Una tregua temporanea di due settimane è stata raggiunta tra Iran, Stati Uniti e Israele, nel tentativo di fermare il conflitto che nelle ultime settimane ha destabilizzato l’intera regione e scosso i mercati energetici globali.
L’intesa arriva dopo giorni di escalation e dopo che il presidente americano Donald Trump ha fatto un passo indietro rispetto alle sue minacce di distruggere la “civiltà” iraniana in caso di mancato accordo.
Le divergenze
Nonostante l’annuncio del cessate il fuoco, emergono forti ambiguità sui termini dell’intesa. Teheran ha ribadito di voler mantenere il controllo sullo Stretto di Hormuz, prevedendo anche l’introduzione di tariffe per le navi in transito, in collaborazione con l’Oman.
Inoltre, l’Iran insiste sul diritto di proseguire l’arricchimento dell’uranio, punto che resta uno dei principali nodi del conflitto. Inizialmente Trump aveva definito “praticabile” un piano iraniano in 10 punti, salvo poi liquidarlo come “fraudolento” senza ulteriori spiegazioni.
Tra le richieste di Teheran figurano anche il ritiro delle truppe statunitensi dalla regione, la revoca delle sanzioni e lo sblocco dei beni congelati.
Il ruolo di Israele
Il governo israeliano ha sostenuto la tregua promossa da Washington, ma il primo ministro Benjamin Netanyahu ha precisato che l’accordo non riguarda le operazioni militari contro Hezbollah in Libano, che sono proseguite anche nelle ore successive all’annuncio.
Una posizione che evidenzia la fragilità dell’intesa e il rischio di una prosecuzione del conflitto su altri fronti.
Mediazione internazionale e appello ONU
La tregua è maturata anche grazie alla mediazione del Pakistan, con il coinvolgimento diretto del premier Shehbaz Sharif. Secondo Islamabad, i negoziati per un accordo più strutturato potrebbero proseguire nei prossimi giorni.
Dalle Nazioni Unite, il segretario generale António Guterres ha invitato tutte le parti a rispettare il cessate il fuoco per aprire la strada a “una pace duratura e complessiva nella regione”.
Tensione ancora alta
Nonostante l’annuncio della tregua, la situazione sul terreno resta estremamente instabile. Attacchi e lanci di missili sono stati segnalati in diversi Paesi del Golfo, tra cui Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita, mentre scontri sono proseguiti tra Iran e Israele.
Gli Stati Uniti hanno sospeso le operazioni offensive, mantenendo però una presenza militare nella regione con funzioni difensive e di monitoraggio.
Bilancio pesante e crisi regionale
Il conflitto ha già provocato migliaia di vittime: oltre 1.900 morti in Iran e più di 1.500 in Libano, con centinaia di migliaia di sfollati. Perdite sono state registrate anche in Israele, nei territori palestinesi e tra le forze statunitensi.
A pesare è anche l’impatto economico globale, legato soprattutto alle tensioni nello Stretto di Hormuz, snodo strategico per il traffico petrolifero mondiale.
La tregua rappresenta un primo passo verso la de-escalation, ma le divisioni tra le parti e le continue ostilità rendono il quadro ancora altamente incerto.
Cala il prezzo del petrolio
Un primo risultato dell’accordo raggiunto è stato il crollo del prezzo del petrolio da 112 a 96 dollari al barile. Prima della guerra in Iran, il prezzo era attorno ai 70 dollari al barile