bambini perché mi è capitato di sentirmi disturbata dal loro rumore.
«(ride)
Succede anche a me che ho avuto tre figli! Il dato antropologico interessante è che siamo infastiditi perché i bambini non fanno più parte del nostro paesaggio quotidiano. È come quando vivi vicino a una ferrovia e non senti più il rumore del treno, mentre se non sei abituato il treno lo senti. Siamo talmente poco abituati a sentire i bambini giocare che alcuni cominciano a denunciare il rumore degli asili, degli oratori. Più diventiamo insofferenti, più ci dà fastidio avere intorno bambini, meno ce ne prendiamo cura e meno bambini ci sono: in questa trasformazione diventiamo adulti più aridi. Quindi più che per i bambini, sono preoccupata di cosa diventiamo noi».
Nel capitolo «Bella di notte» racconta della città di Franneker, in Olanda, che ha spento per una notte tutti gli edifici per rendere visibili le stelle e del progetto di illuminazione per migliorare la sicurezza a Genova. Spegnere o accendere le città di notte dunque?
«Non c’è un dilemma. Luce e buio sono due elementi da usare con intelligenza. Quando Genova porta il design della luce in alcuni luoghi problematici del centro storico e proietta immagini e scritte sugli edifici, fa un’operazione banale – illumina – e al contempo dà valore allo spazio comune. Ma la questione non è iperilluminare: oggi si illumina tanto perché si ritiene che questo consenta a un luogo di essere più sicuro, ma non c’è nessuna correlazione sensata. È la presenza delle attività umane che fa la sicurezza. Però almeno di notte dovremmo lasciare dormire le persone, gli edifici, gli animali. A chi serve avere le vetrine illuminate dei negozi? Abbiamo un problema di dispendio energetico e le teniamo illuminate a giorno, non ha senso».
Sempre in tema di risorse, anche l’acqua è un elemento centrale della sua idea di città.
«All’acqua dovrei dedicare dieci volumi. Oggi si continua, anche nelle città che amano il decoro, a mettere pietra, asfalto, cemento: i materiali meno adatti ad assorbire l’acqua e a mitigare le isole di calore. La città di pietra è una città inadeguata. È stata la forza della nostra estetica ma oggi è contro la vita. Da qui tutto il mio amore per l’acqua in città: giardini inondabili, piazze allagabili, ecc. Poi c’’è il rapporto da recuperare con i nostri fiumi. C’è un dato idraulico: rendere allagabili, ad esempio, gli alvei dei fiumi. E c’è la componente ludica: tornare a rendere balneabili i corsi d’acqua, riportare la possibilità di bagnarsi nelle fontane pubbliche».
Lei conosce il nostro territorio, come lo legge nella prospettiva dei suoi studi?
«Quando mi muovo a Trento e a Bolzano ho la sensazione che il civismo e la cura per lo spazio pubblico si siano mantenute nel tempo. Però vedo anche i rischi di città che possono diventare escludenti. E ritrovo quegli elementi di isolamento delle persone, di disimpegno rispetto alla sfera collettiva, di sguarnizione dello spazio pubblico in nome del decoro, dell’overtourism che subdolamente entra come modello alternativo all’abitare, anche se ovvio che Trento non è Firenze. Firenze è una città faticosissima finché non si arriva all’Arno e allora si prende fiato, ma prima non c’è una panchina dove sedersi».
Ne fa una questione di scelte politiche?
«La felicità pubblica è in capo a tutti i soggetti pubblici che hanno responsabilità pubbliche: che un museo sia aperto indipendentemente dalle mostre che offre ad attività terze, che sia accessibile ad alcuni gruppi sociali gratuitamente – i giovani non dovrebbero pagare mai –, che sia gratuito in alcune giornate ai propri abitanti, come in Spagna e Portogallo. Ogni volta che uno spazio è chiuso o sottoutilizzato è tolto alla collettività».
A quale ideale di città dobbiamo tendere?
«Si ricorda quando durante la pandemia, abbiamo giurato a noi stessi che se ci avessero liberato saremmo stati tutti in piazza a festeggiare? Quel bisogno psicologico di apertura e di urbanità è quello che ciascuno deve ascoltare. E quando non lo vediamo realizzato, o addirittura lo vediamo negato, dobbiamo cominciare a essere insofferenti verso ciò che la città ci impedisce di essere singolarmente e collettivamente. Il fatto di covare un po’ di sano desiderio di cambiamento è stato sterilizzato negli ultimi anni».
Ha una «città di tutti» del cuore?
«Potrei dire Genova, una città con tanti spazi pubblici aperti, però ha tantissimi problemi sociali, di gestione dello spazio, di sicurezza, di igiene. In generale vedo che c’è già tanto nelle nostre città, ma che con pochissime scelte si potrebbe davvero fare un balzo di civiltà. E quindi non ho una città ideale perché facendo questo mestiere vedo sempre il perfettibile».
Il libro si chiude con un elogio alle pause caffè.
«Quando Kate Middleton è venuta a Reggio Emilia, i 200 giornalisti che erano lì hanno raccontato al mondo con stupore che gli italiani vanno in piazza a prendere il caffè. A noi sembra normale, ma ci sono nazioni intere dove non c’è niente che assomigli a una piazza, a un giardino pubblico, a un caffè dove stare ore a chiacchierare. Oggi in alcune delle nostre città non trovi mai un bar aperto, oppure il caffè ha un prezzo esorbitante perché sta in uno spazio rigenerato o diventa escludente per queste nuove regole fantasiose che prezzano il tempo. Per me resta un pilastro di democrazia: il caffè è la particella elementare dove si mitigano le solitudini, è rituale sociale, luogo dove si parla di politica e si fa arte, è lo spazio in cui veniamo riconosciuti e il barista si ricorda chi siamo. Ecco se vogliamo riportare la gente al voto, apriamo caffè in ogni spazio».